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Danzare tra le pagine

Illustrazione digitale di Giusy Gallizia, 2022

Illustrazione digitale di Giusy Gallizia, 2022

Ballare è bianco, è la somma di tutti i colori che, se dipinti su un disco e fatto piroettare, diventano luce e chiarore. Ma la danza non è solo grazia, brillantini e leggerezza, è anche desiderio, forza e costanza. È ritmo. Ballare è rosso. Il colore della passione e dell’istinto. La danza è gialla, il colore della gioia, del sole e della determinazione. È arcobaleno, l’insieme di creatività, inclusività e di tutto ciò che è possibile.

Questa la cifra che emerge dalle storie per ragazzi che raccontano di danza: una combinazione gioiosa di destino e passione. I ballerini, o aspiranti tali, che incontriamo tra le pagine dei libri più conosciuti, o di operette più recenti ma di grande successo - come la serie Sarò una stella, edito da Gallucci in collaborazione con l’Opéra di Parigi - ci dimostrano che ballare è come vivere, e, se bisogna lottare, si lotta; se bisogna insistere, si insiste, e quando ci si può concedere al vento, si vola.

Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare

Rudolf Nureyev

Da bambini bisogna ballare e non smettere mai. Ballare per gioco. E magari scoprire che si vuole andare avanti su quella strada. E seguirla, a dispetto di detrattori e increduli, scettici e timorosi. Come fanno Bianca, Elettra e Billy.

E se Bianca, la protagonista di Io, la danza, le amiche, papà di Zannoner, riesce nel suo intento grazie a un padre che crede nella sua scelta fino a trasferirsi in città con lei pur di permetterle di studiare danza, e con lei affronta una serie di difficoltà, Elettra e Billy si trovano a dover combattere contro pregiudizi e ingenuità più radicate.

Elettra, protagonista di una graphic novel de Il Castoro che porta il suo nome, capisce che la danza sarà il suo destino a discapito di ciò che la madre vuole per lei, e delle difficoltà da affrontare nella nuova cittadina in cui vive: è un vero e proprio inno alla libertà di scelta, l’incitamento a seguire i propri sogni e i propri talenti. Per non parlare di Billy Elliot, l’esempio più conosciuto e straordinario di come la danza si faccia carne, corpo, ritmo interiore, percorso, traccia, destinazione. Un classico, un personaggio irresistibile, carico di energia ed elettricità. Un ragazzino di provincia che calcherà le scene dei più importanti teatri del mondo, nonostante il ruvido padre, rimasto vedovo e impegnato in un duro sciopero nell’Inghilterra degli anni Ottanta, vorrebbe facesse pugilato e che badasse a sé stesso come fa il figlio maggiore. Ma la forza di Billy è un’altra e alla fine il padre non potrà fare a meno di riconoscerlo e, infine, esserne orgoglioso.

Mi piace ballare, sì, cosa c'è che non va?

Billy Elliot

In tutti questi personaggi c’è un’attrazione fatale, una necessità per cui il ballo diventa il linguaggio, il senso, il modo che hanno per esprimere appieno se stessi. È qualcosa che prende e allo stesso tempo dona. Questo scambio, e quel misto di passione e dedizione, emergono anche dalle storie di danzatori realmente esistiti, così ben raccontate nel volumetto Campioni della danza di ieri e di oggi edito da EL: da Rudol’f Nureev e Michail Baryšnikov, a Roberto Bolle, da Martha Graham e Isadora Duncan a Pina Bausch e Josephine Baker. Fino a Fred Astaire, Ginger Rogers e Michael Jackson. Sì, perché la danza non è solo classica, è anche moderna, contemporanea, liscia, lenta, coreografata, spontanea, acrobatica, hip hop. Il ballo è una poesia con gambe e braccia, diceva Baudelaire.

E tutti possiamo ballare, in ogni momento della giornata, anche muovendo due passi nel corridoio della scuola, o mentre facciamo le scale di casa. Possiamo ballare ogni tipo di musica e sprigionare, muovendoci insieme, tutto lo spettro dei colori e la nostra fantasia.

Ricordo una storia dei fratelli Grimm, letta mille volte da bambina, che mi faceva letteralmente sognare: Le scarpe logorate dal ballo.

Era la storia di un re che aveva dodici figlie che dormivano tutte insieme in una grande sala, dove venivano chiuse la sera con un catenaccio. Ogni mattina il re vedeva che le loro scarpe erano logorate a forza di ballare, e nessuno riusciva a scoprire come fosse possibile. Allora il re pubblicò un bando dove prometteva una figlia in sposa e il regno in eredità a chi avesse scoperto dove le principesse ballavano di notte.

Ad appassionarmi non erano tanto le imprese dei giovani ardimentosi che tentavano di scoprire il mistero, rischiando di fatto la morte se dopo tre sere non avessero scoperto nulla, ma leggere di quelle notti scatenate e travolgenti delle dodici spavalde sorelle, che, in un altrove bizzarro e sotterraneo, ballavano con principi non meglio identificati, fino a bucare ogni notte le proprie scarpette. Immaginavo non ci fosse nulla di più divertente e di più romantico. Pensavo che avrei voluto ballare anch’io, sempre, come loro, di giorno e di notte, con i bei principi o senza.

Lasciateci leggere e lasciateci ballare; questi due divertimenti non faranno mai male al mondo

Voltaire

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