Il verso giusto

Gióst e ingióst dir che chi dróva al dialett di Emilio Rentocchini

Illustrazione di Chiara Montiron, 2022, studentessa del Liceo artistico Volta di Pavia. Tecnica Mista

Illustrazione di Chiara Montiron, 2022, studentessa del Liceo artistico Volta di Pavia. Tecnica Mista

Gióst e ingióst dir che chi dróva al dialett

Gióst e ingióst dir che chi dróva al dialett

l’è arvultê indrê vers al pasê, vést che

scréver l’è ander in seirca e chi ’s ghe mett,

qualunque diresioun intima che

po’ a ciaparà, seimper al catrà ’d nett

l’avgnìr. Bel dir in dialett ai can se

apeina un bris randag, ai gat ch’i nàsen

a l’improvis s’un mur, ch’i mort i arnàsen.

 

Giusto e ingiusto affermare che chi usa il dialetto

è volto al passato, visto che

scrivere è ricercare e chi cerca,

qualunque direzione interiore

poi prenda, troverà sempre e comunque

il futuro. Che bello dire in dialetto a cani

appena un poco randagi, ai gatti che sbocciano

all’improvviso su un muro, che i morti rinascono.


(da Emilio Rentocchini, Lingua madre. Ottave 1994-2019, Prefazione di Giorgio Agamben, Quodlibet, Macerata 2022)
Lingua madre. Ottave 1994-2019
Lingua madre. Ottave 1994-2019 Di Emilio Rentocchini;

La poesia di Emilio Rentocchini consta essenzialmente di trecento ottave ciascuna scritta per così dire due volte: nel dialetto di Sassuolo e in italiano. Si tratta di ottave perfette secondo la tradizione metrica (ABABABCC) di questa strofe che, dai poemi cavallereschi del Duecento fino al Boiardo e all'Ariosto, appartiene alla poesia epica e narrativa; ma, Rentocchini, con un'invenzione geniale, la strappa dal suo contesto e trasforma ogni ottava in una poesia autonoma di natura essenzialmente lirica.

Scrivere poesia significa guardare indietro, essere nutriti solo di passato?
E, a maggior ragione, si rivolge solo al passato quel poeta che scriva addirittura in dialetto, cioè in una lingua usata da pochi, difficile da intendere per i lettori non della sua comunità?
Se lo chiede Emilio Rentocchini (1949), che scrive nel dialetto di Sassuolo e che dagli anni Novanta lo fa attraverso il filtro elettivo di una forma chiusa della tradizione: l’ottava.
Non quella narrativa dei poemi cavallereschi, ma l’ottava isolata, conclusa in sé stessa, con una intonazione tra lirica e filosofia.

Dunque nei testi di Rentocchini si sommano due anacronismi, se così si vuol dire: il dialetto (con sottostante traduzione in italiano) e la forma chiusa. È come se la voce del poeta contemporaneo fosse fatta passare per un pertugio stretto e forzoso. E da lì, da quel forame, da quella occlusione, che cosa sgorga? Il poeta, a più riprese tra le trecento ottave complessive che ha fin qui messo insieme, si interroga sul suo fare poetico. Nell’ottava che porta il numero 233 si chiede, appunto, se questo poetare in una lingua chiusa, marginale, opaca per il parlante italiano, sia il segno di una regressione.

Tuttavia, appena ipotizzato, il pensiero è messo in dubbio.
Perché, dice Rentocchini, qualunque scrittura è una ricerca intima, segreta, nei nodi del sé e in qualunque lingua si esprima, maggioritaria o isolata, quella lingua diviene per ciò stesso un’avanguardia del pensiero. Insomma, il punto è l’autenticità della poesia, la quale una volta trovata la sua lingua, per quanto familiare e terrena possa essere, sa servirsene per forare il muro del mistero, per interrogare la nostra comune sorte di umani senza orientamento e sapere, sperduti nell’intrico dei giorni, delle stagioni.

Scrivere in dialetto, suggerisce l’autore nella Premessa al volume che raccoglie le 300 ottave, è un po’ come usare una lingua senza diritto di cittadinanza e insieme pullulante di significati nascosti: «La lingua materna, morbida e calda, mi suona come il misterioso latino delle litanie in bocca ai nostri vecchi. E come quella non necessita di comprensione».
Poco prima Rentocchini scrive anche: «Le mie ottave sono scritte nel dialetto di Sassuolo, e quando le leggo sottovoce mi sembra un po’ di pregare».
Talvolta, in effetti, la strofa del poeta diventa verticale, mira al punto misterioso del nostro non-sapere. Come alla fine dell’ottava 233, dove parlando a cani randagi e a gatti che sbucano fuori, si può misteriosamente, quasi segretamente, alludere a una vita che non muore.

Il dialetto è il passato, la poesia è l’arte di un tempo che fu?
Piuttosto essa è la concentrazione della lingua in uno spazio ristretto, obbligato e dunque densissimo, tale da trasformare il quotidiano in contemplazione, il passato in futuro, la nostalgia in desiderio.

Illustrazione di Matilda Sala, 2022, studentessa del Liceo artistico A. Volta di Pavia. Tecnica Mista

Scopri altri poeti

La posta della redazione

La posta della redazione

Hai domande, dubbi, proposte? Vuoi uno spiegone?
Scrivi alla redazione!

Libri di Emilio Rentocchini

Giorni in prova

Di Emilio Rentocchini | Donzelli, 2005

Del perfetto amore

Di Emilio Rentocchini | Donzelli, 2008

In un futuro aprile

Di Emilio Rentocchini | Incontri Editrice, 2009

Stanze di luce e d'ombra

Di Emilio Rentocchini | Consulta Librieprogetti, 2022

44 ottave

Di Emilio Rentocchini | Book Editore, 2019

Chiudi

Per poter aggiungere un prodotto al carrello devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.

Chiudi

Per poter aggiungere un prodotto alla lista dei desideri devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.

Chiudi

Il Prodotto è stato aggiunto al carrello correttamente

Chiudi

Il Prodotto è stato aggiunto alla WishList correttamente