Anniversari e Ricorrenze

Enzo Biagi a 15 anni dalla scomparsa

Illustrazione di Maria Renè Menacho, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Illustrazione di Maria Renè Menacho, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Nell’estate del ‘99, a quasi ottant’anni, l’instancabile Enzo Biagi firmava un programma intitolato “Fratelli d’Italia”. Chissà come ci racconterebbe oggi il Paese governato dal partito di destra che ha lo stesso nome, quel grande giornalista che nei suoi vent’anni era stato partigiano sull’Appennino, quando “Patrioti” era l’orgoglioso titolo del piccolo giornale delle brigate di Giustizia e Libertà affidato alle sue cure, anziché una delle parole chiave del lessico meloniano. Di sicuro lo farebbe con quel suo stile inconfondibile, chiarissimo e insieme ironicamente provocatorio, e con la “schiena dritta” che fu la cifra di tutta la sua carriera.   

I posti non li ho mai lasciati, m’hanno sempre cacciato, più o meno educatamente

Enzo Biagi, "Era ieri"

Così raccontava in Era ieri, il libro di ricordi scritto con l’amico e collaboratore Loris Mazzetti dopo la cacciata più clamorosa, a opera di Berlusconi.

A quindici anni dalla sua morte, il 6 novembre del 2007, mi rendo conto che non è per nulla facile far capire a un quindicenne di oggi cosa sia stato Biagi per tre generazioni di lettori e telespettatori. Una carriera sfavillante, dalla redazione alla direzione del Resto del Carlino della sua Bologna, al settimanale Epoca (di cui fece impennare le tirature mettendo in copertina il caso Montesi, nel ’53), alla Stampa e al Corriere della Sera, a mamma Rai, ovviamente.
Raccontò come inviato il matrimonio della futura regina Elisabetta nel 1947, l’apocalittica alluvione nel Polesine nel 1951, i grandi snodi della storia d’Italia, dalla P2 a Tangentopoli; Tommaso Buscetta comparve in tv per la prima volta in un suo programma, intervistò Gheddafi all’acme del potere e Gorbacev al principio della perestrojka...

Un pezzo di memoria collettiva, una superstar senza narcisismo, un giornalista campione d’ascolti che sapeva parlare al grandissimo pubblico in modo chiaro e diretto, ma era al tempo stesso capace di sfidare il potere come ormai pochi giornalisti d’inchiesta e approfondimento sanno, e osano, fare. E lui lo faceva dalla rete ammiraglia della Rai nella fascia di massimo ascolto, in cosiddetto access prime time, tra il telegiornale delle 20 e la prima serata. Il fatto, una breve fascia d’approfondimento quotidiano sulla notizia o il personaggio del giorno, che “nove volte su dieci era la trasmissione più vista della Rai”, andò in onda dal 1995 fino a quando, a causa di un’intervista al già premio Oscar Roberto Benigni che stigmatizzava alla sua maniera, leggera e insieme feroce, il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, l’allora premier, fece cacciare questo monumento vivente del giornalismo italiano, insieme al collega Michele Santoro e al comico Daniele Luttazzi con il famigerato “editto bulgaro” (perché Berlusconi parlava da Sofia) del 18 aprile 2002, che accusava i tre di fare un “uso criminoso” (criminoso!) della “televisione pubblica pagata con i soldi di tutti”. Una delle pagine più vergognose della storia dell’informazione italiana, anche per il dispiegamento di aggressività e servilismo che l’accompagnò.

Quegli accadimenti e gli effetti devastanti di quella stagione sembrano oggi essere evaporati dalla memoria collettiva. Berlusconi è trattato quasi come una macchietta flokloristica, se non un “male minore”. Eppure l’alveo in cui è incubato ed è cresciuto il nuovo potere, e in verità tutta l’Italia di oggi, è quel berlusconismo là, e ciò che ne è seguito. Per dirne una, nell’ultima puntata del Fatto andata in onda dopo l’“editto”, Biagi rispose, con emozione e dignità, che magari a qualcuno interessava sentire anche punti di vista diversi e critici, perché la Rai era televisione “di Stato e non di governo”: oggi qualcuno avrebbe potuto obiettargli che nel 2015 il presidente del consiglio Matteo Renzi, allora segretario del Partito democratico, ha pensato bene di modificare il regime di controllo parlamentare formalizzato quarant’anni prima con la riforma del 1975 (che aveva introdotto un significativo pluralismo, pur nella lottizzazione) per rafforzare il controllo dell’esecutivo sulla Rai.

Il marasma dei social ha potuto prosperare rigoglioso su queste macerie, e la vocetta calma e ironica di Enzo Biagi dietro ai suoi occhialoni ci manca davvero tanto.

Gli altri approfondimenti

Conosci l'autore

Giornalista scrittore e conduttore televisivo italiano, per la sua carriera, iniziata da giovanissimo, gli è stato assegnato il premio Saint Vincent nel 1969. Caporedattore del settimanale «Epoca», diventa inviato della «Stampa» e poi columnist mordace della «Repubblica» e del «Corriere della Sera». Maestro riconosciuto di giornalismo televisivo, ha diretto nel 1960 il «Telegiornale» Rai e ha dato vita, sul piccolo schermo, al primo rotocalco («RT», 1962) e al primo quotidiano di approfondimento («Linea diretta», 1985). Delle molte altre trasmissioni ideate e condotte da B. si ricorda «Il fatto», fortunata serie di inchieste-lampo in onda dal 1995 al 2002. In tutta la sua opera giornalistica, televisiva e libraria ha espresso uno stile comunicativo, tutto «dalla parte del pubblico», in un lavoro capillare e assai popolare di divulgazione, inchiesta e testimonianza su fatti e personaggi. Tra i suoi numerosissimi titoli: Testimone del tempo (1970), Strettamente personale (1977), Il buon Paese (1980), Come andremo a cominciare (1981), Il Boss è solo (1986), I come italiani (1993), Mastroianni (1997), e la serie delle «Storie a fumetti» di cui l’ultima è La nuova storia del mondo a fumetti (2005). I suoi resoconti di viaggio sono riuniti nella Geografia di Biagi (dal 1973). È autore anche di racconti e romanzi (Disonora il padre, 1975; Una signora così così, 1979) e di libri di memorie (L’albero dei fiori bianchi, 1994; Lunga è la notte, 1995; Scusate, dimenticavo, 1997), Un giorno ancora (2001), Era ieri (2005), La vita è stare alla finestra (Rizzoli 2017). Nel 2016 Rai Eri ha ripubblicato il suo saggio Lezioni di televisione.

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