Passato di letture

Riscrivere il mito di sé

Illustrazione di Gabriel Pacheco tratto dal libro "Barbablù", Logos 2018

Illustrazione di Gabriel Pacheco tratto dal libro "Barbablù", Logos 2018

La prima cosa che salta all’occhio è che è bello: grazie alla cura per le copertine dell’editore Keller questo saggio su due secoli abbondanti di storia europea è un libro che si fa ammirare. L’immagine di Francesco Giuseppe a cavallo è circondata da una fantasia floreale in toni di grigio che non si farebbe fatica a vedere alle pareti di uno dei tanti uffici della vetusta burocrazia asburgica: un richiamo visivo prezioso.

Ma L’Impero asburgico. Una nuova storia (Keller 2021) di Pieter M. Judson è un bel libro soprattutto al di là della copertina. È il tentativo di smontare uno dei luoghi comuni più consolidati della vulgata storica del Novecento: quello dell’Austria-Ungheria come soggetto anacronistico, una “prigione dei popoli” che si dibatte nel tentativo di far sopravvivere il proprio carattere premoderno, incalzata dalla modernità degli stati-nazione.

L' Impero asburgico. Una nuova storia

Judson racconta le vicende di uno dei più potenti e ampi regni europei dal Settecento fino alla sua dissoluzione, al termine della Prima guerra mondiale, in una narrazione che sa far convivere storia, politica e vita quotidiana delle popolazioni che abitavano in territori molto distanti tra loro.

Un’idea che Judson rivede attraverso un’analisi che parte dal Settecento, con Maria Teresa che getta le basi di quello che poi diverrà il moderno stato austriaco, passando per lo shock della fine del Sacro Romano Impero e di una famiglia, gli Asburgo, che deve reinventare sé stessa e i propri domini secondo canoni nuovi e arriva fino al lungo regno del sovrano icona di questo stato: quel Francesco Giuseppe assurto già in vita a simbolo non solo di un impero, ma di un modello statale diverso e non per questo meno funzionale degli esempi nazionalisti che lo attorniavano.

L'Austria è il secondo paese d'Europa per estensione e popolazione, la cui storia secolare non può essere ridotta al paradigma del conflitto tra popoli e nazionalità, e questo l'autore lo sottolinea più volte. In alcuni punti del testo però il problema di dover sintetizzare il fatto che la monarchia asburgica non fu solo scontro di nazioni porta la narrazione ad occuparsi molto proprio dei conflitti nazionali.

Si tratta della storia di una potenza che, affrontando tutti i problemi dell’evoluzione della modernità, si occupa anche di gestire, spesso con successo, le più varie spinte centrifughe, per sopravvivere. Un libro che parla di un impero “normale”.

 

NON LEGGETELO se l’immagine dell’impero asburgico che avete viene dai film sulla principessa Sissi. Non fu tutto crinoline e strüdel, il trono degli Asburgo.

NON LEGGETELO se siete convinti dell’inevitabilità dei processi storici, secondo cui al Settecento illuminista segue il lungo Ottocento degli stati Nazione: la storia austriaca è lì a testimoniare altro.

NON LEGGETELO se siete amanti delle vecchie piccole patrie e volete contrapporre alla retorica dell’oggi un enigmatico “si stava meglio quando si stava peggio”: la Storia, e l’impero degli Asburgo ne è un esempio, è più complessa di così.

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