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Questione di razza di Guido Barbujani

La parola ‘fucilato’ non ci dice niente in realtà. Ci hai mai fatto caso?

Con questa provocazione si apre Questione di razza, irriverente romanzo di Guido Barbujani, edito da Solferino. Chi legge, infatti, viene fin da subito chiamato a rispondere della propria empatia di lettore rispetto a un fatto che trova vita, e insieme morte, in una parola (fucilato) cui ci si può sentire estranei.

Un po’ perché il libro è appena cominciato e noi lettori siamo stati presi alla sprovvista, chiamati ex abrupto a rispondere della nostra (in)capacità d’identificazione, dall’altro perché chi viene fucilato, tra le righe, è per noi un perfetto sconosciuto. Per questo, la voce narrante ci invita subito a fare insieme a lei un piccolo esercizio di autocommiserazione.

Questione di razza
Questione di razza Di Guido Barbujani;

Un romanzo sui deliri della storia che si chiude con una preziosa nota scientifica che illustra magistralmente come prima di arrivare a concludere che la razza nell’uomo è una convenzione sociale e non un dato biologico ci siano voluti secoli «di scemenze».

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Bisogna immaginarsi uno come noi, con tanti ricordi e progetti e affetti quanti ne abbiamo noi, a cui tutto il futuro e tutto il passato verranno azzerati da un momento all’altro

La voce narrante, che pure ci rimane sconosciuta per buona parte del romanzo, si prende la briga di accompagnarci in apertura di ogni capitolo, collocandosi in uno spazio che è anche per noi di riflessione, e che si dà il cambio con un uno sguardo onnisciente che invece segue in larga parte lo sviluppo lineare e oggettivo degli eventi.

Ma andiamo con ordine. Cominciamo dalla fine. Perché è proprio sull’epilogo che si apre questo libro, capovolgendo le aspettative di chi, per l’appunto, si accinge a cominciarlo.

«L'inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio» scrive Tiziano Terzani. E non a caso prendo in prestito le parole di uno dei simboli più rinomati del pensiero pacifico per introdurre un romanzo ambientato negli anni violenti del regime fascista in Italia. Il paradosso, infatti, fa tanto parte della Storia (quella della Morante, mi verrebbe da dire) che riguarda tutti, quanto della storia che Barbujani ci racconta con ironia e maestria.

Serio e ironico, tragico e divertente, Questione di razza è il racconto di come una cerchia di scienziati dotati di tutta l'autorevolezza di questo titolo, accettino negli anni ‘30 di contribuire con la loro ricerca alla costruzione di quel clima culturale che condurrà alle leggi razziali del 1938.

Una questione, quella della razza, di cui è il regime a proclamare l’urgenza ma su cui è la scienza che è chiamata (quando non costretta) a pronunciar verdetto.

La difesa della razza
La difesa della razza Di Valentina Pisanty;

Quali sono i pregiudizi che emergono dalla rivista "La difesa della razza", pubblicata sotto l'egida del Ministero della Cultura? Attraverso l'esame dei discorsi dei pensatori razzisti italiani, il testo illumina uno dei momenti più cupi della nostra storia.

In questo scenario si colloca il prefetto Rosario Mormino, spedito a Ferrara dalla Sicilia nel ruolo di rappresentante dello Stato Fascista. Su invito dello stesso direttore, Telesio Interlandi, egli inizia a scrivere per la rivista "La difesa della razza" e in sella alla sua penna, Mormino si fa carico dell’oneroso impegno di combattere «le menzogne, le deformazioni, le falsità che accompagneranno l’affermazione fascista dell’orgoglio razziale, fatale passaggio nella costruzione dell’avvenire del nostro popolo».

Tra la nebbia e le grigie giornate fatte di burocrazia e scartoffie quotidiane, il prefetto viene colto da un'epifania. A furia di trovarsi sempre sotto il naso il «segretario del Fascio» Mantovani, nota improvvisamente una spiccata somiglianza con certe figure ritratte negli affreschi rinascimentali di Palazzo Schifanoia: spalle strette, gambe arcuate, cranio bitorzoluto.

La rivelazione che improvvisamente lo folgora è una: nei tratti fisici di quest'uomo sembra essere inscritto l'archetipo della Razza Padana Orientale. Se non una vera e propria razza, un prototipo di razza ideale. Ma essendo il prefetto più uomo di lettere che di scienza, si vede costretto a cercar sostegno (scientifico) alle sue illuminate tesi.

E la scienza si palesa a Mormino nei panni della signora Silbermann. Capigliatura riccia e ribelle, «sempre in cima alla sua bici», tra i suoi segni particolari, annovera quello di essere ebrea: motivo per il quale era stata sollevata dal suo incarico di insegnante di scienze presso un liceo ferrarese.

