Il verso giusto

Lucinda Matlock di Edgar Lee Masters

Illustrazione di Roberta Richard, 2023, studentessa del Liceo Artistico A. Volta di Pavia. Tecnica mista

Illustrazione di Roberta Richard, 2023, studentessa del Liceo Artistico A. Volta di Pavia. Tecnica mista

Lucinda Matlock


Andavo a ballare a Chandlerville

E giocavo a snap-out a Winchester.
Una volta ci siamo scambiate i cavalieri
Mentre tornavamo a casa sotto la luna a meta giugno
E cosi ho conosciuto Davis.
Ci siamo sposati e abbiamo vissuto insieme per settant’anni,
Divertendoci, lavorando, tirando su dodici figli,
Otto dei quali li persi
Prima di arrivare ai sessanta.
Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, curavo gli ammalati,
Mi occupavo del giardino, e nei giorni di festa
Me ne andavo nei campi, dove cantavano le allodole,
E lungo lo Spoon a raccogliere tante conchiglie
E fiori ed erbe medicinali –
Gridando alle colline coperte di boschi, cantando alle valli verdeggianti.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
E passai a un dolce riposo.
Cos’e questo che sento di dolore e stanchezza,
Rabbia, malcontento e speranze deluse?
Figli e figlie degeneri,
La Vita e troppo forte per voi –
Ci vuole vita per amare la Vita.

(da Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Introduzione, traduzione e commento di Alberto Cristofori, La nave di Teseo, Milano 2022)

Nel grande mosaico di voci provenienti dall’altrove, dal dopo della vita, che compongono l’Antologia di Spoon River, spicca da sempre per il lettore - anche il più distratto - quella di Lucinda Matlock, che occupa il testo numero 207 nella versione definitiva dell’opera (secondo l’edizione del 1916, dopo la prima in volume dell’anno precedente).

Edgar Lee Masters in questo suo capolavoro irripetibile, classico contemporaneo nutrito di suggestioni epigrammatiche greche, crea una compagine di traiettorie esemplari a volte anche discordanti tra di loro: fa parlare una donna morta anziana, dopo una vita piena e soddisfacente, non per questo priva di difficoltà. Come lo stesso autore confessa, nell’immaginare questa voce dal tono fiero e sereno, egli ha tenuto presente la figura della nonna paterna, Lucinda Masters, scomparsa effettivamente a novantasei anni nel 1910.

Antologia di Spoon River. Testo inglese a fronte

L'"Antologia di Spoon River" è stata pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1943, tradotta da Fernanda Pivano e scoperta da Cesare Pavese. Da allora sono state fatte innumerevoli edizioni; il numero di copie vendute, da autentico bestseller, è straordinario, soprattutto se si tiene conto del fatto che si tratta di un libro di poesia, tradotto per di più da un'altra lingua.

L’autore appartiene a quelle generazioni nuove, che alla fine del testo sono oggetto del benevolo rimprovero della nonna, quasi un discorso fatto sull’aia a dei nipoti recalcitranti al gusto autentico dell’esistenza.

Anche noi, con l’autore, ci sentiamo giustamente richiamati da questa figura di nonna archetipica.
Masters ci fa insomma sentire dentro il cerchio della vicenda di Spoon River o, se si preferisce, ha la capacità di trasformare quella vicenda in una parabola universale.

Credo che la nonna si sarebbe potuta rivolgere così a me, a ciascuno di noi lettori: una donna che non ha fatto lamenti sulla vita, ma ha condiviso i patimenti con chi li sopportava; che non ha avuto dubbi sulla strada da prendere, ma si è scelta la propria rimanendole poi fedele.
Alle esitazioni oppone una granitica fortezza; all’indugio sul male, la fede nell’integrale bontà dell’esistenza, senza per questo ignorarne i dolori. È un insegnamento che sembra sempre venirci dal passato, che pare sempre mancare nel nostro presente. Non immagina forse Dante, al centro del suo Paradiso, di farsi decantare la vita della buona Firenze antica dal trisavolo Cacciaguida? Una segreta legge di corruzione e degrado sembra presiedere al trascorrere del tempo, delle generazioni.

Eppure, chi ha vissuto prima di noi e ha sopportato gli affronti dell’esistenza (le malattie, le morti) ricorda anche per oggi la forza di un coraggio che non è incoscienza né banalità, ma piuttosto gratitudine per il dono stesso della vita. È su questa parola, con un gioco di parole che vale come un proverbio o un motto sapienziale, che la poesia infatti si chiude, aprendo anche noi, figli degeneri, dubbiosi, poveri, a uno spiraglio, a un altro possibile sguardo.
«Ci vuole vita per amare la Vita».
Cioè: non siete voi e il vostro singolo tormento, ma è la vita al centro del discorso, la vita che vi contiene e comprende. Abbiate fiducia in essa.

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Conosci l'autore

Edgar Lee Masters è stato un poeta statunitense. Cresciuto nell’Illinois, visse a Chicago praticando l’avvocatura ma desiderando soprattutto di affermarsi come poeta e di cantare la vita «di quelli che lavorano, dei predicatori, degli atei e di tutti i tipi umani». Nel 1915 pubblicò L’antologia di Spoon River (Spoon River anthology), che ebbe un successo immediato e clamoroso. Nata, come per miracolosa germinazione, dalla lettura degli epigrammi sepolcrali della greca Antologia palatina, Spoon River allinea, in versi appena ritmati, le lapidi del cimitero di una piccola città del Midwest: quasi una microstoria in frammenti dell’America provinciale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo. Le voci incrociate dei morti che «dormono sulla collina», e che al cenno del poeta si destano dai loro inferni, purgatori, brevi paradisi, smascherano le ipocrisie del potere, le menzogne degli amanti, le angosce dei giusti, per svelare la disintegrazione degli antichi codici morali dietro lo specchio della rispettabilità. Con La nuova Spoon River (The new Spoon River, 1924), M. non riuscì a dare un seguito a quel suo libro unico. Dopo il discusso L’uomo Lincoln (Lincoln the man, 1931) e altre biografie, di Lindsay, di Whitman, di Mark Twain, fu dimenticato. Ma L’antologia di Spoon River è stata accolta anche in Europa da generazioni di lettori con sempre vivo entusiasmo.

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