Sotto le copertine

Aspettando Francoforte con Theo Collier

SE UNA MATTINA D’OTTOBRE UN VIAGGIATORE

Tutti a Francoforte: dal 19 al 23 ottobre l’editoria internazionale torna a riunirsi in modalità tradizionale. Theo Collier, responsabile ufficio diritti di Feltrinelli, ci racconta la sua Buchmesse.

Maremosso: Theo Collier, dal 2011 sei a capo dell’ufficio diritti Feltrinelli. In cosa consiste il tuo lavoro?

Theo Collier: Le attività dell’ufficio diritti di un editore si possono suddividere in due macro-aree. Da un lato abbiamo l’acquisizione di diritti, che implica la mia partecipazione al fianco del comparto editoriale e la negoziazione con agenti, autori ed editori. Questa avviene a livello globale – per titoli sia italiani che stranieri – e sfocia nella stesura di un contratto che noi mettiamo a punto. Tutta questa attività ricade sotto il macro-ombrello delle acquisizioni. Gestiamo un budget annuale che comprende i diritti delle opere, ma anche delle traduzioni, illustrazioni, curatele e di altri eventuali diritti accessori. La seconda macro-area che mi vede coinvolto, insieme ai miei collaboratori, è quella delle cessioni: in questo caso si vendono i diritti di pubblicazione alle case editrici straniere, oppure si cedono a una casa di produzione per un adattamento cinematografico o per la trasposizione in un audiolibro. A questo si aggiunge tutta una serie di richieste per la pubblicazione, per esempio su una testata giornalistica o su un’antologia scolastica. Nel caso degli audiolibri, ricadono sotto il mio ufficio anche le questioni legate alla produzione e alla distribuzione
Infine – non è così in tutte le case editrici – ma in Feltrinelli il mio ruolo prevede anche la supervisione della relazione con gli autori dal punto di vista amministrativo: mi devo sincerare che ricevano quanto è loro dovuto, e nei tempi giusti.

MM: È molto cambiata la tua professione nel corso degli anni?

TC: La struttura di fondo non credo sia molto cambiata. In compenso, dal punto di vista dei contenuti, l’evoluzione è stata radicale: l’arrivo dei nuovi media e delle nuove tecnologie ha inevitabilmente chiamato in causa diverse problematiche legate ai diritti. C’è stato un periodo, circa quindici anni fa, in cui l’intera comunità di addetti ai lavori non parlava che di eBook e pubblicazioni digitali. Questa conversazione si è oggi spostata sugli audiolibri, sui podcast, nonché sulle relative modalità di distribuzione. Siamo di fronte a un modello basato sugli abbonamenti, completamente diverso da quello fondato sulle royalties, il tradizionale contratto in cui a ogni copia venduta corrispondeva una determinata percentuale di guadagno. Tutte le innovazioni di questo tipo sono ottimi spunti di confronto per gli operatori del settore: le nuove tecnologie ci spingono a interrogarci su come conciliare la tutela del diritto d’autore pur garantendo la disponibilità e la diffusione delle opere e mantenendo intatti i flussi di profitto.

MM: E a Francoforte? Le risorse ed energie dell’ufficio diritti sono impiegate in modo diverso rispetto alle attività nel resto dell’anno? 

TC: Faccio una premessa. Come tutti gli editori del mondo, Feltrinelli ha come core business la pubblicazione di libri in lingua italiana, non la vendita dei diritti, che è un aspetto importante ma subordinato, per lo meno in termini di fatturato, all’obiettivo primario della pubblicazione. Durante l’anno, la nostra attività principale ruota quindi intorno alle acquisizioni, anche se naturalmente lavoriamo sempre anche alle cessioni. A Francoforte, tuttavia, in prima linea sul fronte delle acquisizioni ci sono gli editor, che incontrano agenti ed editori stranieri per sentire da loro quali sono le novità e i titoli più interessanti del panorama internazionale da portare nel nostro catalogo. Aggiungo per inciso che da questo punto di vista è preziosa anche la consulenza degli scout, che operano per conto nostro – editor e ufficio diritti – una preziosa preselezione. In fiera io entro in gioco nel momento in cui un editor sta decidendo di fare un’offerta per un libro. Per il resto, diversamente da ciò che accade durante l’anno, a Francoforte il mio team si dedica al 100% alla vendita dei foreign rights, quindi dei diritti che abbiamo acquisito in precedenza e che sono presenti nel catalogo Feltrinelli e Marsilio. A livello pratico, significa preparare un listino chiaro e aggiornato per presentare i nostri titoli agli editori internazionali, cercando di essere più convincenti possibili con un buon pitch, come si dice in gergo. La fiera è un appuntamento imprescindibile anche per la vendita dei diritti.

