La redazione segnala

L'ecologia nella Costituzione

Illustrazione digitale di Asia Cipolloni, 2022, diplomata presso il Liceo A. Volta di Pavia

Illustrazione digitale di Asia Cipolloni, 2022, diplomata presso il Liceo A. Volta di Pavia

È una bellissima coincidenza – qualcuno la chiamerebbe “serendipità” – che la modifica “ecologista” degli articoli 9 e 41 della Carta Costituzionale cada proprio a poche settimane dai cento anni di Pier Paolo Pasolini. Il suo famoso “Articolo delle lucciole” aveva infatti un titolo che spesso si tende a dimenticare: Il vuoto di potere in Italia.

Era il 1° febbraio del 1975. Attaccando la corruzione e l’inadeguatezza di una classe dirigente che aveva portato l’Italia al «disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico», Pasolini scriveva: «darei l’intera Montedison per una lucciola».

Oggi, con l’aggiunta di ambiente, biodiversità, ecosistemi, animali e salute ambientale negli articoli 9 (sulla cultura) e 41 (sull’iniziativa economica privata), effettivamente la Montedison dovrebbe tenere in conto anche la salute delle lucciole, oltre a quella dei lavoratori, prima di avventurarsi in un disastro ambientale come quello di Marghera.

Quella storia (e la Montedison stessa, o quello che era diventata) si chiuse con un processo. Ma, lo sappiamo, di storie così ne restano aperte ancora tante, e stiamo aspettando di vedere come andranno a finire, anche alla luce della legge n. 68 del 2015 sui reati ambientali.

Ciò che conta, adesso, è che non ci sia più un “vuoto” costituzionale a lasciare questi mondi viventi umani e non umani – spesso invisibili, molto più spesso ignorati – fuori dal perimetro della vita civile che è regolata dalle norme fondamentali, fuori cioè dal “corpo politico”. 

Che cosa indica infatti l’ingresso dell’ambiente e dell’ecologia nella Costituzione? In linea di principio, una sterzata dovuta. Meglio: una rivincita della realtà.

Chi fa filosofia, e da decenni dibatte con chi fa le leggi sulla personalità giuridica di alberi, montagne, animali, direbbe che la riscrittura degli articoli rispecchia quel grado minimo di torsione non antropocentrica che ci permette di vedere quanto le nostre vite siano legate a quelle dell’ambiente non umano. Non siamo ancora, certo, ai Rights of Nature, i diritti della natura, che sono già presenti in numerosi Statuti, e che riconoscono la dignità di persone a montagne, alberi, fiumi, o alla “Pacha Mama”, la Madre Terra, che l’Ecuador è stato il primo a riconoscere nella sua Costituzione (artt. 71 e 72). 

Però, il passo che l’Italia ha fatto è fondamentale e non poteva più attendere. Si ripete spesso, infatti, che siamo nell’Antropocene. Gli effetti dei nostri modelli economici e di sviluppo si riverberano sul corpo del pianeta sotto forma di estinzioni di massa, cambiamenti climatici, squilibri fortissimi tra fasce di popolazione, grandi pandemie.

Questo ci fa capire che nell’Antropocene, insieme agli equilibri ecologici, cambia anche il corpo politico. Se gli esseri umani sono una forza geologica, allora il corpo politico della nostra epoca è qualcosa di più di un corpo sociale e umano: include le città e le foreste, il nostro DNA e i nostri rifiuti, gli alberi e il suolo, gli animali selvatici e quelli prigionieri negli allevamenti e nei laboratori, i virus e i ghiacciai, i depositi radioattivi e il clima.

Attorno a questo “corpo” ruotano questioni di libertà politiche e benessere individuale, di democrazia energetica e inquinamento globale, di violenza esplosiva e visibile e di violenza lentissima, invisibile. Questo corpo politico è un collettivo di agenti e processi, umani e non umani: è il pianeta. E il richiamo, nell’art. 9, alle future generazioni recepisce questo allargamento, inserendo nella traiettoria dello sguardo anche quello che non si vede, mentre fonda la possibilità che ci siano altri esseri umani proprio sulla necessità che ci sia un ambiente non umano sano, in grado di accoglierli e sostenerli. 

In quest’epoca di estinzioni non dobbiamo inoltre ignorare che anche la cultura umanistica andrebbe protetta. Non a caso, l’UNESCO ha commissionato uno studio, il “World Humanities Report”, che parte proprio dall’analisi del rischio di marginalità delle discipline umanistiche, specie in un sistema universitario “regolato da parametri economici quantitativi e dal principio di profitto” tipici del neoliberalismo (sono parole dell’illustre filosofa Rosi Braidotti, che è nel comitato scientifico di questo studio). 

Questo è un tipo di cultura che Pasolini opporrebbe all’“acculturazione” omologante dell’ideologia di uno sviluppo che, approfittando dei vuoti di potere, distrugge paesaggi, ecosistemi e lucciole. 

Non come decorazione estemporanea o aggiunta “verde”, ma come lente e contesto ineliminabile nel percorso di consapevolezza civile ed esistenziale che ogni impresa culturale deve essere. 

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