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La mascella di Caino di Torquemada

Se siete il tipo di lettore che non oserebbe mai fare l’orecchio a una pagina o sottolineare un libro a penna, La mascella di Caino non è decisamente il romanzo per voi, perché per risolvere l’enigma ideato da Torquemada dovete armarvi di taglierino, evidenziatori e tanta, tanta pazienza. Perché quello che a prima vista potrebbe sembrare un semplice romanzo giallo ideato dall’ennesimo emulo di Agatha Christie è in realtà un raffinato enigma letterario.

Più vicino a esperimenti come Casa di foglie di Mark Z. Danielewski e La nave di Teseo di J.J. Abrams che a un Assassinio sull’Orient Express, La mascella di Caino ruota intorno all’omicidio di sei ignare vittime non meglio identificate. Il compito del lettore è di risolvere il mistero e scoprire l’identità dell’assassino (o degli assassini).
Ma c’è un ma: le cento pagine che compongono il romanzo sono tutte rigorosamente in disordine.

La mascella di Caino. Il puzzle letterario più diabolico del mondo

Nel 1934 il cruciverbista dell'«Observer» Edward Powys Mathers, sotto lo pseudonimo del temibile inquisitore Torquemada, pubblica un enigma letterario: 100 pagine stampate in ordine sparso, 6 assassini, 6 vittime.

Inutile pensare di lasciarsi aiutare da punteggiatura e buon senso: quasi tutte le pagine si chiudono con un punto fermo, per cui l’unico modo per intuire l’ordine corretto è di risolvere ogni indovinello e gioco di parole che Torquemada ha disseminato nel testo. E sono parecchi. Non a caso Edward Powys Mathers, l’ideatore del libro, ha scelto come pseudonimo quello del noto Inquisitore ammettendo implicitamente di nutrire un certo sadico piacere all’idea di torturare i propri lettori con enigmi (quasi) impossibili.

Originariamente pubblicato nel 1934 e tornato in auge grazie a Tik Tok, nel corso di quasi novant’anni il mistero de La mascella di Caino è stato risolto soltanto da quattro persone.
Questo dovrebbe dissuadermi dall’idea di pensare di essere anche solo remotamente in grado di riuscirci, ma con un pizzico di incosciente arroganza decido di tentare comunque.

Come prima cosa, metto da parte la mia integrità da bibliofila e a malincuore faccio a pezzi la mia copia del libro, appiccicando le cento pagine de La mascella di Caino una a fianco all’altra sulla parete del soggiorno. Questo attacco d’arte mi aiuterà a risolvere l’enigma più facilmente? Probabilmente no, ma tanto valeva tentare. Mi ripeto che disponendo i fogli in questo modo potrò avere una visione di insieme di tutta la storia, ma la verità è che volevo calarmi nello spirito da detective: ecco, solo ora che la mia casa ha finalmente iniziato ad assomigliare al set di CSI mi sento davvero pronta ad affrontare questa sfida.

Riuscire a trovare un collegamento anche solo fra un paio di pagine si presenta fin da subito come un’impresa più ardua del previsto, perché dal punto di vista stilistico La mascella di Caino è caratterizzato da una scrittura postmoderna, debitrice alla lezione di James Joyce e Virginia Woolf. Il romanzo sembra un ininterrotto flusso di coscienza, ricchissimo di citazioni colte a opere d’arte, poesie e curiosità legate al mondo della storia e della mitologia. Non è un caso che Torquemada si guadagnasse da vivere come cruciverbista dell’Observer e fosse noto ai suoi lettori per l’arguzia con cui inventava definizioni sempre brillanti che potevano essere risolte solo con delle ottime basi di cultura generale. Perché negli anni Trenta ahimè non si poteva ancora contare sull’aiuto di Google, per cui se ne La mascella di Caino si faceva riferimento alla “poetessa di Wimpole Street” non era così semplice capire che si stava parlando dell’inglese Elizabeth Barrett.

Una persona più corretta di me avrebbe quindi potuto decidere di provare a risolvere il mistero del libro senza avvalersi di alcun dispositivo elettronico, così da non avere nessun vantaggio sleale sui primissimi lettori di Torquemada… ma il senso di colpa nel mio caso dura circa una trentina di secondi.
Perché è inutile mentire: La mascella di Caino è senza dubbio uno degli enigmi più difficili di fronte ai quali mi sia mai trovata, e lo dico non soltanto da appassionata fan della serie Sherlock, ma anche da ignara vittima più di una volta trascinata a fare un’escape room.

Se dovessi fare un bilancio complessivo della mia esperienza di lettura, sarei costretta ad ammettere che no, nel corso di questa settimana non sono riuscita a venire a capo dell’enigma di Torquemada – che poi è un eufemismo per dire che a un certo punto ho pensato che il narratore fosse un gatto e che l’arma del delitto fosse una pistola di nome Henry.
Ma non mi arrendo.  

E voi? Riuscirete a risolvere il mistero de La mascella di Caino?

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