Luce sulla Storia

La frontiera interiore. Il viaggio di Alexander Langer

Illustrazione di Emmanuelle Houdart tratto dal libro " Il mio pianeta ", Logos, 2017

Illustrazione di Emmanuelle Houdart tratto dal libro " Il mio pianeta ", Logos, 2017

Nel 1981, Alexander Langer si rifiuta di dichiarare la propria appartenenza, italiana o tedesca, al censimento etnico in Alto-Adige, definendo questa pratica una “schedatura etnica” e ritenendo che possano accelerare ulteriormente i processi di separazione e di contrapposizione tra le due etnie. Questo meccanismo ingabbia ciascuno nel proprio “recinto etnico”, scrive Langer, il quale non si capacita di “tanta cecità, tanta noncuranza, tanta confusione tra giuste esigenze di autonomia e di tutela delle minoranze e pericolosi intruppamenti etnici”.

Alexander Langer, nato nel 1946 a Sterzing/Vipiteno, figlio di un medico viennese di origini ebraiche e di una farmacista tirolese, proprio per volere dei genitori, cresce perfettamente bilingue. Cresciuto nel contesto di frequenti tensioni interetniche in Alto-Adige, il suo bilinguismo lo renderà particolarmente sensibile alla questione. Come racconta in un articolo autobiografico del 1986, già da bambino Langer chiede a sua madre: "Perché noi non odiamo gli italiani?", con quel noi che sottolinea come la sua famiglia fosse quasi un’eccezione.

Eletto parlamentare europeo nel 1989, nel 1991 reitera il suo rifiuto e firma, insieme ad altri cittadini, un appello contro il nuovo censimento in Alto-Adige.

Questo nuovo gesto in controtendenza, coerente con tutto il suo percorso, questa volta gli si ritorcerà contro e si metterà in mezzo alla sua carriera politica. Nel 1995, infatti, la sua candidatura a sindaco di Bolzano viene respinta proprio per il suo rifiuto di dichiarare una appartenenza etnica nel censimento.

Quel processo di dissenso e questo esito non riguardano solo il campo dell’identità “per nascita”, ma anche quello della piattaforma politica intorno a cui dare forma a un’idea di futuro. 

Questo profilo di pensiero e di mentalità ritorna in quel tempo quando Langer interviene, con altrettanta radicalità e con la stessa carica “spiazzante” in tema di appartenenze, sulla questione ambientale.

Pensare “verde” significa aprire il presente scegliendo come punto forte il dissenso rispetto a tutti i luoghi comuni che fondano le politiche: a destra, a sinistra, nelle culture dei movimenti, nel rapporto tra individuo e cosa pubblica.

Il primo seme di quel dissenso consiste nel dichiarare che non c’è un vocabolario che si eredita dal passato e che nessuno “è salvo”, ma che si tratta di rifondare una politica, stabilire un cartello di priorità, ritrovare un progetto.

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