Diario di bordo

Il Nicaragua, Daniel Ortega e la vittoria dell’oblìo

Venerdì 12 novembre 

Pochi giorni fa, qui su Maremosso, il podcast di Enrico Franceschini ricordava la sorte, alla Garcia Marquez, di Daniel Ortega, un tempo popolarissimo leader della “rivoluzione sandinista” in Nicaragua e oggi diventato il più longevo dittatore del Centroamerica. L’occasione era offerta dal fatto che il Nicaragua votava.
E com’è andata? Ortega ha dichiarato di aver vinto con il 75 per cento dei voti, ma solo la Russia e il Venezuela si sono congratulate con il 75enne presidente. Tutti gli altri, a partire da Colombia e Costarica (con veemenza), per arrivare agli Stati Uniti (con sarcasmo Biden le ha definite “una parodia di democrazia”) hanno preso le distanze, ma con un po’ di noia, come da una piccola storia certo ignobile, ma poco importante rispetto ai ben più gravi problemi che abbiamo davanti.

Pare che la partecipazione al voto sia stata del 20 per cento; come quella per la vaccinazione, peraltro. Le strade erano deserte perché solo pochi osavano uscire di casa e sfidare le milizie del presidente. Sei candidati erano stati arrestati prima del voto. A seguito delle grandi proteste popolari di tre anni fa che causarono 322 morti accertati, centomila nicaraguensi erano stati costretti alla fuga. Il paese, insomma, non aveva altra sorte possibile, se non l’oblio.

E dire che la rivoluzione sandinista, una quarantina di anni fa, aveva attratto la simpatia di mezzo mondo; e dire che l’America di Reagan fece di tutto (bombardò i porti, armò le famigerate milizie “contras”) per bloccare un “esperimento” giudicato pericolosissimo per gli equilibri mondiali.

Oggi nessuno si ricorda più i “nica” e il loro “cielito lindo”, e nessuno scenderebbe in piazza per loro, a favore o contro. E la memoria comincia ad affievolirsi per l’Afghanistan; così come ci stiamo già dimenticando l’Ucraina e la Bielorussia; e domani ci dimenticheremo il Medio Oriente e andremo a giocare al pallone in Qatar.
Forse facciamo bene: l’importante, di questi tempi, è dimenticare.  

Cielito Lindo. Il Nicaragua e la rivoluzione sandinista

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