Un mare di libri

Antonio Gramsci, l'eredità morale e culturale

Antonio Gramsci, 2012, carbone su carta. Opera di Sandro Mele.

Antonio Gramsci, 2012, carbone su carta. Opera di Sandro Mele.

Nel Febbraio 2011 Gramsci approda al 61°Festival di Sanremo con Odio gli indifferenti. Da autore culto per la formazione dei quadri politici, Gramsci sembra diventarlo ora per le nuove generazioni.
Lo è e al tempo stesso non lo è, perché Antonio Gramsci non è un autore che si lascia ridurre a slogan e, soprattutto, è contemporaneamente irriverente ed esigente. Con se stesso, prima ancora che con amici e avversari. E non fa sconti a nessuno, men che meno a sé stesso.

Lo considero per tre aspetti. Ovvero: fragilità; responsabilità; radicalità.
Virtù “giovani”, in nome delle quali il problema ogni volta è quale prezzo si è disposti a pagare.  Sarebbe facile tradurre questi tre canoni in moralità o in alterigia, ma ogni volta è una grande dimensione umana a emergere con forza.

La posta in gioco è «essere scomodi».

Fragilità. Scrive ancora alla moglie nel gennaio 1936 - in un momento in cui capisce che il suo stato di salute sta deteriorandosi - del suo incontro col mondo, quando, dopo anni di segregazione, nel novembre 1933 per la prima volta esce dal carcere per essere trasferito ancora in condizione di detenzione al nuovo carcere a Civitavecchia. Sono righe che lo impegnano e forse anche lo umiliano, infatti sono scritte a più di due anni di distanza da quel giorno.

Da Lettere dal carcere di Antonio Gramsci:

"Da dieci anni sono tagliato dal mondo. Che impressione terribile ho provato in treno dopo sei anni che non vedevo che gli stessi tetti, le stesse muraglie, le stesse facce torve, nel vedere che durante questo tempo il vasto mondo aveva continuato ad esistere coi suoi prati, i suoi boschi, la gente comune, le frotte di ragazzi, certi alberi, certi orti, - ma specialmente che impressione ho avuto nel vedermi allo specchio dopo tanto tempo: sono ritornato subito vicino ai carabinieri.. Non pensare che voglia commuoverti: voglio dire che dopo tanto tempo, dopo tanti avvenimenti, che in gran parte mi sono sfuggiti forse nel loro significato più reale, dopo tanti anni di vita meschina, compressa fasciata di buio e di miserie grette, poter parlare con te da amico ad amico, mi sarebbe molto utile."

Archivio Fondazione Feltrinelli

Quell’incontro non ci sarà mai. Gramsci muore, la moglie non viene in Italia e non verrà mai. Rimane un legame affettivo forte con la famiglia. Giulia manderà sempre regali a Teresina, la cognata, ma il loro rimarrà un rapporto epistolare, segnato dalle parole scritte, dai comuni affetti, ma non dagli sguardi. Per certi aspetti una vicenda dell’Ottocento trapiantata nel cuore del Novecento. Forse persino incomprensibile per noi oggi, così subordinati all’immagine.

Responsabilità. Ancora in carcere. Inizio 1931. Contrariamente a tutto il gruppo comunista in carcere con lui, Gramsci è convinto che uscire dal fascismo sarà possibile solo attraverso un lungo percorso che passi per la riconquista della democrazia e per una esperienza che significhi ritrovare collettivamente il senso della politica. Non sarà un’avanguardia di audaci corazzati di convinzione rivoluzionaria e convinti ideologicamente a rovesciare la dittatura.

Nessuno dei suoi compagni è disposto ad ascoltarlo. Decide perciò di interrompere la parola. Nessuno ascolterà più una parola da lui e la cerimonia dell’addio sarà in solitudine. E tuttavia quella condizione non elimina la responsabilità.

Nel 1933 scrive in una nota autobiografica a proposito del suo arresto e, soprattutto, delle precauzioni non prese che è bene tener presente.

