Sotto le copertine

Per non fare un torto a Fran. La difficoltà di tradurre una battuta

Sceneggiatore per Topolino, corrispondente dagli Stati Uniti per L’Espresso, Rolling Stone Italia e Il Sole 24 Ore, collaboratore di Linus, scrittore e traduttore: se è vero che “la vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire”, quella di Giulio D’Antona deve essere stata frutto di numerose notti insonni.

La sua ultima fatica, la traduzione di una raccolta di scritti umoristici di Fran Lebowitz, esce a pochi mesi dal successo della serie documentaristica a lei dedicata. Un progetto ambizioso, che raccoglie interviste, sketch e interventi dell’eclettica scrittrice newyorkese.

La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire

Fran Lebowitz è senza dubbio la voce umoristica più sferzante d'America. Ha un'opinione su qualsiasi argomento e non si fa pregare per esternarla. La sua grande amica Toni Morrison diceva: "Ha sempre ragione perché non è mai imparziale." È arguta, crudele, pungente, se colpisce è per affondare.

Un libro a cui D’Antona è molto legato – “Fran è un po’ il mio pallino” – e che non è che l’ultimo dei suoi numerosi progetti ascrivibili all’ambito umoristico: Giulio D’Antona è infatti produttore dei primi tre comedy special italiani targati Netflix, nonché autore del podcast Comedians e curatore dell’antologia Stand-up comedy (Einaudi).

Raccontaci di te, Giulio: quando hai capito che la tua sensibilità verso le lingue poteva diventare un mestiere?

Devo fare una premessa: pur traducendo, io non sono un traduttore. La mia prima traduzione importante – Otto anni al potere di Ta-Nehisi Coates – risale a quattro anni fa. Io non avevo alcuna intenzione di tradurre libri, benché al tempo mi nutrissi di molta letteratura americana e me ne occupassi assiduamente: proponevo i libri agli editori perché vivevo a New York e mi capitavano tra le mani.
È stata tutta un’idea della mia editor, che un giorno mi chiamò e mi disse: “Abbiamo questo libro, ti andrebbe di tradurlo?”. Io ovviamente risposi di no perché non mi sentivo in grado, ma lei mi disse di provarci.

… e per fortuna l’ha fatto! Quello del traduttore è sempre un lavoro difficile, ma nel caso del libro di cui stiamo parlando, si aggiunge la complicazione del lavorare su una lingua che nel frattempo è cambiata…

Beh, pensa che gli ultimi scritti di Fran Lebowitz sono usciti per la prima volta nel 1981, per cui si trattava di tradurre una lingua ricca di modi di dire e riferimenti che in seguito si sono persi, per di più in una lingua in cui non erano mai stati tradotti: già è difficile salvare qualcosa di contemporaneo che in inglese funziona, figuriamoci qualcosa che in inglese funzionava trent’anni fa!
Abbiamo dovuto scegliere cosa tradurre letteralmente e cosa cercare invece di rendere in modo comprensibile.

Per di più, quando si parla di scrittura umoristica, c’è anche la questione dei tempi comici da rispettare nella lingua in cui si traduce: doppio salto mortale!

Stiamo parlando del libro umoristico di una scrittrice che non fa più la scrittrice e che ha fatto del parlare in pubblico la sua carriera. Quando è uscita la serie su Netflix (Fran Lebowitz – Una vita a New York, una serie documentaristica diretta da Martin Scorsese NdR), un po’ di persone hanno scoperto Fran Lebowitz. Ha una personalità molto divisiva, però è abbastanza simpatica, per cui è facile volerle bene e in tanti si sono innamorati di lei.
La sua è una scrittura molto peculiare, asciutta, fatta di frasi molto brevi e secche. Le battute arrivano come punchline, per cui se uno la conosce come public speaker o personaggio televisivo, leggendo il libro sentirà la sua voce.

Nella postfazione e nelle note a margine del libro ci sono alcuni esempi delle “intraducibilità” con le quali ti sei dovuto misurare: che cosa spinge un traduttore ad alzare le mani e ad arrendersi?

In La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire è l'umorismo che comanda, perché si tratta di un libro che – alla fine – deve far ridere. Meglio lasciare una battuta in inglese e lasciare che la capiscano in pochi, piuttosto che finire per renderla meno divertente traducendola in italiano.
Sarebbe come fare un torto a Fran.

Quanto è frustrante per un traduttore sapere che il suo sforzo non potrà mai essere apprezzato interamente dall’autore che è oggetto della sua traduzione?

