Matilde, la nostra amica geniale

Illustrazione di Ana Maria Filipeanu, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Illustrazione di Ana Maria Filipeanu, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Immaginate di camminare per i vicoli, i fondaci, gli anfratti cupi mai sfiorati dal sole nel ventre della Napoli di fine Ottocento. O meglio, fate conto di guardare la città come se i vostri occhi fossero quelli di una telecamera sulla spalla di qualcuno che ve ne mostrasse le fogne a cielo aperto, i luridi bassi dove si viveva ammassati a decine, le pozzanghere fetide da schivare. Bene, quel qualcuno è Matilde Serao, la prima giornalista italiana ad aver fondato e diretto quotidiani, la telecamera è lo straordinario reportage che scrisse quasi in presa diretta durante il colera del 1884, che a Napoli fece 7994 vittime. E i suoi formidabili articoli, apparsi a puntate su una rivista romana e poi raccolti in un libro uscito da Treves, Il ventre di Napoli, resero possibile ciò che ogni giornalista si augura. Con un incipit audace e modernissimo (“Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli… e se non lo conosce il governo, chi deve conoscerlo?”) lasciarono un triplice segno potente: propiziarono l’inchiesta Saredo sulla corruzione, poi lo sventramento dei quartieri degradati e malsani, poi la prima Legge Speciale per il Sud. Voluta da Francesco Saverio Nitti, con l’insediamento dell’Ilva. 

E allora. Ci sono molte ragioni perché ognuna delle 15mila giornaliste oggi attive in Italia debba considerarsi debitrice di donna Matilde. La più sostanziale: avrebbe potuto crogiolarsi nel successo letterario per romanzi in verità non eccelsi ma popolarissimi come Il paese di cuccagna o La virtù di Cecchina. Invece fu la prima a “pensare” sé stessa come una giornalista. Così, e non scrittrice, si definiva con orgoglio, rompendo la declinazione esclusivamente maschile del termine, riconoscendosi nella “febbre talvolta bruciante”, nel “soave e imperioso male dello spirito che quel mestiere comportava”. Fu Napoli il luogo da cui lanciò la sua sfida al cielo di un mondo da sempre maschile, come co-fondatrice del Mattino nel 1892, fianco a fianco con quello Scarfoglio cui si legò in un inedito sodalizio sentimental-professionale.

Illustrazione di Caterina Gallo, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Non era bella, Matilde, tutt’altro: testone lanoso, corporatura massiccia, risata grassa da comare. Ma Eduardo, bello e fascinoso, almeno per un po’ ne fu attratto sul serio. Lei figlia di un avvocato napoletano antiborbonico costretto a lasciare la città per fuggire a Patrasso, dove la bimba nacque nel 1856, lei analfabeta fino a otto anni ma cresciuta nella redazione del Pungolo dopo il ritorno a Napoli del 1860, dove il padre lavorò come giornalista, a quindici anni non aveva ancora un titolo di studio ma riuscì a farsi assumere ai telegrafi di Stato. E da allora lavorò sempre, e duramente, prima negli ambienti giornalistici romani, dove conobbe Eduardo, poi a Napoli, dove i due cominciarono insieme la memorabile avventura del Mattino.

Il talento di Matilde si rivelò subito e tra i due si operò una singolare divisione dei compiti, o meglio una divaricazione: lui politicante, sanguigno, polemico e traffichino, colluso con esponenti della vita pubblica e degli affari a scopi personalistici, fino a dar luogo a una categoria non esattamente esaltante, lo “scarfoglismo”; lei cronista capace d’intercettare gli umori popolari come di raccontare il mondo dei salotti e dei circoli borghesi cittadini, di ideare il primo inserto culturale italiano e di convogliare intorno al Mattino firme come D’Annunzio, Roberto Bracco, Francesco Mastriani. Matilde, con pseudonimi come Gibus, Tuffolina, Chiquita, raccontò come nessuno la Napoli della belle époque in piccolissimi testi succosi, i Mosconi, aggiornando sulle tendenze della moda, riferendo chiacchiere da salotto e dispensando consigli sul Saper Vivere (che diventò il titolo di una sua seguitissima rubrica). Ma la sua forza furono il fiuto da cronista, rivelato in quel reportage scritto a soli 28 anni, e la passione per il racconto di Napoli. Intanto Scarfoglio, vero acrobata della penna, cambiava casacca, fingeva di scorticare i potenti ma lo faceva secondo propria convenienza, e si avvaleva del gran talento di sua moglie, ripagandola infine con la moneta dolorosa dei tradimenti e dell’abbandono. Lui che per far colpo su Matilde aveva stroncato il suo primo racconto, "Fantasia", avrebbe dato quel nome al panfilo ancorato davanti a Mergellina e usato per le sue frequenti scappatelle, fatte sotto gli occhi di Matilde.

Lei no, non si vendicò. Lasciò dignitosamente il Mattino, fondò un suo giornale, continuò a scrivere, scrivere e scrivere. Trovò anche il tempo di occuparsi dei quattro figli maschi e in più della bambina avuta da Eduardo con un’attrice che gliel’aveva lasciata sull’uscio di casa, dopo essersi suicidata davanti ai suoi occhi. La crebbe come figlia sua, la amò come i suoi stessi figli dando a lui una lezione di stile e umanità da vera gentildonna meridionale: quando si dice Saper vivere!

I libri di Matilde Serao

Gli altri approfondimenti

Conosci l'autore

Matilde Serao fu una figura di spicco nel giornalismo e nella scena letteraria italiane a cavallo tra Otto e Novecento. Fondatrice e direttrice di diversi quotidiani (tra cui «II Mattino» e «II Giorno»), trovò comunque il tempo per pubblicare decine di romanzi e centinaia di racconti, i più celebri dei quali riuniti ne Il ventre di Napoli.

Leggi di più Leggi di meno
Chiudi

Per poter aggiungere un prodotto al carrello devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.

Chiudi

Per poter aggiungere un prodotto alla lista dei desideri devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.

Chiudi

Il Prodotto è stato aggiunto al carrello correttamente

Chiudi

Il Prodotto è stato aggiunto alla WishList correttamente