Arrivi e partenze

La favola ambientalista di Amitav Ghosh

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 - la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 - la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Si deve trovare un equilibrio fra le esigenze degli esseri umani e quelle dell’ambiente che li circonda. La mia “Jungle nama” tratta di una sorta di ecologia folk

La tematica ambientalista è da anni al centro del dibattito politico, ispirando congressi, roboanti marce di protesta e piccoli cambiamenti nelle nostre vite quotidiane. “Non esiste un pianeta di riserva”: questo lo slogan che si sente ripetere più spesso nelle manifestazioni organizzate dall’associazione Friday for future, fondata da Greta Thunberg. L’ecologia è sulla bocca di tutti, e se ne sono accorte anche le aziende: basta fare un giro al supermercato per accorgersi che sempre più brand hanno recentemente virato la propria campagna di comunicazione sul greenwashing¸ un ecologismo di facciata sfruttato ai fini del marketing.

Ma se il grido d’allarme lanciato dalle generazioni più giovani può sembrare un fenomeno degli ultimi tempi, sono in realtà secoli che le antiche leggende ci mettono in guardia dai pericoli dell’eccessiva cupidigia, esortandoci a preservare l’ecosistema che ci circonda. Per rendercene conto basta leggere Jungle nama, l’ambizioso poemetto in versi firmato dalla penna di Amitav Ghosh.

Jungle nama. Il racconto della giungla

Come un antico cantore di miti, Amitav Ghosh narra un magnifico racconto della giungla ricorrendo al potere magnetico dei versi. Ne scaturisce un libro prezioso soprattutto per le giovani generazioni che, disegnato da Salman Toor, ridesta l'antica, sapiente legge che ha governato per millenni il rapporto tra gli esseri umani e la natura: la legge per la quale è bene non sfidare mai il cuore selvaggio della natura piegandola ai propri voleri, se si vuole garantire l'equilibrio della terra.

Un’antica leggenda custodita nella foresta di mangrovie più antica del mondo, avidi mercanti, coraggiosi guerrieri e spiriti che si presentano all’uomo sotto forma di tigre: la trama di Jungle nama può anche affondare le proprie radici nella tradizione indiana, ma la sua morale è tutta moderna, tanto che l’edizione indiana del Times ha incensato Amitav Ghosh affermando che la sua ultima fatica letteraria fornisce una vera e propria carta etica con cui orientarsi.

In poco più di ottanta pagine, lo scrittore indiano riesce infatti nella difficile impresa di trovare il giusto connubio fra un affascinante sostrato mitologico e i più pressanti temi della contemporaneità. Del resto, Amitav Ghosh non è estraneo a questi progetti di riattualizzazione del mito: anche il suo precedente romanzo, L’isola dei fucili, era ispirato alle leggende bengalesi che diventavano un’occasione per riflettere sul nostro presente.

Buongiorno, Amitav Ghosh.
Anche Jungle nama si ispira al folklore indiano, potrebbe spiegarci in che modo?

Quella che ho adattato in Jungle nama è appunto un'antica leggenda delle Sundarban, una splendida foresta di Mangrovie che forse voi italiani conoscerete grazie a Salgari.
Se dovessi riassumere la trama del libro direi che è la storia di come trovare un equilibrio tra le esigenze degli esseri umani e le esigenze degli animali, delle piante e degli altri esseri che vivono nella foresta. Alla fine, quella di Jungle nama è una storia di equilibrio. E di come raggiungerlo, questo equilibrio. Si potrebbe parlare di una sorta di ecologia folk, messaggio quanto più rilevante, al giorno d’oggi.

I desideri di cui parla spesso sono desideri smodati: i protagonisti del libro sono mossi dal una insaziabile cupidigia. Secondo lei, questa smania di possedere è tipica della modernità?

