Sotto le copertine

Come una birra si è trasformata in una babysitter. A tu per tu con i traduttori NN

“Non c’è autore che non riconosca a Coover il primato di una sperimentazione vertiginosa e innovativa dei temi e dei linguaggi della letteratura occidentale. Coover parte dalle fiabe, dai miti e dalla bibbia per reinventarli e mostrarne le contraddizioni, tutte umane; affronta i generi e li fa esplodere usando e piegando il linguaggio del cinema e del fumetto”

Eugenia Dubini

Così Eugenia Dubini, editore e fondatrice di NN Editore, entra in medias res e con lei cominciamo a parlare de La babysitter e altre storie uscito in Italia nel 2019, rocambolesca operazione editoriale che ha riunito 30 traduttori per 30 racconti (o short stories come dicono gli anglofoni, con profondità evocativa e semantica ben maggiori). Titolo originale della raccolta: Going for a beer ma che, per il gioco e i misteri della traduzione, è diventato in italiano: La babysitter e altri racconti. Sarà allora vero quello dicono in molti, "tradurre è tradire"?

Et voilà, ecco qui uno dei più arditi esperimenti traduttologici che abbiano avuto luogo in Italia, “nessun criterio scientifico ma solo passione, desiderio, voglia di sperimentare” a guidare le attribuzioni e gli abbinamenti racconto/traduttore, come ci racconta Serena Daniele, editor e a sua volta traduttrice per NN. Tradurre, allora, per giocare (anche) con il linguaggio, con due lingue, inglese e italiano, che si guardano come due speroni rocciosi, sotto il fiume della traduzione, per specchiarsi in quelle acque come qualcosa di diverso eppure uguale al suo punto di partenza.

Cominciamo allora dall’autore. Robert Coover, inesplorato per non dire semisconosciuto al pubblico italiano, è considerato "uno dei padri del postmoderno americano". Oltre ad avere insegnato all’università per più di trent’anni, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, è stato finalista al National Book Award ma soprattutto, con visionarietà profetica, ha fondato alla fine degli anni ’80, dopo gli scontri di Piazza Tien An Men, l’International Writing Project, un programma rivolto agli scrittori perseguitati per le loro idee e per le loro opere.
In italiano è possibile leggere molto del suo poderoso corpus di racconti, oltre al suo romanzo, Huck Finn nel West, uscito quest’anno sempre per NN Editore. Come ci ha raccontato Eugenia Dubini, Coover è capace di "catapultare il lettore in universi fantastici come quelli dell’Uomo Invisibile o dei cartoni animati… Per un editore come NN pubblicare Coover è insieme un tributo e un riconoscimento".

Una piccola premessa: la raccolta La babysitter e altre storie mette insieme più di cinquant'anni di attività letteraria di Coover assembrando racconti che vanno dal 1962 al 2017, presi a loro volta da altre raccolte pubblicate attorno a temi specifici.

Così per confonderci ancora di più le idee sulla complessità del mondo editoriale e in particolare sull'ambito della traduzione, abbiamo deciso anche noi di provare un esperimento, un’intervista tripla a tre dei trenta diversi traduttori.
I nostri protagonisti sono, in rigoroso ordine alfabetico: Franca Cavagnoli, Fabio Cremonesi e Riccardo Duranti.

La babysitter e altre storie
La babysitter e altre storie Di Robert Coover;

Con una lingua evocativa, densa, ostinatamente precisa, nella Babysitter e altre storie Robert Coover sonda gli aspetti più commoventi, sublimi e grotteschi dell’esistenza, frantumando l’inganno del mondo e portando alla luce l’indicibile che scorre sotto ogni vita come un raggiante fiume sommerso.

Trenta racconti per trenta traduttori… praticamente una “Coover band”! Come avete lavorato per rendere quella musica accessibile ed evocativa anche nella nostra lingua?

Franca Cavagnoli: Prima di cominciare a tradurlo ho letto e riletto più volte, a voce alta, il racconto in inglese e così ho fatto alla fine con la traduzione italiana… Voce e orecchio: è qualcosa di molto fisico. Solo in quel momento ti accorgi se il ritmo della prosa è davvero lo stesso.          

Fabio CremonesiA ciascuno di noi traduttori è toccato un unico racconto e su quello abbiamo potuto concentrarci, che è poi più o meno quello che facciamo sempre, nella nostra vita professionale: ascoltiamo l’originale, cerchiamo di “dire più o meno la stessa cosa” (secondo la mirabile definizione di Umberto Eco) e poi ci rileggiamo. Personalmente lo faccio ad alta voce, per capire se il ritmo è lo stesso dell’originale.

Riccardo Duranti:  il mio racconto s’intitolava The fall guy’s faith.
È un racconto tutto basato sul portare alle estreme conseguenze le suggestioni etimologiche e idiomatiche della radice fall.
Quindi bastava trovare un archetipo in qualche modo equivalente, così ho pensato all’angelo caduto (che sono convinto sia il modello più o meno conscio anche del fall guy). In realtà sono partito leggermente più in alto ma l’effetto a cascata etimologica si è puntualmente verificato. 