Da Quaderni del carcere:

"Si è formato il principio che un capitano non debba abbandonare la nave naufragata che per ultimo, quando tutti si sono salvati, anzi si giunge da alcuni ad affermare che in tali casi il capitano ‘deve’ ammazzarsi. Queste affermazioni sono meno irrazionali di quanto si potrebbe pensare. Certo non è escluso che non ci sia nulla di male a che un capitano si salvi per primo. Ma se questa constatazione diventasse un principio, quale garanzia si avrebbe che il capitano ha fatto di tutto: 1) perché il naufragio non avvenga; 2) perché, avvenuto, tutto è stato fatto per ridurre al minimo i danni alle persone e alle cose? Solo il principio divenuto ‘assoluto’ , che il capitano in caso di naufragio abbandona per ultimo la nave e anzi muore con essa, dà questa garanzia, senza cui la vita collettiva è impossibile, cioè nessuno prenderebbe impegni e opererebbe abbandonando ad altri la propria sicurezza personale"

Archivio Fondazione Feltrinelli

Radicalità. Si è propensi a pensare che sia un dato di carattere. Certamente, ma è anche una dimensione in cui non si fanno sconti a sé stessi, specie nei momenti in cui si deve guardare ad occhi aperti la sconfitta che si è subito.

Gramsci è convinto da tempo, prima ancora del suon rientro in Italia nell’aprile 1924, che la situazione italiana, con la vittoria del fascismo, richieda il varo di una proposta politica che tenga conto dei caratteri profondi del Paese, delle classi sociali, dei movimenti di opinione, della loro articolazione e nei diversi contesti regionali e produttivi del Paese. Gramsci l'ha scritto con chiarezza nel novembre 1923 sul periodico "La voce della gioventù" dove ha precisato che la crisi politica del partito non riguarda l’organizzazione, bensì nasca da un deficit culturale e che occorra "fare una spietata autocritica della nostra debolezza" domandandosi "perché abbiamo perduto, chi eravamo, che cosa volevamo, dove volevamo arrivare".

Questa premessa ha senso solo in relazione a un grumo di questioni non teoriche, ma storiche che riguardano la fisionomia della realtà della società all’interno della quale si intende agire. E perciò Gramsci si chiede:

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“Perché i partiti rivoluzionari sono sempre stati deboli dal punto di vista rivoluzionario? Perché hanno fallito quando dovevano passare all’azione? Essi non conoscevano la situazione in cui dovevano operare, essi non conoscevano il terreno in cui avrebbero dovuto dare battaglia. Pensate: in più di trenta anni di vita, il Partito Socialista non ha prodotto un libro che studiasse la struttura economico-sociale dell’Italia. Non esiste un libro che studi i partiti politici italiani, i loro legami di classe, il loro significato. Perché nella valle del Po il riformismo era radicato così profondamente? Perché il partito popolare, cattolico, ha più fortuna nell’Italia settentrionale e centrale che nell’Italia del sud? Perché in Sicilia i grandi proprietari terrieri sono autonomisti e non i contadini, mentre in Sardegna sono autonomisti i contadini e non i grandi proprietari? Perché nell’Italia del sud c’è stata una lotta armata tra fascisti e nazionalisti che non c’è stata altrove? Noi non conosciamo l’Italia. Peggio ancora: noi manchiamo degli strumenti adatti per conoscere l’Italia, così com’è realmente e quindi siamo nella quasi impossibilità di fare previsioni, di orientarci, di stabilire delle linee d’azione che abbiano una certa probabilità di essere esatte. Non esiste una storia della classe operaia italiana. Non esiste una storia della classe contadina. Che importanza hanno avuto i fatti di Milano del ’98? Che insegnamento hanno dato? Che importanza ha avuto lo sciopero di Milano del 1904? Che significato ha avuto in Italia il sindacalismo? Perché ha avuto fortuna tra gli operai agricoli e non fra gli operai industriali? Che valore ha il partito repubblicano? Perché dove ci sono anarchici ci sono anche i repubblicani? Che importanza e che significato ha avuto il fenomeno del passaggio di elementi sindacalisti al nazionalismo prima della guerra libica e il ripetersi del fenomeno su scala maggiore per il fascismo?”.

L’effetto di quelle domande saranno il saggio La questione meridionale, la stesura delle Tesi di Lione, i Quaderni del carcere, un corpo di note di lavoro che è soprattutto uno straordinario deposito di intuizioni, di costruzione di categorie, di temi e questioni che consentono una lettura nuova della società italiana.

È ciò che fa di un progetto politico non un travaso ideologico, rendendo un partito prigioniero di un linguaggio, ma lo strumento versatile capace di proporre domande intorno al funzionamento di una società nel tempo lungo, sulle sue regolarità e sulle sue contraddizioni.

L’effetto è l’accreditamento della politica come criterio e strumento perché conosce gli attori che si muovono sul terreno, ne ha studiato i problemi, ha riflettuto sulle angosce che ne motivano la mobilitazione, e perciò individua il possibile profilo di una soluzione.

L’esatto contrario dell’ideologia.

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