Il sismografo

L'incredibile storia dei Samizdat

Fra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta del secolo scorso si aprì e si chiuse un capitolo assolutamente unico e per molti versi incredibile della storia del libro e dell'editoria, quello dei samizdat e di tutte le sue declinazioni. Mentre la Russia vinceva la prima guerra dello spazio, pochi anni dopo la morte di Stalin e nel pieno del disgelo di Kruschev, un piccolo esercito di moderni amanuensi pubblicò libri clandestini fino all'era di Gorbachiev. Testi vietati o che comunque la potente, celebrativa Gosizdat, sospettosa fino alla paranoia e per nulla incline a dar voce a qualsiasi pulsione artistica e sentimentale, a qualsiasi interesse che non fosse congruo con l'epica culturale sovietica, giudicava inadatti ad entrare nella bibliografia ufficiale.

Samizdat vuol dire letteralmente "pubblicato da sé": self-publishing; è un gioco di parole coniato dallo scrittore Nicolaï Glazkov, pare nel 1952, che lo contrappone alla Gosizdat, letteralmente "Edizioni dello Stato". Samizdat diventa una rete e un sistema che, visto da oggi, anticipa in gran parte l'epica libertaria fondativa del web, un internet non digitale per come lo si poteva concepire all'epoca dello Sputnik e dei missili a Cuba, squisitamente analogico. Raccolte di poesia, testi della tradizione letteraria russa messi all'indice tanto quanto i testi religiosi o i manuali antelitteram sullo yoga. Tutto duplicato a mano, con le macchine da scrivere della Germania orientale e della Cecoslovacchia (all'epoca alta tecnologia meccanica, una su tutte la "Erika"), al massimo dieci copie alla volta perché di più non si riusciva a fare. Carta velina e carta carbone erano materie preziose, di difficile reperibilità (e spesso sottratte agli uffici della nomenklatura) nella costante penuria sovietica. Ma lo snodo cruciale erano le macchine da scrivere: erano autorizzate ad averle a casa solo le dattilografe professioniste: tutto era registrato, tutto controllato e controllabile per via delle imperfezioni della battuta che riconduceva un testo dattiloscritto a quella precisa macchina da scrivere, come una pallottola sta alla rigatura della canna di una pistola. Fino a metà degli anni Sessanta si andò avanti così: dopo intense letture, spesso notturne, i mazzi di fogli sfascicolati, senza copertina, passavano velocemente di mano in mano. Presero vita delle biblioteche clandestine, con qualche migliaio di testi che servivano non più di 1000, 1.500 utenti. Già un rischio altissimo. Se andava bene, la prima volta che si finiva nel mirino di polizia e KGB la condanna era relativamente mite, ma per la recidiva o responsabilità maggiori della semplice lettura la pena erano anni nei campi di lavoro, seguiti da anni di confino in località sperdute.

La rete del samizdat - basata per una buona metà dei suoi 35 anni di vita su un'economia di scambio, nella prospettiva della reciprocità informale del dono (carta, supporti, testi, trasporti e distribuzione) - arriva subito oltre cortina, ed anche per questa mossa c'è un nome specifico: tamizdat, pubblicazioni "tam", ovvero "altrove". Laggiù dove può essere pubblicato dall'editoria vera. È in questa maniera che arriva in Europa, a Milano, Il Dottor Zivago, il libro iconico di Boris Pasternak che gli varrà l'anno successivo il Nobel per la letteratura. Lo pubblica primo fra tutti Giangiacomo Feltrinelli, 30.000 copie, una tiratura notevole per l'epoca. Tutta la vicenda (e ovviamente molte altre) è raccontata nei particolari da Carlo Feltrinelli, compresa la bellissima corrispondenza, in Senior Service.

Nei decenni successivi la rete protointernettistica si espande, niente ferma la cultura del samizdat, che si estende al rock'n roll, ai nastri registrati, dunque magnitizdat (da magnetofono)  e riproduzioni di 33 giri che erano però stampate sull'acetato di vecchie radiografie perché stampare su vinile era impossibile. A partire dal 1968, con la repressione della primavera di Praga, prendono forma riviste e periodici del dissenso, circolano microfilm, microfiches e nastri VHS (telizdat) i primi che fanno arrivare in Unione Sovietica le immagini dell'invasione di Praga e spezzoni delle televisioni occidentali. La censura si allenta un pochino. Nel 1966 si pubblica ufficialmente Il Maestro e Margherita (scritto da Michail Bulgakov tra il 1927e il 1936), ma purgato di un terzo: ciò che manca, va da sé, circola sottoforma di samizdat, a integrazione del testo. Arrivano le fotocopie, compaiono rari laboratori clandestini capaci di tirature maggiori, uno è nei sotterranei del Museo Puskin, a Mosca, guidato da uno storico. Prende vita anche un mercato, dove un libro può costare caro, l'equivalente di qualche chilo di carne, fino a rarità che valgono metà di uno stipendio medio, decine di rubli. E arrivano altri bestseller, come Arcipelago Gulag di Alexandr Solzenycin, che passa di mano nei fustini di detersivo. Ma la macchina da scrivere, i fasci di carta velina che si possono portare nella tasca interna di un cappotto, la carta carbone usata fino al limite e poi ridotta in coriandoli ed eliminata nei gabinetti perché comunque porta le tracce dei testi ricopiati, un accresciuta tecnica muscolare che batte sui tasti fino a ricavarne quindici copie per pagina (le ultime appena leggibili, ma tant'è) resta il tratto distintivo e artigianale del samizdat, che fanno circolare anche traduzioni e libri mai editati di molti autori russi del Novecento. Le riviste si moltiplicano, alimentano la dissidenza delle élite culturali e si lanciano nella sperimentazione letteraria, poetica, tipografica: ora molti samizdat sono rilegati, diventa un'editoria parallela che copre molti settori. Così fino alla Perestrojka.

Per chi volesse approfondire, la bella ricerca di Josephine von Zitzewitz, The Culture of Samizdat. Literature and Underground Networks in the Late Soviet Union (Bloomsbury Academic, 2020) in parte ripresa da Reading Russia: A History of Reading in Modern Russia, di Damiano Rebecchini e Raffaella Vassena (Ledizioni, 2020). Per le riviste della dissidenza l'approfondimento è Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del Samizdat sovietico 1956-1990 di Valentina Parisi (Il Mulino, 2014).  Ecco in breve, la storia; una storia squisitamente russa che forse ci può aiutare a capire cosè stata l'Unione Sovietica, (imprescindibili i libri di Francis Spufford, Gian Piero Piretto e Andrea Graziosi) e in parte quale cultura il regime di Putin e della sua nomenklatura vuole imporre in Ukraina. E cosa non si è fatto, pur di leggere, là dove non si poteva.

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