Un tuffo nella scienza

Le tartarughe di mare raccontate ai bambini 

Illustrazione digitale di Adèle Baer, 2022

Illustrazione digitale di Adèle Baer, 2022

Arriva appena cala il sole.
Forse già da qualche settimana nuotava nei paraggi, forse è appena arrivata da un lunghissimo viaggio. Esce dall’acqua e si avventura sulla spiaggia. Striscia con fatica, un po’ goffamente, le pinne cercano una presa salda affondando nella sabbia. Di tanto in tanto perdono un colpo, ma lei avanza decisa: sa esattamente dove andare. Abbandonare il mare per qualche ora è rischioso, ma l’istinto è più forte. Le tenebre la proteggeranno e prima dell’alba la missione sarà compiuta.

Lontana 10-15 metri da dove le onde smettono di rotolare, si ferma e le pinne posteriori sono abilissime a scavare una buca nella sabbia, proprio come fai tu, d’estate, con le mani a conchiglia. Profonda quaranta centimetri o poco più, larga quanto basta per accogliere 80-100 uova, bianche, un po’ più piccole di una pallina da tennis.

Vedere una tartaruga marina fare il suo nido è uno degli spettacoli più belli che ti potrà capitare.
Tutto avviene nel silenzio della notte. Infine, la tartaruga ricopre di sabbia con estrema delicatezza i piccoli, cerca di cancellare le tracce e torna in mare. Non li vedrà mai. La cova tipica di quasi tutti gli ovipari (uno dei due genitori che sta immobile per giorni sulle uova per tenerle al caldo e proteggerle fino alla schiusa) non avviene. Il Sole estivo scalda la sabbia che “cova” le uova. Dopo circa 70 giorni i tartarughini, ben sincronizzati, metteranno fuori il muso e cercheranno di “correre” verso il mare. Saranno soli e indifesi, non conosceranno mai mamma e papà. Molti saranno predati nei primi metri, altri verranno mangiati in acqua, quando sono ancora “morbidi” e masticabili dai grossi pesci. Solo un paio di tartarughini di ogni nido diventeranno adulti. È una strategia evolutiva: c’è chi fa pochi cuccioli e li accudisce a lungo (quasi tutti i mammiferi) e c’è chi, come i rettili, punta sulla quantità e si affida alla statistica.

È crudele? No, questa è l’interpretazione di noi Sapiens, che ci mettiamo del sentimento. In Natura vale tutto ciò che ti permette di sopravvivere. E in questo caso ha funzionato visto che tartarughe e testuggini (le testuggini sono le tartarughe di terra), sono tra gli animali attualmente viventi più antichi, esistono da 220 milioni di anni, praticamente erano compagni di banco dei dinosauri. Ad oggi si contano 344 specie di cheloni (nome scientifico di questa famiglia di animali che sta nella classe dei rettili) tutte contraddistinte dal tipico guscio. Si tratta di una modifica dello scheletro, dove le costole si sono appiattite e allargate fino a saldarsi una contro l’altra La parte superiore della corazza, quella a forma di cupola si chiama carapace, quella inferiore si chiama piastrone.

Illustrazione digitale di Adèle Baer, 2022

Dove vivono? Come vivono?

Le tartarughe sono simbolo di lentezza perché le specie che vivono sulla terra ferma hanno un guscio pesante e devono strisciare il piastrone, faticando a muoversi in zone piene di ostacoli. Le tartarughe marine sono invece agilissime: il carapace è un galleggiante dalla perfetta forma idrodinamica e le zampe sono completamente trasformate in pinne, instancabili. Nuotano a oltre trentacinque km/orari, come quando in bicicletta stai pedalando proprio forte. Si immergono fino a cento metri di profondità e amano stare vicino alle coste. Se non capitano incidenti sono animali che vivono settant’anni o più. Adorano godersi le acque calde e limpide della barriera corallina, dove trovano il cibo preferito: spugne, coralli molli, anemoni, crostacei e alghe. Le tartarughe sono animali tendenzialmente solitari e si ritrovano in piccoli gruppi solo durante la stagione dell’accoppiamento. Che avviene ogni due o tre anni. Le femmine depongono le uova sempre nella stessa spiaggia dove sono nate. E in certi casi si fanno anche quattromila chilometri di traversata oceanica! Hanno un fantastico senso dell’orientamento. In parte seguono il magnetismo terrestre e poi, molto probabilmente, riconoscono “a fiuto” proprio la sabbia che le ha cullate.

Un esemplare giovane di Caretta caretta (la specie di tartaruga più diffusa nel Mediterraneo) in genere misura circa quaranta centimetri, ma gli esemplari più vecchi possono raggiungere il metro di lunghezza e pesare fino a novanta-cento chilogrammi.

I rischi per la sopravvivenza

Una volta adulte le tartarughe non sono una preda facile e dunque hanno pochissimi nemici. Ma oggi 6 delle 7 specie di tartarughe marine sono state inserite nella lista dell’IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, come specie vulnerabile, cioè a un passo dal vero e proprio rischio di estinzione. Perché?

A causa nostra, per i comportamenti di noi Sapiens. Capita sempre più spesso, purtroppo, che la spiaggia dove una femmina è nata, a distanza di pochi anni venga trasformata in un porto o in una struttura dedicata al turismo. Se può, la Caretta caretta cerca una spiaggia vicina… Oppure non se ne accorge, fa comunque il nido e il mattino dopo le uova vengono schiacciate dai bagnanti. Qualche volta succede che, vagando alla ricerca di un nuovo posto, la tartaruga perda il momento giusto per la deposizione.
Per questo è importantissimo preservare in modo totale le spiagge dove le tartarughe nidificano, altrimenti aumentiamo il rischio di estinzione della specie.

Altre cause di estinzioni sono la pesca incontrollata (la loro carne è ottima), i mari inquinati, ami e reti da pesca abbandonate dai pescherecci, le cosiddette ghost net, in cui le tartarughe rimangono impigliate fino a morire di fame. Ultimamente sono una minaccia sempre più grave le plastiche vaganti che rischiano di soffocarle (le scambiano per appetitose meduse) provocando una silenziosa strage di tartarughe marine. A tutto questo si aggiungono gli effetti del climate change che lentamente uccidono la barriera corallina, uno dei loro habitat preferiti.

In ultimo una minaccia praticamente invisibile, ma tremenda. Quando una tartaruga marina depone le sue uova, il sesso dei piccoli non è ancora definito. È la temperatura della sabbia a determinarlo, come succede a molti altri rettili, per esempio coccodrilli, caimani e lucertole. Ovviamente sotto la sabbia non c’è una temperatura uniforme: è più calda in alto, dove le uova che schiuderanno vedranno nascere le femmine, ed è più fresca in basso, a contatto con il terreno umido della spiaggia; qui si troveranno i maschi. Se la temperatura media, misurata al centro della camera, rimane sotto i 28-29 °C ci sarà un buon equilibrio tra maschi e femmine. Se però si superano con continuità i 29,2 °C di media, nasceranno solo femmine. E troppe femmine con pochi maschi sono un problema al momento della riproduzione.
Un’altra conseguenza del riscaldamento globale e della crisi climatica.

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