MM: Era un interrogativo che girava già da diversi anni, e che durante la pandemia è parso tremendamente attuale: ha senso investire così tanti soldi e così tanta energia per mettere in piedi una giostra immensa, quando potremmo benissimo darci dei comodi appuntamenti su Zoom? Ti stupisce vedere che tutto sommato non è cambiato nulla? A questo punto dobbiamo immaginare che il format resterà invariato ancora per molti anni?

TC: Buona domanda.
Francamente non credo di saper rispondere. Come sarà la fiera tra cinque, dieci, quindici anni? Non ne ho idea. Posso dire che questi due anni di assenza, per uno come me – che a Francoforte è andato ogni anno per tanti anni – sono stati decisamente strani. E aggiungo: non del tutto spiacevoli… (sorride). Scherzi a parte, credo davvero che la maggior parte degli addetti ai lavori sia molto contenta di ritrovare il buon vecchio modo di lavorare che abbiamo dovuto accantonare durante la pandemia.

MM: Sulla bandella della commedia-memoir che Matteo Codignola ha dedicato alla Buchmesse, Cose da fare a Francoforte quando sei morto, si legge: “La Fiera di Francoforte viene spesso raccontata – o, meglio, immaginata – come una specie di festa mobile vagamente esoterica, dove, in un tintinnio di calici, e a volte in un fruscio di lenzuola, signore e signori molto lungimiranti decidono cosa il pubblico dovrà comprare e leggere (soprattutto comprare) nei dodici mesi successivi”. Ti ritrovi in questa descrizione?

TC: Sì, si sente spesso parlare di una Francoforte del passato dalle atmosfere molto glamour, paragonabili alla Paris Fashion Week o alla Mostra del Cinema di Venezia. Confesso che la mia esperienza della Buchmesse è piuttosto diversa. Anche i famosi contratti firmati davanti a un bicchiere di brandy all’Hessicher Hof non fanno tanto parte del mio vissuto. Credo che rispetto al passato oggi ci sia molta più prudenza, più attenzione alle spese, soprattutto in Italia, dove il mercato editoriale ha subito un’importante riorganizzazione, che si è tradotta, fra le altre cose, nella fusione fra i due giganti Mondadori e Rizzoli. Di conseguenza gli editori sono più cauti. Sono finiti i tempi delle serate dispendiose e degli anticipi da capogiro. Resta comunque il fatto che parlare d’affari de visu e non attraverso uno schermo ha un valore aggiunto innegabile. A me personalmente piace moltissimo andare a trovare gli editori nelle loro sedi: se vai a New York ed entri negli uffici di New Directions, Penguin Random House o Simon&Schuster – solo per dirne qualcuno – ti fai davvero un’idea del tipo di editore che è, di quale sia la sua visione. Nel mio mondo lavorativo ideale, io salterei da un aereo all’altro e passerei il tempo fra Parigi, New York, Amsterdam, Barcellona e tutte le altre grandi città del mondo per incontrare gli editori nel loro habitat naturale. Diciamo che la Fiera di Francoforte è la versione ragionevole di questo sogno: consente di ricreare lo stesso tipo di esperienza, anche se in circostanze artificiali. Gli editori si presentano con uno stand in cui espongono le loro pubblicazioni, e le differenze fra due editori come, per fare un esempio, Adelphi e Harper Collins, si possono cogliere facilmente  anche in quel contesto. Certo, come ambiente lavorativo si potrebbe sperare in qualcosa di un po’ meno alienante… Ogni anno, in una fredda mattina di ottobre, il fior fiore dell’editoria italiana si mette in fila al check-in di Linate con un’espressione sul volto che dice chiaramente: ma perché non si fa a Capri, la Buchmesse? Comunque, una volta superato lo sconforto iniziale, sono convinto che valga la pena.

© Archivio Giangiacomo Feltrinelli Editore

MM: Sempre stando alla vulgata, alla Buchmesse gli operatori del settore si auto-infliggono un’agenda fittissima. Gli appuntamenti di mezz’ora ciascuno si susseguono senza un attimo di respiro. Viene in mente il titolo del film di Pollack Non si uccidono così anche i cavalli? (tratto dall’omonimo romanzo di Horace McCoy). È davvero così o è anche questa un po’ una leggenda?

