Il verso giusto

Lanterna all'aperto di Gerard Manley Hopkins

Illustrazione di Emma Lodigiani, 2023, studentessa del Liceo artistico A. Volta di Pavia. Tecnica mista

Illustrazione di Emma Lodigiani, 2023, studentessa del Liceo artistico A. Volta di Pavia. Tecnica mista

Lanterna all'aperto

Talvolta una lanterna muove nella notte.
Che interessa il nostro occhio. E chi passa?
penso, da dove e per, mi chiedo, dove,
con, per quella vasta oscurità, il suo guadante lume?

Uomini mi sfiorano, che per viva bellezza
di forma o mente o d’altro sono rari:
contro la nostra aria assai spessa e marcia essi piovono
ricchi raggi, finché morte o distanza tutti li compra.

Morte o distanza presto li usura: volgo,
finché posso l’occhio dietro a loro, starci alla fine
non posso, e lungi dagli occhi lungi dal cuore.

Cristo cura: l’interesse di Cristo, cosa c’è da accettare o emendare
li guarda, vuole col cuore, con zelo incalza, col piede segue gentile,
loro riscatto, loro riscossa, e primo, fermo, ultimo amico.

(da Gerard Manley Hopkins, Poesie 1875-1889, a cura di Viola Papetti, con uno scritto di Giorgio Manganelli, Einaudi, Torino 2022)

Poesie
Poesie Di Gerard Manley Hopkins;

Hopkins è diventato un punto di riferimento per la poesia del Novecento. Il ritmo musicale, quasi contrappuntistico, gli aspetti fonosimbolici, e poi le inversioni sintattiche, la trasformazione delle funzioni «naturali» di nomi, verbi, aggettivi, l'omissione di nessi logici e grammaticali, tutto questo fa della poesia di Hopkins un oggetto sorprendente, con affascinanti accumuli espressivi e di senso.

Gerard Manley Hopkins, poeta inglese convertitosi al cattolicesimo, entrò a ventiquattro anni (era nato nel 1844) nella Compagnia di Gesù e divenne sacerdote a trentatré anni.
La sua vita sarebbe stata breve: morì infatti a Dublino, dove insegnava all’Università, nel 1889.
Poco il tempo avuto in sorte, nel quale l’uomo Hopkins si rivolse alla poesia per fissare il senso dell’essere, suo e delle cose. Per lui, poeta rimasto inedito per tutta la vita e pubblicato per la prima volta nel 1918, la poesia è una sorta di intimo e necessario respiro, con il quale sentire all’unisono con la creazione. Scopre al di sotto della natura il soffio divino, la divina maternità di Maria, paragonata in un componimento alla primavera, in un altro all’aria.

Non è una poesia facile, né scontata, quella di Hopkins. Loda, sì, ma cercando ritmi franti, ellissi, inversioni nella sintassi, ardite sperimentazioni.
L’organismo della poesia di Hopkins è insomma screziato, mosso, dinamico, così come ai suoi occhi appare il mistero della creazione, piena di particolari, di dettagli, di diversità. La poesia sembra un’eco dell’impronta creatrice di Dio, fantasiosa, esuberante, potente.

Tutte le cose per il poeta tendono verso il mistero della nascita, morte e resurrezione di Cristo.
Quella resurrezione per cui il povero corpo dell’uomo è destinato a essere «diamante immortale» («immortal diamond»). È da questa prospettiva che nel sonetto intitolato in lingua originale The Lantern out of Doors (Lanterna all’aperto nella traduzione di Viola Papetti), il poeta riflette sull’incrocio della propria vita con quella degli altri. Fuggevole l’incontro, fragile la congiunzione delle nostre esistenze, destinate poi ad andare altrove, a seguire le proprie orbite.

L’occhio caritatevole del poeta non può più di tanto. Ma dove non arriva il suo cuore, il suo sguardo, arriva quello di Cristo. Lui, sì, amico primo e ultimo, baluardo autentico, in cui l’umanità, anche se transitoria e labile, trova il proprio nido di persistenza, di fermezza.
Maria continua a generarlo, instancabilmente, e in lui, nella sua amicizia sorprendente, soprannaturale eppure umana, perché ha preso carne nel grembo della Madre, la nostra ansietà per la sorte degli esseri si acquieta, si placa. L’inevitabile naufragio di ogni cosa umana si risolve in approdo, trova il suo benedetto porto.

Così, con questa speranza cantata in un ritmo irregolare, in un verso sovrabbondante, Hopkins ha parlato a tanti poeti del Novecento, li ha irretiti nella sua lode, li ha attratti verso il mistero da lui cantato. Ognuno ci ha fatto i conti a modo proprio e così anche noi, lettori, siamo convocati da lui alle fonti del dolore e della grazia, a guardarci attraverso, fino in fondo, per trovare la nostra risposta.

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Libri di Gerard Manley Hopkins

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Bellezza screziata

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Conosci l'autore

(Stratford, Essex, 1844 - Dublino 1889) poeta inglese. Compì gli studi a Oxford, dove si convertì al cattolicesimo (1866). Due anni dopo intraprese il noviziato fra i gesuiti; ricevette gli ordini nel 1877. Sacerdote e predicatore a Londra, Oxford, Liverpool, Glasgow, nel 1884 ebbe la cattedra di letteratura greca all’università di Dublino. Le sue poesie furono pubblicate, postume, nel 1918. Il componimento più lungo e noto è Il naufragio del Deutschland (The wreck of the Deutschland, 1876), meditazione religiosa che prende lo spunto dalla morte in mare di cinque suore; ma notevoli sono anche molte delle poesie brevi, come La grandezza di Dio (God’s grandeur), Il gheppio (The windhover), Variopinta bellezza (Pied beauty), I pioppi di Binsey (Binsey poplars), Primavera e autunno (Spring and fall), Scritto sulle foglie della sibilla (Spelt from Sybil’s leaves). Importante è anche la serie dei sonetti «oscuri», che rispecchiano la tormentosa lotta del poeta con le tensioni impostegli dalla fede.H. è uno dei poeti più arditamente sperimentali della letteratura inglese. La sua opera, spezzando il conformismo di tanta poesia vittoriana, anticipa molti sviluppi della lirica del Novecento. H. riproduce con una serie di accorgimenti espressivi (l’assonanza, l’allitterazione, il ritmo «a salti», un lessico variatissimo e concreto) il «gusto» della realtà: ciò che egli stesso, coniando un nuovo termine, chiamò l’inscape, l’essenza unica e inconfondibile del reale. A dirigere questa tecnica compositiva, che si ricollega all’antica poesia anglosassone e alla poesia metafisica, c’è, in H., un senso spontaneo e immediato della bellezza, emanazione della vita divina. Considerato come un eccentrico dalla critica dell’età vittoriana ed edoardiana, solo dopo la lezione di Pound e di Eliot è stato pienamente riconosciuto come sperimentatore e innovatore del linguaggio poetico.

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