Ma se tradurre significa in qualche modo tradire… allora quel che si è consumato ai danni della Babysitter di Robert Coover è uno dei più colossali tradimenti collettivi che si siano mai visti in letteratura!

Cavagnoli: ... ma no! per tradurre un autore come Coover, con le sue molte voci, i suoi molti generi e stili, erano davvero necessari traduttrici e traduttori diversi. Per la voce di ogni testo, in casa editrice hanno scelto la voce italiana che ritenevano più adatta a interpretarla e a renderla nella nostra lingua.

Cremonesi: …mi fermo a una considerazione più banale: sono convinto che un autore con un approccio alla scrittura giocoso come quello di Coover, il gioco con i generi, il gioco con i topoi, persino il “metagioco” con i giochi di parole e via di seguito, non possa che apprezzare un’operazione come quella imbastita da NN!

Duranti: Non ho mai creduto a questa analogia basata sull’assonanza. Chiunque traduca accetta implicitamente lo strutturale handicap dell’attività e lo trasforma in sfida per superarlo, anche se lo sappiamo, il massimo cui possiamo aspirare è un pareggio.

Ed ora a tu per tu, abbiamo chiesto qualcosa ad ognuno di loro.

A Franca Cavagnoli è toccato in dote Il rabberciatore, in inglese The tinkerer, un racconto del 1981 che già dal titolo fa intuire una sfida impegnativa.

Franca, come hai lavorato a un testo tanto sincopato ed ellittico?

Le difficoltà maggiori sono state la fusione tra i generi – prosa e poesia – e spesso la refrattarietà a qualsiasi strutturazione di senso. Coover raccoglie tanto in poche parole e quindi, dopo la prima versione, a ciascuna rilettura si è trattato di sottrarre qualcosa, potare i rametti secchi per dare più vigore a ciò che restava sulla pagina, seguire Coover lungo la strada dell’ellissi e puntare sul ritmo sincopato di quanto narra.

Tu hai tradotto tantissimi autori: dopo il tuo esperimento con il racconto The tinkerer di Coover, trovi che l’ironia sia un registro particolarmente adatto alle tue corde di traduttrice? E - se sì - qual è l’approccio migliore per rispettarne il timing, quando si traduce?

Per rispettare i tempi dell’ironia è fondamentale saper dosare le scelte lessicali.
Quando poi l’ironia non si mostra in modo palese ma balugina solo tra le righe è importante usare parole lievi e rispettare la punteggiatura, le eventuali lunghe apnee a cui ti costringe chi scrive per far risaltare meglio l’affondo improvviso. Specie se l’intenzione del testo è quella di farti sorridere e non scoppiare in una risata. Si, credo di sì: credo che l’ironia sia decisamente nelle mie corde.

 

Fabio Cremonesi, tu hai tradotto Grandmother’s nose, in italiano Il naso della nonna. Hai tradotto l’incipit del testo originale "She had only just begun to think about the world around her" come Aveva appena iniziato a pensare al mondo che la circondava”, un attacco molto bello.  È vero secondo te che l’incipit di un testo narrativo stabilisce subito in qualche modo il tono della traduzione che verrà?

Il luogo comune dice: non c’è mai una seconda occasione per fare una prima buona impressione ma per fortuna per noi traduttori non è così, abbiamo sempre la possibilità di rimettere le mani sull’incipit, e di solito lo facciamo, spesso anche più volte. Trovare il tono, la lingua giusta per un autore è un processo graduale e anche piuttosto lungo, ma quando ci arrivo, penso di rendermene conto in modo istintivo.

 

A Riccardo Duranti, che ha tradotto interamente anche la versione italiana di Huck out West, è stato consegnato il racconto The fall guy’s faith. Riccardo, esiste a tuo avviso un fil rouge che sottende tutte le tante lingue che Coover sa usare per comporre i suoi racconti così eterogenei?

Certamente. Secondo me questo fil rouge è costituito proprio dalla sua esplicita volontà di sorprendere, sovvertire le attese del lettore con approcci sempre impeccabilmente intelligenti e divertenti.

Nel corso del tuo lavoro tu e gli altri traduttori avete sentito l’esigenza di confrontarvi, a proposito di espressioni idiomatiche o di alcuni aspetti tipici della prosa di Coover, così da rendere il risultato più omogeneo? O invece la diversità negli approcci traduttologici è esattamente il valore aggiunto dell’operazione compiuta da NN editore?

Nessuna concertazione. La felicità della scelta dell’idea di partenza e della scelta dei colleghi ha dato i suoi risultati in modo naturale.



Un’operazione editoriale complessa quanto stimolante, questa compiuta da NN su Robert Coover: il risultato, a noi che abbiamo letto, è parso doppiamente soddisfacente. Perché nel godere i sapori di tante, diverse sensibilità di traduzione su una medesima voce di partenza, abbiamo potuto saggiare quali di questi fossero i più giusti per il nostro palato. E nel frattempo ci siamo goduti ogni singolo sorso di questa birra. 

La traduzione: libri sulla pratica del "dire quasi la stessa cosa"

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