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Mio padre avrà la vita eterna ma mia madre non ci crede di Paolo Valoppi

Finito di leggere il libro e prima di cominciare a scriverne, decido di schiacciare un pisolino. Mentre sosto in fase REM, a un passo dal sonno più profondo, vengo richiamata alla veglia dal suono del citofono.

Non mi muovo. Suona di nuovo. Non faccio niente. Suona ancora. Mi alzo, sbuffo, e vado a vedere.

Non aspetto nessuno: né amici, né tantomeno il corriere. Allora chi è che, di primo pomeriggio, ha deciso fosse una buona idea attaccarsi al mio campanello?

«Chi è?»  Nel videocitofono compare una donna. Un po’ intontita dal sonno, io, un po’ perché parla in spagnolo, lei, non capisco una parola di quel che mi dice, ma me lo dice con fare concitato – come se in fondo la capissi, come se la lingua che lei parla, e io no, non fosse realmente una barriera.

«Soy testigo de Jehová» si presenta, mentre estrae dalla borsa la fotografia di una figura maschile, giovane, con i capelli lunghi, molto simile a Gesù – un fratello, magari un cugino. E che invece è Geova.

In un attimo sono sveglia. L’adrenalina è entrata in circolo. «No grazie, sto lavorando…» mi affretto a rispondere e, mentre sto per salutarla, ecco che vedo spuntare nel quadrato del videocitofono, attaccata alla sua gonna, una bambina che mi guarda con un'aria tra l’annoiato e l’interrogativo.

«Buona giornata!»; un attimo dopo, al loro posto, c’è un quadrato vuoto. Geova è venuto a dirmi qualcosa. Forse è l'ora di mettermi a scrivere.

Mio padre avrà la vita eterna ma mia madre non ci crede

Con questo suo primo libro – che è romanzo di formazione, memoir e racconto famigliare – Paolo Valoppi ci consegna la sua storia: una storia diversa e vera sul diventare grandi, narrata con rara delicatezza unita a una comicità irresistibile e vitale.

Non avevo ancora otto anni quando mio padre mi rivelò per la prima volta di essere diventato un testimone di Geova

Mio padre avrà vita eterna ma mia madre non ci crede è il libro di esordio di Paolo Valoppi per Feltrinelli, e si presenta come un romanzo di formazione, un racconto famigliare, un memoir in cui l’autore ricostruisce la propria esperienza di figlio di un testimone di Geova, e lo fa scandendo le tappe in una sorta di parabola della propria crescita dentro e fuori il fuoco della fede.

Fedele e discreto è il primo atto, che si apre con una significativa citazione di Richard Ford: «L’incompleta conoscenza delle vite dei nostri genitori non è una condizione delle loro vite. È una condizione soltanto delle nostre».

Il momento in cui suo padre incontra Geova per la prima volta, infatti, appartiene alla sua altra vita, quella prima di lui, e che Valoppi si cimenta a ricostruire, risalendo l'impalcatura di quella fede che egli conoscerà nella figura paterna solo più tardi, sotto forma di un già consolidato modo di vivere

In un viaggio in Afghanistan compiuto molti anni addietro, il padre vive l'esperienza folgorante di venire in contatto con un senso di comunità totalmente nuovo, basato su solidarietà, uguaglianza e serenità sociale. Talmente folgorante che, una volta tornato in Italia, insieme ai suoi compagni di viaggio si era messo alla ricerca di un modello di convivenza come quello sperimentato e lo aveva ritrovato nell'idillica e solidale comunità di testimoni di Geova.

Pochi mesi dopo essere rientrato a Roma, mio padre rincontrò per caso Marco: fu lui a parlargli per la prima volta di un popolo di persone umili, pazienti, gioiose, piene di amore, che non mettevano se stesse al primo posto. Un popolo eletto composto da cristiani conosciuti come i testimoni di Geova. In quel momento, esatto udendo il racconto del suo amico, ricevendone in dono una Bibbia e percependo ancora forti dentro di sé i riverberi del viaggio in Afghanistan, mio padre capì che sarebbe diventato uno di loro

Nella Verità di Geova, suo padre rintraccia così l'utopia di un mondo giusto e più equo, apparentemente irrealizzabile sulla Terra. «Una bolla religiosa che pareva finalmente rispecchiare il desiderio di una società più retta e solidale» e alla quale egli si consegna a braccia aperte, insieme alla moglie – la prima – e i suoi due figli, Davide e Vanessa, che dopo la sua conversione, prendono a vivere tra preghiere, adunanze, letture sacre ma, soprattutto, nella promessa della vita eterna dopo la morte terrena.

