Un tuffo nella scienza

Sylvia Earle, la signora degli abissi

Illustrazione digitale di Adèle Baer, 2022

Illustrazione digitale di Adèle Baer, 2022

Era una casetta completa di ogni comodità. C’erano la moquette, il frigorifero e la TV. Le finestrelle erano tonde, a forma di oblò: all’interno il Tektite sembrava un residence in una località di mare. Uscendo dalla porta di ingresso però non si vedevano la spiaggia, le barche in lontananza o i gabbiani: si vedevano i pesci. Già, perché il Tektite giaceva sul fondo dell’oceano Atlantico, a quindici metri di profondità, al largo delle Isole Vergini. Si direbbe una favola, ma c’è chi nella casetta subacquea ci ha vissuto davvero: la prima donna che ha guidato una spedizione laggiù è stata soprannominata “sua profondità”. Il suo vero nome è Sylvia Earle.

Quella sul Tektite - due settimane in una casa in fondo al mare insieme ad altre quattro scienziate - è solo una delle tante avventure che Sylvia Earle ha vissuto sott’acqua. La sua storia sembra proprio quella di una creatura marina: oggi, a 87 anni, ha collezionato più di settemila ore di immersione (se si contano solo quelle legate alla sua attività di ricerca). La sua lunga carriera è fatta di una passione per l’oceano nata prestissimo, un’immensa curiosità per i misteri del mondo sottomarino e anche il coraggio di lanciarsi in imprese che nessuno aveva tentato prima di lei. Calarsi a certe profondità non è facile!

Sylvia Earle è nata nel New Jersey. Quando, a tredici anni, si trasferì con tutta la famiglia in una casa che affacciava proprio sul Golfo del Messico, per lei fu un sogno: la spiaggia era a due passi da casa e l’acqua era già il suo elemento. Trascorreva ore e ore a nuotare, a scrutare i fondali, a cercare nuovi pesci, alghe e conchiglie. Era ancora a scuola quando fece le sue prime immersioni con un’attrezzatura da sub. Ecco perché, al momento di scegliere che cosa fare da grande, non ha avuto dubbi: sarebbe diventata una biologa marina. “Per comprendere qualsiasi ecosistema”, riteneva, “il primo passo è studiare la vegetazione”: Sylvia scelse di laurearsi con una tesi sulle alghe così approfondita che lasciò a bocca aperta professori e colleghi. Ed era solo l’inizio.

Studiare l’oceano per Sylvia Earle non è mai stata una questione di libri. Almeno, non solo: per conoscere davvero il mondo sottomarino bisognava vederlo da vicino, osservare le abitudini di pesci, molluschi e cetacei, capire come cambia la vegetazione in base alla profondità e alla luce, monitorare gli habitat nel tempo. Fare tutto questo a terra è facile, ma sul fondo del mare? Il nostro organismo non ci consente di scendere come niente fosse oltre certe profondità e risalire come se fosse un piano di scale. Per tutta la vita, Sylvia Earle si è ingegnata per trovare sistemi sicuri ed efficienti che le consentissero di stare sott’acqua il più a lungo possibile. Nel 1968, al largo delle Bahamas, si è potuta calare fino a 38 metri di profondità per un’ora e mezza grazie al sommergibile Deep Diver, una cabina simile a un’astronave. E non era sola: aspettava Gale, la sua terza figlia.

Per l’epoca rimanere un’ora e mezza a 38 metri, per di più incinta, era un gran risultato, ma negli anni seguenti Sylvia Earle ebbe innumerevoli occasioni di superare quel record personale. La sua non era un’ambizione sportiva, ma una necessità scientifica: per raccogliere dati ci voleva tempo. Nel 1970 fu la volta del Tektite, un’occasione unica per osservare il mondo sottomarino notte e giorno. E poi, la vera rivoluzione: un gioiellino di nome Jim Suit. Immagina di avere indosso una specie di tuta spaziale metallica, molto scomoda e rigida. Le braccia della tuta terminano con due pinze che puoi manovrare dall’interno: quelle saranno le tue mani. È un vero e proprio sommergibile da indossare. Era il 1979 quando Sylvia, così equipaggiata nel suo Jim Suit, si calò fino all’impressionante profondità di 454 metri per raccogliere informazioni preziose sui coralli, sulle sue adorate alghe e sulle misteriose creature che popolano gli abissi. Nelle settimane precedenti aveva imparato a gestire così bene le sue mani-pinze da riuscire a reggere un uovo senza romperlo!

 

Non si può essere così innamorati dell’oceano senza incontrare ogni tanto i suoi abitanti più vistosi: Sylvia Earle si è trovata in più occasioni a poca distanza da una balena. All’inizio per caso, poi per studiarle da vicino. Come si nutrono? Come cacciano? Come cantano? Ci sono moltissimi aspetti che ancora non sono chiari nelle abitudini degli animali più grandi del mondo. Le ricerche di Sylvia Earle hanno contribuito a dimostrare che gli stessi esemplari viaggiano per migliaia di chilometri tra le Hawaii e l’Alaska.

Oggi Sylvia Earle continua a girare il mondo portando il suo messaggio di amore per l’oceano. È un messaggio di pericolo, perché molte specie vegetali e animali marine sono in pericolo a causa dell’inquinamento, della crisi climatica e della pesca indiscriminata. Ma è anche un messaggio di speranza. “No blue, no green”, ripete Sylvia: senza blu, niente verde. Dalla salute dell’oceano dipende la salute della Terra tutta intera. Non appena sapremo rendercene conto, guarderemo il mare con occhi diversi.

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