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Il maestro del lume di candela e altre poesie di Michael Longley

Forse è Trophime Bigot il Maître à la chandelle, camaleontico pittore barocco che a Roma identificano nel “maestro Jacomo”, ossia Giacomo Massa. La caratteristica peculiare di questo artista (chiunque egli sia in realtà) è di effigiare figure immerse nel buio e rischiarate fiocamente dalla luce di una candela. C’è un forte significato simbolico-allegorico dietro a questa scelta stilistica che ha destato l’interesse del venerando poeta irlandese Michael Longley, autore di un delizioso autoritratto, quasi una gentilissima appropriazione:

Sono il maestro del lume di candela
che fra le ombre accende un fiammifero.
Dallo stoppino fumo, poi fulgore.
Sono il maestro del lume di candela

(La parola utilizzata in lingua originale per “fulgore” è radiance e collega immediatamente tale lirica all’assorta teoresi di Gerald Manley Hopkins.)

Il maestro del lume di candela e altre poesie («Lo Specchio» Mondadori, a cura di Piero Boitani e Paolo Febbraro, saggio introduttivo di Piero Boitani, traduzioni di Paolo Febbraro, Piero Boitani e Marco Sonzogni) è la prima grande antologia di Longley edita in Italia – dopo Lucciole alla cascata (Trauben 2005) e Angel Hill (Elliot 2017) – e rappresenta la sua produzione sessantennale, ovvero da No Continuing City (1969) a The Slain Birds (2022).

Il maestro del lume di candela e altre poesie

Autore di punta, con il coetaneo e amico Seamus Heaney, della grande generazione della nuova poesia irlandese, Michael Longley, in questa ricca antologia che ne ripercorre il cammino, ci appare nella sorprendente e generosa varietà di tematiche e forme di un'opera d'ampio respiro.

Classe ’39, marito dell’esimia studiosa Edna Longley, cantore della natura «con propensione ecologista», «stregato da Omero» – come ha rivelato in One Wide Expanse –, amico e competitor di Seamus Heaney e Derek Mahon, insignito del Premio Librex Montale (2005) e del Premio Feltrinelli per la Poesia dell’Accademia dei Lincei (2022), Longley è uno dei maggiori poeti di lingua inglese del nostro tempo. Come scrive Boitani nell’introduzione, egli «ha incontrato la propria Musa in Omero. Omero lo educa alla realtà e alla percezione, alla bellezza e al conflitto, alla vastità che pochi come i poemi omerici possiedono».

Diviso tra Louis MacNeice e i “War Poets” britannici, impregnato di classics, Longley racconta l’amore in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue dicotomie: dal profondo affetto per il fratello gemello Peter all’eros coniugale, dalla gioia della paternità all’agape per la poesia stessa (in apertura c’è un intenso testo dedicato a Emily Dickinson sulla genesi dei versi). E nel gorgo delle relazioni si fa largo con identica pertinacia la tradizione gaelica fatta di ciuffi dell’«erioforo», «kettle», «mura del monastero», «currach», «edera», «fuochi di ginestre», «ranuncoli», uova del «lucherino». La scrittura di Longley è venata di «linee della vita, / dita che premono sul crinale della tibia»: una sintesi prodigiosa di materia e spirito, di un seeing things (per dirla con Heaney) attento e organico. Ed è proprio così la poesia irlandese tout court:

«Di regola pittura a impasto o velature: / aggrumarsi tuberoso, un torbido / accumularsi, rima interna – / chinarsi della fucsia verso terra, / la patata e le sue infiorescenze: // o un piovigginare continuo, / specializzarsi della luce, / acqua paludosa che si allunga sulla sabbia / in onde brevi, elisioni – / i dialetti del silenzio: // o, a volte, in combinazione / tracciare il profilo alle schiene chine, / agli arti spigolosi delle creature – / metalli irreperibili che colorano / la lettera iniziale, la propria posizione».

All’ombra dell’ultima parte del rinascimento poetico irlandese (e particolarmente in autori come Longley, Heaney, Muldoon) c’è la profonda ferita dei Troubles, che hanno segnato un’intera generazione:

Pensa ai bambini
nascosti nelle bare.
Guardalo in faccia, il dolore.
Quei trent’anni chiamali
gli Anni del Disonore

In molti casi i testi di Longley sono brevi e calcarei, posseggono la medesima austera laconicità della lirica monodica greca. Ma più spesso transitano la pagina personaggi grandiosi, eroi incomparabili come Achille, Ettore, Odisseo.

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