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Un ca**o ebreo di Katharina Volckmer

Un libro non si giudica dalla copertina, né tantomeno dal numero di pagine. Centodieci. Dai, centodieci però sono proprio poche! Non so se ne vale neanche la pena. Cosa puoi dirmi in centodieci pagine che già non so, come puoi emozionarmi? La copertina però è bella, geometricamente bella, e il titolo…bè, il titolo merita tutta l’attenzione.

Allora l’ho aperto e, dubbiosa, mi sono messa a sfogliarlo piano, una pagina, quattro pagine, per finire a farmelo scorrere tra le dita con faccia perplessa. Niente capitoli, niente dialoghi e pochissimi punti a capo. Ma cosa sei?

Bè, l’ho letto. L’ho letto come se stessi facendo ottanta vasche a stile libero, prendendo fiato ogni quattro bracciate. È fondamentale, ogni tot, alzare gli occhi dalla pagina e fare un bel respiro profondo: inspirare dal naso ed espirare dalla bocca piano piano, fatelo tre volte e ricominciate a leggere. Non aspettate di arrivare a un certo punto per smettere e riprendere fiato, al punto non ci arriverete vivi se non respirate.

Un ca**o ebreo
Un ca**o ebreo Di Katharina Volckmer;

In un elegante studio medico di Londra, una giovane donna è distesa sul lettino. Scorge a malapena i capelli radi e le mani raffinate del suo medico, il dottor Seligman, mani a cui ha affidato la scelta più radicale e rivoluzionaria della sua vita.

Il dottor Seligman è nel suo studio londinese, sta visitando una paziente, noi siamo una pianta appoggiata sul davanzale e ascoltiamo tutto. La paziente è una giovane donna di origini tedesche che ha la forza dirompente di un ruscello di montagna, la sua voce ha un suono melodioso mentre si racconta, si confessa, fa domande, inciampa nei suoi ricordi e, come l’acqua più fresca di fonte, è in grado di spaccare la roccia. Nulla resiste al suo passaggio. Il senso di colpa di una nazione, di un popolo, di un solo essere umano viene sbandierato tra quelle pareti asettiche. La necessità di non appartenere a nessun genere, colore, etichetta, schema e dimensione sono fuochi d’artificio che esplodono dalla sua bocca e bruciano la nostra pelle. Un flusso di coscienza inarrestabile che per centodieci pagine ci tiene in ostaggio, con un susseguirsi di epifanie che ci fanno realizzare: “anche io l’ho pensato una volta...ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo a voce alta”. E invece ora c’è lei, la nostra eroina/eroe che parla anche per noi. Il dottor Seligman è un vero professionista, troppo concentrato sul suo lavoro per lasciarsi sviare dalle considerazioni della paziente. Non cede alla lusinga, non si espone, il suo mestiere è un altro, è lì per liberare, per dare nuova vita, un’ostetrica 2.0.

Ricordatevi di respirare ogni tanto e ascoltate il ruscello farsi inondazione, senza pregiudizi, senza pudori, senza censure.

Si potrebbe dire che i bagni pubblici mi hanno insegnato più cose su di me di qualsiasi altro luogo. È stato quando li ho pensati come spazi rilevanti nelle nostre esistenze quotidiane, dottor Seligman, che mi sono sentita esclusa per la prima volta. È stato nei bagni pubblici che non ho mai confidato segreti alla mia migliore amica, che non mi sono mai ritoccata il trucco né ho scritto il nome del mio innamorato sui muri sporchi. È stato nei bagni pubblici che ho sentito per la prima volta di non appartenere a uno spazio costituito esclusivamente da donne e che non sarei mai stata in grado di unire le donne di fronte a uno di quegli specchi pieni di macchie. E non è che non avessi amiche, ma dover usare quei luoghi per via della forma che il mio corpo aveva assunto mi sembrava semplicemente sbagliato, perciò, una volta imparato a pensare con la mia testa, ho cominciato ad andare nei bagni dei maschi.

 

 

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