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I grandi sognatori di Rebecca Makkai

C’è stato un tempo (incastrato nella mia infanzia) in cui regnava la “malattia dell’amore”.

O almeno così per me la battezzarono. Me la immaginavo orbitare da spettro sulle teste di chi si sceglieva, e poi spettinarli con la coda e pungerli di viola. Un insetto invisibile senza bolle né pruriti istantanei.

Poi ho scoperto che si chiamava Aids, che era un virus annidato nei corpi e nei desideri. Che bisognava proteggersi per non condannarsi. Soprattutto da chi volevamo ci attraversasse.

C’è stato un tempo, che è il tempo di questo romanzo.

Siamo a Chicago, nel 1985, e come una piaga postbiblica, comincia a dilagare la morte nella comunità gay.

Le saune, i bar, i locali dove incontrarsi lontano dallo scandalo sembrano ancora più rischiosi di chi per strada addita o lincia quegli uomini a cui le donne non piacciono.

Il primo ad andarsene è Nico, appassito in un ospedale dove i genitori lo hanno lasciato, come una vergogna. Solo Fiona, sua sorella minore, non ha mai finto di non sapere chi fosse e lo ha tutelato più di una madre. Yale e Charlie sono i suoi amici più cari. E sono una coppia in cui l’Hiv s’insinua come un refolo ingrato.

I grandi sognatori
I grandi sognatori Di Rebecca Makkai;

Arte, amore, amici: nella vivace Chicago degli anni Ottanta Yale Tishman sta gettando le basi per un prospero futuro. Grazie al nuovo impiego alla galleria Brigg della Northwestern University, accarezza piccoli grandi progetti, come l'acquisto di una bella casa da condividere con l'amato Charlie. Ma intorno a lui il mondo sta crollando. L'epidemia di Aids dilaga e nel 1985 una diagnosi di positività al virus equivale a una sentenza di morte.

Bastano pochi mesi, basta una polmonite per vedere morire uomini sani fino a poco prima.

Basta una febbre per sentirsi marchiati. E in questo contagio senza rimedio, Yale e Charlie si aggrappano l’uno all’altro, alla fedeltà come antidoto. Ma poi, forse, le sentenze più grandi sanno spellare ogni certezza. Le scoperchiano al buio, come prede disarmate.

Accanto a questo binario se ne snoda un altro. Trent’anni dopo, Fiona, con suo fratello acquattato nel cuore, vola a Parigi in cerca di sua figlia, risucchiata nel gorgo di una setta, di una matassa in cui tutto il suo affetto non riesce a penetrare. Lì riaggancia Richard, fotografo e artista amico di Nico che saprà restituirle un frammento inatteso e un po’ di pace col passato.     

Rebecca Makkai ci consegna un ritratto schietto e lancinante di un’epoca remota solo in apparenza.

Il suo è un linguaggio asciutto, quotidiano, impastato di dialoghi estorti alla realtà.

I personaggi sono creature in corsa sfregiate dai propri demoni, dal confronto con i propri rimpianti e le proprie leggi, da una morale che si rintana nel rimprovero per sentirsi al riparo dal male.

C’era la vecchia cassiera di un negozio di alimentari che, quando Yale era adolescente, lo guardava come se fosse la cosa più triste del mondo (…) E poi c’era il signor Irving, l’assistente all’orientamento, che fronte aggrottata, gli aveva chiesto con prudenza se non pensava di cercarsi un college dalla “sensibilità cosmopolita”. Il giudizio di quei due lo aveva segnato più di quello dei coetanei che lo chiamavano “frocio”, che gli attaccavano assorbenti interni all’armadietto. Perché capitava anche ad altri ragazzini. Chiunque poteva vedersi buttare le mutande in piscina, chiunque poteva essere costretto a usare, sera dopo sera, un manuale di chimica che era stato innaffiato di piscio. Ma solo i froci veri erano guardati con compassione dagli adulti

Un romanzo perfetto per chi voglia sprofondare nei disagi insoluti di sempre e nella fragilità del vivere. Un romanzo vivido, pulsante, onesto come ciò che racconta.

Una storia che ci tende la mano per riportarci a oggi.

Perché, dopo trent’anni, la pandemica paura dell’altro è tornata a incombere e di fronte all’ignoto, all’odore della fine impossibile da sterilizzare, torniamo a sentirci aggredibili e perdenti.

La malattia ha amplificato tutti i nostri errori. Le stupidaggini che si commettono a diciannove anni, l’unica volta in cui non si sta attenti. E si scopre che è il giorno più importante della tua vita

Ed è esattamente qui che riusciamo a specchiarci, nel poligono di terra in cui le nostre sconfitte e le nostre speranze vengono chiamate per nome. Nello spazio d’incanto in cui si gioca sul serio.

Quello della letteratura. Perché lo sappiamo bene, che i primi Grandi sognatori sono proprio i lettori.

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