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La linea che separa le cose di Davide Calì

Davide Calì ci sorprende - o meglio, forse non proprio, visto il suo talento e il suo gusto innato negli albi illustrati e molto altro - con questo romanzo che ci racconta, su due binari del treno separati da trent’anni di vita, due viaggi molto diversi e fatti in epoche differenti dal protagonista, ma con lo stesso animo in fondo.

Crescere, diventare grandi è un mistero. C’è un giorno in cui non sei ancora grande. E il giorno dopo lo sei. Sei passato dall’altra parte, dalla parte dei grandi. O perlomeno dei cresciuti. E non puoi tornare indietro

La linea che separa le cose
La linea che separa le cose Di Davide Calì;

«Crescere, diventare grandi, è un mistero. C'è un giorno in cui non sei ancora grande. E il giorno dopo lo sei. Però si cresce a poco a poco, per cui non ti accorgi che stai diventando grande... Ecco, vorrei sapere: come si sa quando si è diventati grandi? C'è una linea invisibile che separa le cose. Da questa parte sei ancora piccolo, dall'altra parte sei già grande. Ma non ti accorgi mai quando succede.»

Sarà che faccio parte dei sognatori che ancora in treno si emozionano e lo scelgono come mezzo di trasporto, quelli che si mettono pure nel posto vicino al finestrino, sarà che l’azzurro è il mio colore preferito, sarà Victor Hugo, ma l’ambientazione di questo libro mi ha attratta immediatamente, sbirciandolo in libreria.

E così, esattamente il giorno stesso dell’uscita, l’ho comprato e letto. Mi accade di rado, come libraia per ragazzi, di rileggere un libro due volte, succede solo quando sento una qualità di scrittura fuori dal comune e un protagonista che emerge dalle pagine in maniera del tutto originale, profonda, dirompente, così autentico da poterlo toccare, disegnato con un tratto ironico, così spiccato, che da sempre cerco e apprezzo nei libri per ragazzi. E mi fa sorridere da sola.

Calì pensa come un bambino nelle pagine in cui il dodicenne Thomas si ritrova da solo sul treno locale da Beauvais, catapultato da una situazione famigliare infelice, dove gli adulti pensano di sapere ciò che è meglio per lui, senza chiedere il suo parere: allontanarsi dalla casa dove papà e mamma litigano, in treno, da solo, con una carta telefonica nello zaino, per andare dalla nonna a Reims, rifugio di estati spensierate sotto il pergolato di glicine.

Eppure la tristezza non è mai la protagonista di questo libro, mai; vengono raccontate le tappe di un viaggio che diventa consapevolezza, incontro, riflessione profonda sulla vita, sui rapporti tra le persone, sulla felicità, su cosa sia l’amore, il tempo, i legami familiari, con una bravura acrobatica e visionaria perfetta, assolutamente delicata, saltando in maniera alternata, da un capitolo all’altro, dove lo stesso protagonista ormai adulto, e fumettista, riprende lo stesso treno, molti anni dopo, per fuggire da Londra verso Parigi, allontanandosi ancora una volta da uno strappo, un abbandono, una rottura, una fine. Il viaggio in treno è l’occasione per conoscere una bambina e ricordare.

Il ritmo, diciamolo, non sarebbe così perfetto se non ci fossero le illustrazioni così pulite, essenziali, potenti e delicate nello stesso tempo, tutte rigorosamente sui toni dell’azzurro, che fanno dialogare i due protagonisti e incantarsi di fronte alla cabina telefonica, questa sconosciuta, alla quale il Thomas dodicenne deve rivolgersi per un disguido nel suo viaggio.

Forse, ed è stata la prima volta a cui ci ho pensato, forse c’è una linea che separa le cose: quelle che vorremmo a quelle che non vorremmo. Ma dove si trova la linea che separa le cose? Se lo sapessimo potremmo evitare di superarla? Potremmo tornare indietro e dopo averla superata riportare le cose come erano prima?

Il titolo parla di una linea misteriosa e insieme foriera di nuovi orizzonti e prospettive e fa un tutt’uno con le linee tracciate da Alessandro Baronciani, che si intersecano, interpretano, inventano nelle volte della stazione un’atmosfera simile alla graphic novel. L’ironia e la capacità di saper ridere delle situazioni e di se stessi mi fa pensare che l’autore di questo libro i bambini li conosca bene e giochi volentierissimo con il suo sé bambino che non ha saputo o mai voluto abbandonare del tutto. Non credo voglia sentirsi per forza adulto, ingabbiato  da quella parte, dove l’ambiguità, la finzione, il compromesso, la contraddizione sono ormai di casa.

Ed è proprio qui la forza del libro, a mio parere, la sua scrittura con tanti punti e frasi brevi che sbatte in faccia agli adulti tutta la loro irrimediabile fragilità di fronte all’assoluta sincerità dei bambini, che a volte devono subire decisioni che non capiscono o accettano, e abilmente ne smaschera il gioco, senza veli.

Quando sei piccolo i grandi ti raccontano un sacco di sciocchezze. Lo fanno involontariamente. O forse invece di proposito. Lo scopo è sempre non rispondere alle tue domande. Forse perché certe volte nemmeno loro conoscono una risposta

La parte in cui Thomas si ritrova da solo alla stazione, davanti al tabellone delle partenze, in ansia per prendere una coincidenza che non arriverà mai causa sciopero, è in assoluto la mia preferita; l’incontro con Victor Hugo, un senza fissa dimora che abita nella stazione e dialoga con il bambino, oltrepassa la linea di confine: lui, il meno affidabile degli interlocutori cui si potrebbe auspicare, con una profondità di pensiero, ascolto e comprensione del punto di vista bambino, del suo momento di smarrimento, della sua filosofia delle linee, che nessuno dei familiari si era sognato di provare a capire, lo avvicina e lo comprende.

Ecco che per queste persone, per la gente che non conta più, che non esiste più, c’è solo un posto dove andare: questo. La stazione degli evaporati

Emerge la discrepanza assoluta tra il tempo del bambino e quello degli adulti, così pressapochista rispetto all’attesa e alle esilaranti riflessioni di Thomas sul vagone ristorante e i panini al formaggio senza nome (sono geniali, gustatevi ogni capitolo).

Cosa vuol dire allora diventare grandi? È solo percorrere una strada, guardando gli adulti, camminare e non perdersi mai o sapere dove fermarsi e ritornare indietro con coraggio per ritrovare una nuova occasione che forse ci era sfuggita?

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