Nelle ultime centinaia di anni, i nostri bisogni si sono evoluti perché abbiamo abbracciato il consumismo, fenomeno sta finendo per divorare il nostro stesso pianeta. Da questo punto di vista, la storia di Jungle Nama è particolarmente rilevante, perché ci insegna che possiamo nutrire il desiderio di ottenere un profitto... ma dobbiamo tenere a bada questa smania, perché nel momento in cui non riusciamo a imporre un limite ai nostri desideri essi potrebbero entrare in conflitto con le esigenze degli altri. Alla fine, è un discorso che si lega anche alle problematiche che ci troviamo ad affrontare oggi, come ad esempio il cambiamento climatico. È importantissimo parlare di questi temi, oggi più che mai. Ma saranno almeno cento, mille anni, che siamo consapevoli dell’importanza di prenderci cura dell’ambiente.

Jungle Nama è un libro particolare, perché è interamente scritto in versi. Qual è il significato di questa scelta e come ha influito sul processo di scrittura?

La leggenda a cui mi sono ispirato per Jungle nama esiste davvero nella tradizione bengali ed è scritta in versi, perché in origine era stata pensata per essere letta, cantata e addirittura messa in scena. Si tratta di aspetti fondamentali per la storia, per questo trasponendo la leggenda dal bengali all’inglese ho cercato di preservarne il più possibile la forma originale.
Jungle nama è scritto in distici, ovvero coppie di versi in rima baciata, da dodici sillabe ciascuno: scrivere seguendo questa metrica significa auto-imporsi delle limitazioni, il che si lega all’idea alla base del libro di provare a contenere i nostri desideri, le nostre pulsioni, la nostra smania.
Preservare la forma metrica era molto importante, e tengo a sottolineare che i miei traduttori (NdR Anna Nadotti e Norman Gobetti) hanno fatto un lavoro davvero straordinario: sembra che il testo sia stato concepito in italiano.

… Jungle Nama però non è solamente scritto in versi ma è anche illustrato: come è stato vedere le proprie parole trasformate in opere d'arte?

Fin da quando ho cominciato a lavorare a questo progetto sapevo che avrei voluto collaborare con qualche artista, perché volevo fare qualcosa di diverso sulla scia della tradizione degli antichi testi illuminati. E fin da subito ho pensato a Salman Toor, un artista che conosco da tempo e che ha un talento assolutamente straordinario. Desideravo collaborare con lui da anni, ma nel frattempo Salman era diventato famosissimo ed era impegnato in molti altri progetti (tra cui la personale dal titolo How will I know, al Whitney museum NdR).  Non aveva molto tempo a disposizione, ma grazie alla pandemia la mostra è stata posticipata e all'improvviso nella sua fitta agenda si è aperto uno spiraglio perché potesse occuparsi di questo progetto. Lavorare con lui è stata una splendida esperienza, che mi ha arricchito molto.

Un’ultima domanda: quale può essere l’attualità di un libro come Jungle nama, che pure è ambientato in un periodo storico ben preciso?

La leggenda alla quale mi sono ispirato nel libro risale alla notte dei tempi ed ha una sua valenza al di fuori di qualsiasi contesto politico, perché si basa sul rapporto tra gli esseri umani e l'ambiente circostante.
La storia Jungle nama si basa sulla condivisione di situazioni ed esperienze: quando è nata questa leggenda c'era un modo diverso di relazionarsi tra esseri umani ed era diverso il contesto ambientale. Quindi la morale di Jungle nama riesce a conservare intatta la propria rilevanza, a prescindere dal momento specifico in cui ci troviamo a vivere.

 

I libri di Amitav Ghosh

Conosci l'autore

 

 

Scrittore, giornalista e antropologo indiano. Ha studiato a Oxford e vive tra la sua città natale e New York. Considerato «uno dei più grandi scrittori indiani» (la Repubblica), è autore di numerosi libri di cui si citano: Il cerchio della ragione (Garzanti, 1986), Le linee d’ombra (Einaudi, 1990), I fantasmi della signora Gandhi (Einaudi, 1996). Per Neri Pozza ha pubblicato: Il paese delle maree (2005, 2015), Circostanze incendiarie (2006), Il palazzo degli specchi (2007), Il cromosoma Calcutta (2008), Mare di papaveri (2008, 2015), Il cromosoma Calcutta (2008), Lo schiavo del manoscritto (2009), Il fiume dell'oppio (2011), Diluvio di fuoco (2015), La grande cecità (2017), L'isola dei fucili (2019).

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