TC: No, in questo caso confermo. È così. Soprattutto per chi vende i diritti, l’obiettivo è incontrare più persone possibili. Alla fiera si riunisce tutto il mercato globale, quindi il potenziale è enorme. Per ogni area geografica o linguistica ci possono essere decine di editori interessati. E quindi la cosa più sensata è tentare di moltiplicare le occasioni di scambio e incontro: il modo più efficace per farlo è riempire la giornata di appuntamenti di mezz’ora ciascuno. Ma si riesce a fare tanto, in mezz’ora.
Di solito sono persone che si conoscono già, e possono andare dritte al sodo senza troppi convenevoli.
E poi si può sempre decidere di attardarsi un po’ di più, o di andare a pranzo insieme.
È vero che è un po’ stressante, ma con un po’ di allenamento si impara a rendere gli incontri produttivi nonostante il poco tempo a disposizione. Alcuni sono particolarmente bravi a dire di un libro “abbastanza ma non troppo” e a suscitare la curiosità dell’interlocutore. È bello, poi, quando riesci davvero a conoscere il gusto e gli interessi della persona con cui stai parlando, quando si crea quella lunghezza d’onda per cui ci si capisce al volo. Se un collega di Suhrkamp o Anagrama mi parla con entusiasmo di un libro, quell’entusiasmo vale infinitamente più di qualsiasi esposizione della trama
Ogni anno, per esempio, si tiene una cena a cui partecipano molti editori – Gallimard, Hanser, Anagrama e tanti altri. Spesso è in questi contesti che prendono vita le idee più interessanti. È anche fisiologico: all’inizio del mio percorso professionale lavoravo tantissimo per preparare i miei pitch sui libri, mentre oggi, con un po’ più di esperienza alle spalle, tendo più che altro a confrontarmi con i colleghi di altre realtà sulle questioni strategiche più attuali, a partire dalla distribuzione, le cui sfide riguardano tutti gli editori del mondo.

MM: Che ricordi hai della tua prima Fiera?

TC: Era il 2004. A essere sincero temo di non avere praticamente alcun ricordo. Avevo iniziato da poco, lavoravo per una grande agenzia con un catalogo estremamente ricco che non conoscevo ancora in modo approfondito e fin dalla fase di preparazione la fiera mi richiese moltissimo impegno. Alloggiavo in uno di quei Business Hotel tristemente anonimi, a due passi dalla fiera, e dividevo il mio tempo fra il Rights Center, l’Hotel e il Frankfurter Hof. A dire la verità, non è che oggi sia tanto diverso. Ogni anno mi ripropongo di inserire nel programma della settimana una qualche esperienza gastronomica o culturale, o un pellegrinaggio intellettuale sulle tracce di Theodor Adorno o Walter Benjamin, ma inevitabilmente gli ingranaggi della fiera ti travolgono.        

MM: Un momento particolarmente intenso è la notizia del Premio Nobel, quando cade in quei giorni... 

TC: Sì, coincide spesso con la settimana di Francoforte (non quest’anno: l’annuncio di Annie Ernaux è stato dato il 6 ottobre 2022, ndr) e quando succede i corridoi della fiera si riempiono di un’atmosfera davvero speciale. Non di rado viene premiato il lavoro di editori che pubblicano da anni, con convinzione e caparbietà, autori non tanto conosciuti e poco commerciali. Vedere premiato il loro lavoro è gratificante per tutti. Infatti il Nobel è un momento unico per l’editoria, che porta con sé una ventata di euforia contagiosa per tutti i players del mercato, non solo per chi è direttamente coinvolto. Certo, se torniamo a quel volo in partenza da Linate di cui parlavi prima, con a bordo il fior fiore dell’editoria, è facile immaginare che la speranza di vincere il premio par excellence alberghi nel cuore di molti passeggeri… 
Era senz’altro vero per Inge Feltrinelli, per cui la Buchmesse rappresentava un momento unico, imperdibile. Lei si raccomandava sempre di far mettere in fresco qualche bottiglia di prosecco. Just in case.

MM: Ci sono state annate che ti hanno segnato in modo particolare?

TC: Una domanda che faccio spesso ai colleghi che incontro in fiera è «qual è il libro più bello che hai letto quest’anno?». Lo faccio anche per prendere un po’ le distanze dalla maratona della compravendita e parlare di libri in modo un po’ più spontaneo. Ci fu un anno in cui ben tre persone mi indicarono senza esitazione il libro Congo, di David Van Reybrouck. Un volume di 700 pagine, scritto in fiammingo. Lo stesso anno si parlava molto della serie di sei libri di Karl Ove Knausgard, che il suo agente vendeva – giustamente – tutti in blocco. Entrambi i progetti sfidavano l’ortodossia editoriale da molti punti di vista, non foss’altro che per l’esorbitante costo della carta che occorreva essere pronti a sostenere. Andò a finire che comprammo i diritti per tutti e due gli autori, e in entrambi i casi fu un grande successo. 
Sul fronte delle vendite, invece, uno dei momenti più entusiasmanti da quando sono in Feltrinelli fu per il libro di Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura. Anche se il famoso “libro della fiera” di cui si parla ogni anno per me è una chimera, possiamo dire che per gli editori interessati al mercato italiano, nel 2013 il libro della fiera fu proprio quello. Non era nemmeno ancora uscito in Italia, eppure già a Francoforte vendemmo i diritti a un paio di editori: fu l’inizio di un’avventura che portò il romanzo alla traduzione in venticinque lingue.

