Luce sulla Storia

Maria Grazia Cutuli

Illustrazione di Lorenzo Mattotti tratto dal libro "Stigmate", Logos, 2018

Illustrazione di Lorenzo Mattotti tratto dal libro "Stigmate", Logos, 2018

Ha trentanove anni Maria Grazia Cutuli quando muore per un attentato in Afghanistan, a Sarobi, sulla strada fra Jalalabad e Kabul. Con lei muoiono tre colleghi: lo spagnolo Julio Fuentes di «El Mundo» e due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari. L’attentato è opera dei talebani, il cui governo a Kabul è appena caduto.

Cosa sta accadendo? È in corso da sei settimane la guerra che il 7 ottobre Stati Uniti e Gran Bretagna hanno deciso di portare in Afghanistan, in reazione alla mancata consegna dei responsabili dell’attacco alla Twin Towers, dell’11 settembre. Ficca il naso, indaga e traccia le due rette parallele di quella che si delinea come una “sporca guerra”: da una parte Bush e le ragioni per cui ha voluto la guerra; dall’altra i talebani oscurantisti, signori e padroni di un territorio senza pace, nel quale sono soppresse anche le più elementari forme di libertà. La guerra che si è conclusa il 15 agosto 2021 con il ritiro delle truppe americane e la caduta di Kabul.

Quel giorno non cade solo una donna ma anche una certa idea di giornalismo, di un giornalismo che “vuole andare a vedere”, che va nei luoghi in cui i fatti si svolgono anche a costo della vita. Come scrive David Bidussa, nell’ultimo secolo l’inviato di guerra non si limita a descrivere la “guerra-battaglia” ma descrive la “guerra-sistema”: “mette a nudo i sistemi politici, le strutture economiche, le credenze culturali che intorno alla guerra si muovono e che definiscono il senso della politica”.

Maria Grazia Cutuli e i molti altri giornalisti che in questo ultimo mezzo secolo hanno provato a raccontare l’esperienza traumatica della guerra hanno capito che si tratta spesso di costruire una controinchiesta su violenza, affari, crimini, interessi. Una controinchiesta per chiedere che i responsabili rispondano a un’opinione pubblica ora informata.

Perché rischiare? Per fare il proprio dovere, quello di informare. Anche a costo della vita. Prima di Maria Grazia, abbiamo assistito a un’altra morte atroce in Africa, a Mogadiscio. Era il 1994 e nonostante l’esperienza sul campo, anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin trovarono la morte per le strade di Mogadiscio. Ilaria come Maria Grazia sentiva forte il dovere di informare: “è la storia della mia vita, devo concludere, devo fare, voglio mettere la parola fine”, aveva detto al suo collega Calvi mentre cercava di convincerlo a partire. “Così decise di affrontare quel settimo viaggio, l’ultimo”, scrive la giornalista Serena Marotta, “come Ilaria anche Maria Grazia ha insistito per restare in Afghanistan e raccontare ciò che aveva scoperto”.

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