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A Los Angeles con Bukowski di Enrico Franceschini

Amo questa città”, scrive Charles Bukowski. “Be’, non è proprio che l’amo, ma è l’unico posto in cui ho mai voluto vivere. Non potrei scrivere da nessun’altra parte. Spero di morire qui

Così Bukowski parla di Los Angeles, città che ha vissuto da uomo e da scrittore. La città delle star di Hollywood, la città dei sogni, dalle immense spiagge e strade trafficate. Che cosa l’ha resa amata da molte personalità celebri compreso Bukowski? Che meraviglie offre, cosa non possiamo assolutamente non vedere a Los Angeles? Bè’, niente, afferma provocatoriamente l’autore del libro, Enrico Franceschini. A Los Angeles non c’è niente che valga davvero la pena vedere (no, nemmeno la Walk of Fame..), ed è proprio questo che conferisce a chi decide di visitarla la piena libertà di essere un viaggiatore e non un turista: il turista è colui che vuole vedere tutto, il vero viaggiatore colui che non sa dove sta andando.

A Los Angeles con Bukowski
A Los Angeles con Bukowski Di Enrico Franceschini;

Un viaggio on the road dentro un labirinto d'asfalto, per scoprire che anche a Los Angeles c'è qualcosa da vedere e accorgersi che, dietro lo stereotipo dello scrittore ubriacone e sporcaccione, c'è un grande poeta dell'animo umano.

Ecco, a me, visitando una città, piace non sapere dove sto andando: che è esattamente il modo in cui a Los Angeles ha vissuto Bukowski. Il motivo per cui poteva vivere e scrivere soltanto lì

Questo è il modo di viaggiare di Franceschini, questo era il modo di vivere di Buk. Franceschini ci conduce in un itinerario storico e letterario nella Los Angeles di Bukowski, ma anche nella Los Angeles che ha vissuto lui (dal soggiorno al Beverly Wilshire Hotel per intervistare Goldie Hawn all’esperienza da inviato per le Olimpiadi dell’84). Franceschini tesse abilmente storie parallele, tenendo alto il ritmo e la curiosità del lettore: la sua storia si intreccia a quella di Buk, a quella di Fante, mito di Bukowski, a quella di Miller, degli scrittori americani passati e contemporanei, dei divi Hollywoodiani e della Los Angeles di oggi.

Skid Row, l’ippodromo di Santa Anita, il ristorante Musso e Frank, Venice Beach, Redondo Beach, Malibù, questi solo alcuni - i più significativi - dei luoghi della vita di Buk a Los Angeles attraverso i quali veniamo condotti dall’autore.

Buk, lo sporcaccione, Buk il puttaniere, Buk l’alcolizzato, Buk lo scommettitore, Buk lo sconfitto dalla vita, Buk e le sue donne, Buk il grande scrittore di successo… chi era davvero Bukowski? E che cosa lega Bukowski e Franceschini? Oltre a una passione letteraria, un incontro di tanti anni fa tra i due, che Franceschini preannuncia all’inizio del libro e che svelerà solo alla fine, tenendo il lettore sulle spine.

Appena laureato, Franceschini parte con due amici in un viaggio alla volta dell’America. Obiettivo? Conoscere Bukowski. Avevano trovato indicazione, seppur imprecisa, della sua dimora californiana in un articolo di Fernanda Pivano, altra italiana che aveva avuto l’occasione di incontrarlo.

Chiedono nel quartiere di San Pedro, popolato principalmente da latini, se qualcuno sa dove abita lo scrittore, ma nessuno sembra conoscerlo, qualcuno gli dice solo che di fronte a lui “abita un brutto vecchio con la casa sempre piena di ragazze”. Sarà il vecchio Buk?

Per scoprirlo, non dovete fare altro che leggere questo libro che, oltre a divertire il lettore con gli aneddoti di vita dell’autore e a fargli venir voglia di farsi un viaggetto a Los Angeles, cerca di raccontare chi è stato davvero Charles Bukowski, al di là della fama di scrittore sporcaccione, al di là di ciò a cui viene tradizionalmente accumunato, anche dallo stesso sottotitolo del libro, “birra, sesso e cavalli”, e lo fa mediante i luoghi che a Los Angeles gli sono appartenuti. L’ultimo di questi, il Green Hills Memorial Park, dov’è sepolto. Possiamo capire parecchio di lui, di come la pensava sulla vita, da una breve e semplice frase sulla sua tomba “Don’t try”, ovvero, come spiega Franceschini, “non sforzarti”, “sii te stesso”, “sii naturale”: vale per la vita così come per la scrittura. Scrivi, se ti viene naturale farlo, altrimenti lascia perdere, il mondo va avanti benissimo senza i tuoi sforzi letterari. È l’opposto di ciò che fa il cosiddetto “intellettuale da salotto”, che “cerca disperatamente, disperatamente, disperatamente, un’idea per il prossimo libro”.

È che c’è sempre stata una notevole differenza tra letteratura e vita, quelli che scrivono di letteratura non conoscono la vita e quelli che vivono la vita sono esclusi dalla letteratura, con qualche eccezione: Dostoevskij, Céline, il primo Hemingway, il primo Camus, i racconti di Turgenev, Fame di Knut Hamsun, Kafka

Così la pensava Buk, e infatti lui sì che scriveva di vita vissuta, di puttane e ubriaconi, di poveri e di dimenticati da Dio. Del resto, questo era ciò che a lui interessava - “un cane randagio che attraversa la via, una moglie che assassina il marito, la vita in fabbrica, la vita nelle strade e le stanze ammobiliate dei poveri, dei mutilati e dei pazzi, cazzate del genere” – e ne sapeva scrivere, ne sapeva scrivere molto bene, difatti, “più che bere, fornicare, scommettere, questa è la cosa che Hank ha fatto meglio e di più, per tutta la vita: scrivere”.

 

I libri di Enrico Franceschini

Conosci l'autore

 

 

Enrico Franceschini è scrittore e giornalista. Ha ricoperto il ruolo di corrispondente per il quotidiano “la Repubblica”, nelle sedi di Londra, New York, Washington, Mosca e Gerusalemme. La sua opera Vivere per scrivere è stata finalista al Premio Estense nel 2018. Tra i suoi libri: Londra Babilonia (Laterza, 2011), Vinca il peggiore. La più bella partita di basket della mia vita (66th and 2nd, 2017), L' uomo della Città Vecchia (Feltrinelli, 2017), Vivere per scrivere. 40 romanzieri si raccontano (Laterza, 2018), Bassa marea (Rizzoli, 2019) e Ferragosto (Rizzoli, 2021). Fonte immagine: sito editore Feltrinelli.

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