MM: Come accennavi, il nome di Inge Feltrinelli è molto associato alla Buchmesse. In quel contesto era davvero nel suo elemento.

TC: È il motivo per cui quella del 2018 è un’edizione di cui conservo un ricordo speciale. Inge Feltrinelli era morta poche settimane prima ed essere a Francoforte senza di lei sembrava impossibile. Ricordo che avevamo stampato una sua bellissima gigantografia con la scritta «I libri sono tutto. I libri sono la vita». Quell’anno venne in fiera anche mia moglie Lisa (Halliday, autrice del romanzo Asimmetria pubblicato da Feltrinelli, ndr) insieme a mia figlia Stella, che allora aveva poco più di un anno. Ho uno scatto – davvero fortunato – di Stella con il poster Inge Feltrinelli sullo sfondo. Fu inevitabile pensare, e con una certa commozione, all’idea del tempo che passa e al passaggio generazionale.

MM: Tu lavori nell’editoria da tanti anni ormai, è sempre stato questo il tuo sogno?

TC: Chiunque senta di avere una vocazione è una persona molto fortunata.
È stato così per mio padre, per esempio, che ha capito da giovanissimo di voler fare l’insegnante, o per alcuni miei amici. Ma non è stato il mio caso. Sì, ho studiato letteratura e mi attirava in generale il mondo dell’arte e della cultura. Ma la mia grande passione – tutt’ora quasi un’ossessione – è sempre stato il cricket.
Il mio primissimo lavoro fu per una casa di produzione televisiva specializzata nello sport, che mi mandò a seguire il cricket nelle West Indies. Il campionato veniva trasmesso dal vivo nel Regno Unito e in altri paesi del mondo, e per seguire la produzione passavo da un’isola all’altra dei Caraibi.
Tornai a casa nella primavera del 2003, e i produttori mi dissero che avrei dovuto aspettare la successiva stagione prima di ricevere un nuovo incarico. Dovetti quindi cercarmi un lavoro.
Andai sul sito dell’università e mi candidai per tre o quattro posizioni, in modo piuttosto casuale. Era un venerdì pomeriggio. Il lunedì successivo ricevetti una chiamata – a essere sincero, non capii nemmeno bene chi fosse la persona al telefono – e fui convocato per un colloquio, per poi essere assunto poco tempo dopo. Qualche volta mi capita ancora di chiedermi come sarebbe la mia vita se avessi continuato a frequentare le splendide spiagge delle Barbados anziché i corridoi bui della Frankfurter Buchmesse.

MM: E che risposta ti dai?

TC: La verità è che sono molto felice di lavorare nell’editoria. Sono circondato da persone che stimo, e le occasioni di incontrare persone straordinarie sono tantissime. E in generale, il fatto di trovarmi professionalmente nel punto di intersezione fra creatività e aspetti commerciali, è una grande fortuna. Non smette mai di affascinarmi.

MM: Parliamo delle tue letture, non necessariamente quelle più recenti.

TC: Un libro a cui sono legato in modo particolare è Seta di Alessandro Baricco. Fu la mia prima “vendita”! Ne acquistò i diritti per la Lituania un editore di Vilnius, nell’estate del 2003. 
Un altro autore importante per me, sempre collegato a un episodio lavorativo, è W.G Sebald. In quel famoso colloquio con l’agenzia Wylie, quando mi chiesero delle mie letture parlai a lungo di Austerlitz e de Gli anelli di Saturno, senza nemmeno sapere che Sebald era rappresentato proprio da Wylie. 
Consiglio anche Dancer, un romanzo di Colum McCann ispirato alla vita di Rudol’f Nureev. Ma non la definirei una biografia: la vita del ballerino è un pretesto per raccontare le straordinarie atmosfere di quegli anni. È un libro che consiglio spesso e con molta convinzione, e che Feltrinelli ripubblicherà a novembre con il titolo La sua danza. Infine, con mia moglie ci siamo trovati recentemente a parlare di Alba De Céspedes, che sta per essere ripubblicata negli Stati Uniti. A Lisa è stato chiesto di scrivere una frase per la quarta di copertina. Per associazione ho pensato a Sibilla Aleramo e al suo libro Una donna, che sta vivendo una vera e propria renaissance, anche grazie a Penguin Modern Classics che lo ha da poco pubblicato. Il libro, i cui diritti sono di Feltrinelli, uscirà nei prossimi due o tre anni in molti altri paesi.

MM: Non ci resta che augurare a te e ai tuoi colleghi una buona Francoforte. Hai già preparato un tuo kit di sopravvivenza?

TC: Più che altro ho in mente una colonna sonora che so mi accompagnerà: l’album Black Acid Soul di Lady Blackbird.

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