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Gilet gialli, collera nera

Illustrazione digitale di Marta Punxo, 2023

Illustrazione digitale di Marta Punxo, 2023

Una fotografia scattata l’8 dicembre 2018 sugli Champs-Elysees, raffigura un uomo di spalle con un gilet giallo. Sulla schiena il disegno di una ghigliottina: “1789, 1968, 2018. Macron, ricordati”. Quello stesso giorno il governo francese mobilitava più di 80 mila forze di polizia per soffocare le proteste esplose il 17 novembre con i primi blocchi delle rotonde.

Tutto era iniziato in risposta all’aumento del prezzo dei carburanti a partire da una petizione online lanciata a maggio 2018 da Priscilla Ludosky, venditrice di cosmetici di Savigny-le-Temple. Facebook è la piattaforma su cui si propaga il malcontento e fa la sua prima apparizione la cosiddetta “Charte officielle des Gilets jaunes” dove, sullo sfondo di un gilet giallo, troviamo sintetizzate le 25 richieste del movimento che intrecciano temi di economia e lavoro, politica, salute, ambiente e geopolitica.

Al cuore delle proteste le istanze di natura economica: i Gilets jaunes volevano innanzitutto essere pagati “il giusto”. Contro lo schiacciamento a ribasso dei salari iniziato a partire dalla bolla dei mutui sub-prime esplosa nel 2007-2008, chiedevano l’aumento immediato del 40% del reddito minimo garantito, delle pensioni e dei sussidi sociali e un piano di costruzione di 5 milioni di case popolari per ridurre il canone e “ridinamizzare” l’economia con nuove assunzioni.

Da un punto di vista geopolitico il movimento pretendeva l’uscita immediata dalla NATO, il divieto per l’esercito francese di partecipare a qualsiasi guerra di aggressione, la fine delle ingerenze politiche e militari nei territori africani e “l’impedimento” dei flussi migratori perché “impossibili da accogliere e integrare vista la crisi di civilizzazione che stiamo vivendo.”

Le istanze ambientaliste riguardavano invece il divieto di commercializzare bottiglie, bicchieri e imballaggi di plastica, e in ambito agricolo di abolire l’uso di OGM, pesticidi, perturbatori endocrini e monoculture.

Studenti, impiegati pubblici, contadini, operai, femministe e sindacati: il movimento di protesta si presenta da subito come estremamente composito, difficilmente etichettabile nell’affiliazione politica e nella sua configurazione ideologica. Viene definita una “moltitudine in movimento”, le cui fila sono ingrossate da soggettività provenienti dalle aree periurbane, meno modernizzate della Francia e in via di spopolamento.

Qual era la spinta di fondo di questo movimento? Sembra che la molla principale fosse l’opposizione all’establishment politico, il rifiuto delle istituzioni percepite come casta. La molteplicità di istanze, soggettività e forme della protesta trova infatti un trait d’union nell’attacco radicale al presidente Macron di cui si chiedevano le dimissioni: il “président des riches”, accusato di aver demolito il welfare state francese sotto la facciata di una finta politica innovatrice.

Con uno sguardo di più lunga durata, i Gilets jaunes francesi alimentano una catena di manifestazioni che origina nel 2011 con le proteste di Piazza Tahrir, Occupy Wall Street, piazza Syntagma ad Atene e prosegue nel 2013 a Istanbul con le manifestazioni di Gezi Park. Una galassia di proteste antigovernative, contro le misure di austeritiy e le conseguenze della crisi economica, e caratterizzate tutte dall’assenza di leadership definite.

In questo scenario complesso, ancora troppo vicino per essere compreso in tutta la sua portata storica, il movimento dei Gilets jaunes ha portato una diversità che riflette i cambiamenti strutturali del sistema di produzione neoliberista e che può essere sintetizzata nell’immagine iconica della rotonda bloccata.

Come l’assalto ai centri commerciali, cuori brulicanti dello shopping cittadino, quelle rotonde occupate hanno messo a nudo la fragilità del modello logistico fondato sulla supply chain just-in-time, criticando concretamente la sua natura di processo continuo e dinamico che non ammette frizioni. Sottratte alla loro funzione ordinaria di punti anonimi di scorrimento e trasmissione, quelle rotonde hanno inceppato il meccanismo, imposto una pausa e creato uno spazio di sospensione in cui poteva essere possibile l’apertura di un dibattito per il ripensamento critico della realtà. 

I libri per approfondire

Gilets jaunes

Di Collettivo EuroNomade | Manifestolibri, 2019

Il potere dei senza potere

Di Vaclav Havel | Itaca (Castel Bolognese), 2013

The Gilets Jaunes and the New Social Contract

Di Charles Devellennes | Bristol University Press, 2022

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