Segnali di fumetto

No sleep till Shengal! Zerocalcare racconta

Io cerco quanto posso di tenere in equilibrio tutte le cose. Ho una regola: qualsiasi cosa succeda, caschi il mondo, se sto a Roma, se qualcuno mi chiede la locandina di un concerto punk, devo sempre dire di sì

Cosa ci fa Giancarlo Giannini nel Kurdistan iracheno? Beh, vediamo... potrebbe essere che il famoso attore, in una fase declinante della sua carriera d'attore, abbia trovato lavoro nei servizi segreti iracheni? In fondo, si sa, le spie sono persone complesse per definizione e potrebbero facilmente ingannare chiunque. Succederà anche in No sleep till Shengal?

No sleep till Shengal
No sleep till Shengal Di Zerocalcare;

Nella primavera del 2021 Zerocalcare si reca in Iraq, per far visita alla comunità ezida di Shengal, minacciata dalle tensioni internazionali e protetta dalle milizie curde, e documentarne le condizioni di vita e la lotta. Il viaggio si rivela difficile perché più volte la delegazione italiana viene respinta ai vari check point controllati dalle diverse forze politiche e militari che si spartiscono il controllo del suolo iracheno.

Inizia così - su di una nota leggera - la nostra chiacchierata con Zerocalcare. Una conversazione che si rivelerà densa e approfondita, arrivando a toccare tanti dei temi importanti che danno forma a quest'ultimo graphic novel. È un fumetto, questo, che si colloca saldamente nel solco tracciato qualche anno fa dallo stesso Zero con Kobane Calling.
Il rapporto coi curdi non si è mai interrotto, in questi anni. Avendo udito, tramite l'Associazione "Verso il Kurdistan", un campanello d'allarme proveniente da Shengal, la zona dove vivono gli Ezidi, Zero si è messo lo zaino in spalla ed è partito. On the road again! 

In viaggio verso una storia che il mondo deve conoscere: è la dimensione live di questo straordinario fumettista-reporter che, con No sleep till Brooklyn dei Beastie Boys a risuonare nelle orecchie (e nel titolo), ha rotto gli indugi e ha deciso una volta di più di dedicare la sua attenzione e le sue capacità narrative a un popolo tradito da tutti, e che nella disattenzione del mondo ha saputo comunque trovare risorse spirituali e culturali per far fronte alla guerra che gli è stata mossa.

Dopo un eccidio subito nel 2014, gli Ezidi, tornati a Shengal grazie al PKK, hanno aderito al modello dei curdi del Rojava: il confederalismo democratico. Già conosciuto in Kobane calling, questo sistema ha come base la parità fra uomini e donne nei comitati amministrativi, la convivenza di tutti i popoli e delle religioni che vivono in quel territorio, la restituzione delle ricchezze a coloro che ne sono stati espropriati.

Sposare questo modello, però, significa farsi dei nemici, primo fra tutti il governo iracheno. 

Ma Zero, in questa storia, dove si colloca, esattamente? Beh, innanzitutto nella sua penna, che una volta di più ha saputo diventare una torcia che proietta un fascio di luce sulla lotta di tanti uomini e donne, una lotta per difendere il proprio diritto a esistere e ad attuare il modello sociale e politico che si sente essere il più giusto per sé. 

No sleep till Shengal è un reportage potentissimo che scorre su un doppio binario: da una parte, c'è l'interpretazione di una realtà quotidiana fatta di guerra e paura, dall'altra il dialogo tra Zero e se stesso. Noi siamo abituati ai suoi monologhi e sappiamo districarci nelle sue "millemila pippe mentali". Tra la paura di morire, quella di essere lì per caso e il timore di non sentirsi all'altezza nel raccontare questa storia, Michele (Rech, com'è registrato all'anagrafe il nostro) ci racconta che ha trovato le risposte a molte delle sue domande un poco alla volta, lavorando al suo fumetto. 

Eppure, seguendo con ansia lo svolgersi degli eventi, ci sembra impossibile che un fumettista (.... che sempre più spesso somiglia ad uno scrittore, per il tono peculiare della sua prosa, anche se lui rivendica il suo restare sospeso fra il fumettista e lo scrittore che sono in lui) possa sentirsi inadatto a narrarci questa storia. Ma Zero è così, crediamo di averlo capito almeno un po', dopo tutti questi anni.

E se questa è la sensazione, forse è proprio perché lui, come pochissimi altri, sa parlare a un'intera generazione senza pretendersi migliore di essa; quella generazione cresciuta nei centri sociali, quella "strappata lungo i bordi", che soffre ancora l'incolmabile distanza tra le speranze e le aspettative dei ragazzi e il duro impatto con la realtà di un mondo in cui i lavori buoni sono per pochi e ancor meno le possibilità di seguire le proprie aspirazioni. 

A volte è bene ricordarci che siamo tutti fili d'erba in mezzo a un prato, è vero: ma come si fa a restare indifferenti di fronte a chi ogni giorno lotta per rivendicare il proprio diritto a vivere e non semplicemente ad esistere? 

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Conosci l'autore

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, è un fumettista italiano. Realizza i suoi primi lavori appena dopo il le scuole superiori realizzando un racconto a fumetti delle giornate del G8 di Genova del 2001. Ha collaborato con il quotidiano «Liberazione» e con le riviste «Carta», «Repubblica XL» e «Internazionale». Del 2011 è il suo primo libro a fumetti, La profezia dell’armadillo, pubblicato prima da Edizioni Graficart e poi da Bao Publishing che continuerà a pubblicare i libri seguenti, come Un polpo alla gola (2012), Ogni maledetto lunedì su due (2013), Dodici (2013), Dimentica il mio nome (2014), L'elenco telefonico degli accolli (2015), Kobane calling (2016), Macerie prime (2016), La scuola di pizze in faccia del professor Calcare (2019), Scheletri (2020), A babbo morto (2020), Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia (2021) e No sleep till Shengal (2022).

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