Sapore di sala

Locarno Film Festival

©Locarno Film Festival / Ti-Press.

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E sono settantacinque gli anni del Festival di Locarno, che però non perde nulla della lucentezza dei suoi colori leopardati. Anche quest’anno, il giallo e il nero addobbano ogni angolo della placida cittadina svizzera che affaccia sul Lago Maggiore e che è nel pieno dell’evento. Il festival, che si è aperto il 3 agosto, sta per concludersi con l’assegnazione del tradizionale Pardo d’oro ed è tornato nel 2022 a vivere con la passione di un tempo il suo teatro più famoso, quello della Piazza Grande dove si tengono ogni sera proiezioni all’aperto capaci di accogliere fino a 8000 persone.

Clima di villeggiatura, montagne e lago a fare da cornice, tanti turisti ma anche un cruciale snodo per gli incontri dell’industria del cinema tra Germania, Francia e Italia: a Locarno si ondeggia tra una dimensione locale e una internazionale, con la stessa facilità con cui si va a fare il bagno oggi e a godersi un’escursione domani. Il festival è per il secondo anno sotto la guida di Giona A. Nazzaro, brillante critico italiano che è subentrato all’altro grande direttore nostrano Carlo Chatrian, trasferitosi alla Berlinale. Nel cambio, dopo l’assestamento dell’annata 2021 post-pandemia, Locarno sembra essersi riscoperta pop e giocosa, sicuramente più eterogenea dopo anni in cui si era costruita una credibilità preziosa fatta di cinefilia dura e pura.

L’occhio al cinema popolare americano però c’è sempre stato, e si conferma quest’anno con l’apertura action cinetica di Bullet Train con Brad Pitt. Ideale per soddisfare il palato collettivo di Piazza Grande e infondere un senso di eccitazione nel festival che si apre, anche se forse non indicativo dell’anima più autentica di Locarno. Una sorte che ha accomunato tutte le produzioni più di spicco e i volti dei divi più riconoscibili. Anche Juliette Binoche, in un inedito ruolo di camionista sulle strade dell’America profonda, non ha convinto in Paradise Highway, e lo stesso è valso per l’adattamento cinematografico del libro “romance” di buon successo La ragazza della palude, che si è avvalso anche della presenza della giovane stella Daisy Edgar-Jones.

E allora meglio guardare ai film italiani, che hanno offerto uno spaccato interessante delle produzioni nostrane. Il versante commedia è stato impreziosito dalla diversità e originalità de Il pataffio di Francesco Lagi, un’avventura medievale stracciona che richiama L’armata brancaleone e mette insieme fior di talenti comici (Tirabassi, Mastandrea, Gassman, Musella). Il genere del dramma puro, quasi un neo-western, ha proposto Delta di Michele Vannucci, una storia tesa di caccia all’uomo ambientata nel mondo della pesca illegale sul delta del Po. E sempre per le proposte che non si trovano spesso nei nostri cinema, Gigi la legge è un ibrido documentario-finzione su un poliziotto di provincia che viaggia tra il reale e il surreale.

Numerosi i personaggi venuti in visita a Locarno in questi giorni a cui sono stati conferiti dei premi e che hanno incontrato il pubblico, dai divi Matt Dillon a Aaron Taylor-Johnson fino a registi del calibro di Costa-Gavras e Kelly Reichardt. Simboli di un cinema arthouse che ancora resiste, e che a Locarno trova sempre un ambiente amico. Ce lo ricorda anche la serie di corti Postcards from the future commissionati dal festival a un gruppo di registi celebri, e proiettati prima dei film di quest’anno, con alcune idee molto carine sul futuro del cinema e sul rapporto umano con la città. Ne ha realizzato uno perfino Aleksandr Sokurov, a corredo del suo film Skazka che immagina Hitler, Stalin e Mussolini a colloquio in purgatorio. Un titolo forte del concorso per un veterano del cinema, che qui compete con autori giovani e nuove rivelazioni.

Tra le sorprese della sezione Concorso Internazionale si annoverano il portoghese-angolano Nação Valente di Carlos Conceição, con il suo trattato militare su storia e colonialismo, e lo sconvolgente Bowling Saturne della francese Patricia Mazuy, che con un paio di scene molto controverse ha riacceso il dibattito su fin dove debba spingersi il cinema d’autore.

La risposta non la troveremo mai, ma Locarno rimane il posto giusto per continuare a parlarne.

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