Beh, in questo caso parliamo di Fran Lebowitz… quindi non avrebbe apprezzato comunque! (ride NdR)
Poi, in realtà, per me è anche un sollievo: non vorrei mai che gli autori che ho tradotto leggessero le mie traduzioni, perché tendo a essere abbastanza autocritico e so che troverebbero sicuramente degli errori di cui non mi sono accorto. Questo non vuol dire che io abbia tradotto liberamente.
Per carità, non mi permetterei mai.

Quindi nell'annosa querelle a proposito di Pavese traduttore buono o meno buono… qual è la tua posizione?

Ho sempre avuto qualcosa da dire sulle traduzioni libere degli anni Sessanta. Se leggi adesso Kerouac sapendo l'inglese capisci che la Pivano si era inventata molto di quello che c'era nei libri. Ma se non l'avesse fatto, se non si fosse presa quelle libertà, non avremmo avuto Kerouac, non avremmo avuto i beat, non avremmo avuto una grossa parte di letteratura americana. 

A proposito di America: tu hai vissuto a lungo a New York, Giulio. Quale ritieni sia la maggiore difficoltà nel tradurre l’inglese americano?

Secondo me sta sempre nel trovare le parole giuste per il giusto momento, rendere esattamente ciò che l’autore voleva dire.
Già è complicato in un libro contemporaneo, figuriamoci in un libro che ha trent’anni: si devono cercare le soluzioni giuste perché il lettore di oggi non senta mai il distacco di traduzione.
Purtroppo, è impossibile evitarlo. Succederà sempre.

… che poi è l'amletico dilemma di tutti i traduttori, quello tra fedeltà e infedeltà al testo…

Un eccesso di lealtà può portare allo stesso problema: ogni lingua ha una propria costruzione e se si è troppo fedeli al testo si rischia di far sentire inglesismi e falsi amici. Da qui nasce il “doppiaggese” nel quale sono stati purtroppo tradotti tanti libri, filtrati dalla traduzione cinematografica: pensiamo che l'inglese in italiano suoni in una certa maniera, ma magari non è così.

… eh già: ma non sarà colpa anche di J.D. Salinger e dello slang del suo Holden Caulfield?

Quella che parlava Holden non era una lingua reale, ma è il caso anche di Ultima uscita per Brooklyn: Hubert Selby usava una lingua completamente parlata: grammaticalmente non c'era niente di giusto in quel libro.
Come fai a riportarlo in italiano? O tradisci la grammatica o tradisci l'inglese. O ti ritrovi tra le mani un brutto libro, che si legge con difficoltà, oppure hai un bel libro. Che però non è il libro originale.

Ci racconti di una volta in cui hai avuto la certezza di aver fatto un buon lavoro?  

Tradurre questo libro di Fran Lebowitz mi ha davvero gratificato, un po’ perché è un progetto che ho insistito per fare io, un po’ per la sua storia editoriale abbastanza travagliata: un sacco di volte ho creduto che in italiano il libro non sarebbe mai uscito.
Quando finalmente l'ho visto finito ho pensato “Ok, forse non abbiamo fatto un lavoro così terribile”.

Eh no, decisamente non è un lavoro fatto male. Adesso vogliamo i titoli di cinque grandi libri tradotti bene, all'altezza della materia originaria.

Un libro che ho letto di recente è 22.11.63: la prima traduzione di Stephen King che io abbia mai letto che non fosse artefatta.
A volte una bella pensata di Ken Kesey, lavoro difficilissimo e mastodontico tradotto da Sara Reggiani.
Ultima uscita per Brooklyn, tradotto da Martina Testa.
Il vecchio e il mare tradotto da Silvia Pareschi, un ottimo salvataggio di Hemingway rispetto alle vecchie traduzioni.
E sulla fiducia io proporrei sempre di Sarah Reggiani e Leonardo Taiuti Casa di foglie di Danielewski.

Una curiosità, per chiudere su una nota colorata questa nostra conversazione. Il tatuaggio che hai sul braccio recita “Good grief”. Eppure, in italiano non sarebbe suonato altrettanto bene…

È una frase che diceva sempre Charlie Brown. In Italia è stata tradotta con “Misericordia!”, ma questa parola non rende la vera espressione di Charlie Brown.
Tra l’altro, c’è un errore. Ho fatto questo tatuaggio a sedici anni e non ho mai avuto il coraggio di dire alla tatuatrice: "Mi aggiungi il punto esclamativo?".

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