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Lapvona di Ottessa Moshfegh

Lapvona è un villaggio medievale in cui gli abitanti soffrono la fame e i saccheggiamenti. A capo di tutto c’è Villiam (il cui gioco con il nome è presto servito, visto che, per una sola lettera, l’associazione è presto fatta con la parola inglese villain, cattivo). È un uomo riprovevole, che non ha mai conosciuto la maturità, ma incarna perfettamente l’ingordigia della ricchezza non lavorata, l’emblema di un personaggio oscuro per antonomasia – in realtà un uomo viscido e puerile, banale nella sua pochezza. Anche perché qui la vicenda vera la porta avanti Marek, un ragazzino di tredici anni che sembra essere ispirato a Quasimodo di Victor Hugo. Orfano di madre, vive con un padre, Jude (anch’egli con un nome che rievoca, questa volta un ingombrante personaggio biblico), allevatore di agnelli, ma che dell’anima del pastore ha nulla. Non guida, ma giudica, sevizia, non comprende, demonizza. Ma Marek è convinto che l’unico modo per esistere sia attraverso la punizione e che, in essa, Dio possa elevare le anime che lo meritano, pentite e prive di qualsivoglia pulsione. L’unica che sembra prendersi in qualche modo cura del ragazzo è Ina, una donna anziana, eterna forse, che lo ascolta e lo capisce e che, più di tutti, nella sua cecità sembra essere l’unica in grado di vedere.

Lapvona
Lapvona Di Ottessa Moshfegh;

Il racconto si svolge nel corso di un anno nel villaggio medievale di Lapvona, prosciugato dei suoi averi dal signore feudale che vive in cima alla collina. Il piccolo Marek, il figlio maltrattato e delirante di un pecoraio, non ha mai conosciuto sua madre. Una delle poche consolazioni è il suo legame duraturo con l’ostetrica cieca Ina. Il disperato bisogno del popolo di credere che ci sia qualcuno che ha a cuore i suoi interessi è messo a dura prova da Villiam. Ma quando il destino porta Marek vicino alla famiglia del signore, forze occulte sconvolgono l'ordine.

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Marek era preoccupato che suo padre non andasse in paradiso. Era un uomo brusco. E quando pregava, Marek aveva l’impressione che trasudasse rabbia, che la crudeltà che si portava dentro fuoriuscisse come vapore. Non era un uomo malvagio. Ma la fede di Jude era una specie di impulso violento e non c’era niente dell’amore e della serenità che secondo Marek doveva avere

Il libro deve molto a una grande ispirazione classica che sembra tenere, quantomeno, le fila stilistiche e narrative. Il bacino a cui attinge Ottessa Moshfegh è quello biblico – la simbologia dell’agnello, lo scagliare la pietra, l’attuazione del perdono e della punizione – fino ad arrivare a toccare elementi di pura tradizione letteraria – la cecità omerica del saggio, il volto oscuro della fiaba, il magico che striscia nel mistero e resta insoluto. Gli ingredienti sono moltissimi e tutti saggiamente gestiti.

Ma la verità è che questo non è un libro per stomaci deboli, o meglio, per menti che vogliono star comode. Lapvona è una favola nera, atroce, cruenta, putrida che si distacca dal presente eppure – come spesso accade – non fa altro che descriverlo, mascherandolo col passato. La lingua è priva di arzigogoli, a favore di immagini secche e disturbanti, piccatissime nel loro essere cinematografiche: l’immaginazione si sazia in ogni sua visionarietà, senza spazi per le interpretazioni, almeno nella concretezza. Un libro che al passo rapido, da cinepresa, fa seguire una bulimia tematica che non lascia scampo, innescando una curiosità continua, pari solo al disgusto di cui, il narratore, è tronfio artefice.

Ora non gli rimaneva più nulla, solo il suo cervello devastato che conteneva frammenti di ricordi, senza parole, piccoli pensieri disperati trasportati insieme all’odore nell’aria. Ricordava Agata e Marek. Ricordava i suoi agnelli. Passava tutto il tempo cercando di ricordare, come se i ricordi potessero dargli nutrimento

C’è tutto da intendere e interpretare: i rapporti di pena e giudizio, piantati con innesti rancidi di esasperate credenze, meccaniche sociali e umane, dissomiglianze genitoriali e filiali. In che forma di essere umano o inumano ti affacci sulla Terra? E se la cecità è l’unica che ha le risposte, Lapvona è un luogo di persone oscurate dal loro vedere, prostrate alla volontà di un dio, di un signore, di un’incuria tipica del pensiero ammansito e ammaestrato – un villaggio di pecore. La religione crolla sotto la guida dei ciarlatani, la povertà non si risolve accarezzando il padrone e chi dovrebbe guardare a un esempio, deve cercare un’altra direzione. Perché, pur non avendo mai conosciuto l’amore, ci sono altri modi di abitare questo mondo e rompere le catene della colpa, la macchia del peccato. O si può solo reiterare il dolore, una volta imparato?

Ma, in fondo, è la condizione dell’agnello che conta qui, ancora un passo fuori dal gregge.

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Conosci l'autrice

Ottessa Moshfegh è un'autrice statunitense. Nata a Boston, scrive romanzi e saggi. Ha pubblicato una novella, McGlue, che ha vinto il Fence Modern Prize e il Believer Book Award. Suoi racconti sono apparsi sulla "Paris Review", sul "New Yorker" e su "Granta". Con Eileen, il suo primo romanzo, ha vinto il PEN/Hemingway Award per l'opera prima ed è stata finalista del National Book Critics Circle Award e del Man Booker Prize. Nel 2019 pubblica con Feltrinelli Il mio anno di riposo e oblio. Nel 2020 esce, sempre per la stessa casa editrice, La morte in mano, nel 2021 Nostalgia di un altro mondo, nel 2023 Lapvona e nel 2024 McGlue.Fonte immagine: sito web Feltrinelli

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