Ecco, dunque, il paradosso di come un tiepido fascista quale era il prefetto Rosario Mormino decide di reclutare Tatiana Silbermann, ex docente di scienze, ebrea di origini russe, per poter pubblicare le sue teorie antisemite su "La difesa della razza". A servizio, dunque, di quello stesso regime che l’aveva costretta a guadagnarsi da vivere in questo modo, praticamente scrivendo la propria condanna a morte.

Tra i due personaggi, si instaura via via un rapporto di crescente dipendenza che raggiunge il suo climax nella stesura di un romanzo finale, dall'ambizioso proposito di dare la luce a un’ultima e definitiva dichiarazione scientifica delle verità sulla teoria antisemita. Il successo di queste teorie varrà a Mormino il riconoscimento di «nuovo interprete della tradizione razzista ferrarese».

Ma stiamo scherzando? Lei vuol farci credere che un libro come questo, un guazzabuglio di antisemitismo e della peggiore propaganda di Regime, col suo nome stampato sopra, e che lei si porta dietro anche quando ne va della sua vita, non l’ha scritto lei? E per di più l’avrebbe scritto un’ebrea, e russa?

L'anonimo “fucilato” dell'inizio prende alla fine il nome di Tatiana. La signora Silbermann, infatti, finirà bersaglio del fucile del ras fascista di Ferrara mentre, dal canto suo, il prefetto sarà condannato per tutti gli anni a venire ad uno sconfinato senso di colpa. Anche quando la Storia entrerà in scena innescando una brusca inversione del senso di marcia.

Ferrara, liberata, si metterà alle calcagna di quelle stesse ideologie fino ad allora sostenute, promosse e finanziate, costringendone i sostenitori a darsela a gambe. Sottoposto a interrogatorio e chiamato a rispondere del contenuto dichiaratamente antisemita delle pagine del suo libro, Mormino prende coscienza della futilità e della cecità che lo avevan guidato al tempo in quell’impresa visionaria.

Di quelle teorie non m’importa più, avrebbe potuto aggiungere, senza dir bugie. C’è stato un periodo, più di un anno, nel quale, si può dire, vivevo per quello. Un vero vanaglorioso. Ma è stato tanto tempo fa. Ed ero un fesso. Solo che per accorgermene ho dovuto praticamente far fucilare una donna.

In uno scenario storico perfettamente ricostruito, i personaggi sono caricature di sé stesse, nonché verosimili attori di una messinscena grottesca di cui si fa teatro l'Italia negli anni del regime, così gelosa della propria genetica e disposta a tutto per difenderla. "Autore di razza" come l'ha definito ironicamente qualcuno, Guido Barbujani è scienziato genetista e docente all'Università di Ferrara. Come scrittore, perciò, si muove in costante equilibrio tra narrativa e scienza.

Ed è forse proprio grazie a questa estrema sensibilità storico-scientifica, che le storie dei personaggi che s’intrecciano in Questione di razza ci appaiono così lontane e insieme così vicine, così anonime eppure così famigliari, così diverse e infine così simili nell’epilogo: in fondo tutte destinate, in un modo o nell’altro, a scomparire.

Scriverne significa restituirle alla memoria, personale e storica, per sempre.

La parola ‘fucilato’ in realtà non ci dice niente, ma tutti noi, più volte, lei compresa, abbiamo perso qualcuno o qualcosa a cui temevamo moltissimo, e ripensarci, ripensare a tutti i commiati di una vita, può forse portarci a sfiorare per un attimo queste persone tanto diverse da noi, tanto lontane, i fucilati. Bisogna immaginarsi uno come noi, con tanti ricordi quanti ne abbiamo noi, nel momento in cui, a poca distanza da una raffica che li azzererà dal primo all’ultimo, scopre con illimitato stupore quante cose ha ancora da fare, quanti pensieri non ha fatto in tempo a completare e a condividere.

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La posta della redazione

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Conosci l'autrice

Ha lavorato nelle Università di Padova, Bologna, State of New York a Stony Brook e Londra, attualmente insegna Genetica all’Università di Ferrara. Tra i suoi libri, Questione di razza (2003), Dilettanti. Quattro viaggi nei dintorni di Charles Darwin (2004) e, con Pietro Cheli, Sono razzista ma sto cercando di smettere (2008), Europei senza se e senza ma (2008).Nel 2007 con il saggio L'invenzione delle razze vince il quinto Premio letterario Merck Serono, premio dedicato a saggi e romanzi pubblicati in italiano, che sviluppino un confronto ed un intreccio tra scienza e letteratura.

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