L’idillio, famigliare e spirituale, finisce quando la moglie da un giorno all’altro lo abbandona tradendo in un sol colpo il suo amore e quello del loro Dio. Sentendosi sopraffatto da un indomabile senso d’inadeguatezza e considerandosi immeritevole del privilegio di poter servire Geova, «a detta sua, fece la cosa più sbagliata e sciagurata»: si allontana dalla comunità.

Inseguendo le tracce della vita passata dei suoi genitori fino al momento del loro incontro e della genesi, la sua, Paolo Valoppi ricostruisce fin lì anche la vita della madre, che per interessi e ideali si colloca agli antipodi. Laureata in Lettere classiche con una tesi in Storia greca, «le sole divinità a cui concedeva spazio nella sua vita erano quelle protettrici delle città-stato dell’antica Grecia». Mentre Alessio, figlio del suo primo matrimonio, cresce partecipando alle manifestazioni e ai cortei femministi in cui lei è solita trascinarlo sin da piccolo, facendogli intonare slogan come “Era una notte buia e tempestosa, e ora è diventata rosa!” o “L’utero è mio e lo gestisco io!”.

È l'improbabile incontro di questi due universi a generare, da un lato, la storia di cui Paolo Valoppi inizia da qui a esser protagonista, e dall'altro, il ritorno del padre a Geova e alla religione abbandonata. «Di nuovo in controllo della sua esistenza, egli voleva mostrare quella versione aggiornata di sé agli occhi di qualcuno che tanti anni prima aveva deluso». Che fosse l’adesione a una dottrina, a un’ideologia, a una religione, quello che suo padre aveva bisogno di percepire con forza era: il suo posto nel mondo. E di immaginarne uno, di mondo, che fosse migliore di quello in cui si trovava.

Ancora oggi mi chiedo quale sia la sua natura più autentica, se quella del periodo dell’innamoramento per mia madre – un uomo che non si rivolgeva a Dio, che traeva piacere nel festeggiare le feste pagane, nel fumare e nel brindare a tavola – o il rigoroso e ostinato testimone di Geova che crede nella vita eterna dopo la morte

Di fronte al ritorno di fiamma spirituale, il giovane Paolo vede la madre chiedere al padre di fare una scelta: o Geova, o lei. Una scelta da cui esce, in un primo momento, inevitabilmente sconfitta, delusa e abbandonata.

«Pochi giorni dopo mio padre aveva fatto le valigie e se n’era andato dal loro appartamento di Monti, a Roma, e io avevo cominciato a diventare l’oggetto conteso di due diverse visioni del mondo». Mio padre avrà la vita eterna ma mia madre non ci crede contiene già nel titolo lo yin e yang al centro di un ingranaggio famigliare mosso da forze centripete opposte che alimentano l'infanzia di Valoppi e ne attraversano la crescita, e di cui noi procediamo a seguire le tappe scandite dai capitoletti successivi: Cose immorali, La grande tribolazione e infine, emblematico, Mia madre non ci crede.

Due sono i misteri più grandi con cui questo libro si mette a fare conti: se il primo è sicuramente quello della fede, il secondo è quello della famiglia

Pur essendoci questa spaccatura così netta tra i due modi di vedere e stare al mondo, quello dalla madre, «atea indefessa», che rimane per tutta la vita scettica e profondamente caustica nei confronti dei testimoni di Geova, e quello del padre, devoto e credente, del tutto convinto che l’esistenza terrena sia soltanto una sala d’attesa verso la vita eterna: è l'amore che incolla insieme i pezzi con il suo fil dorato, come nel kintsugi giapponese.

Proprio nel nome di questo sentimento, la madre offre così, senza volerlo, un modello di famiglia forse ancora più solido di quello promosso dalla comunità religiosa, arrivando infatti al compromesso «doloroso, faticoso, aggrovigliato» di accettare il "terzo incomodo" divino nel suo rapporto di coppia; senza però mai smettere di «detestare quel Dio che le aveva imposto una versione di suo marito così distante da quella che aveva conosciuto oltre quindici anni prima». L'ironia sarà la principale arma di resistenza materna, sempre coniugata a una rispettosa accettazione.

In mezzo c'è un figlio, testimone in carne e ossa di quell'odi et amo viscerale che lega questi due mondi genitoriali e li ricuce tramite la parola.

Mi piacerebbe ricostruire con esattezza la parabola di come io sia arrivato a considerarmi un piccolo testimone di Geova che leggeva le Sacre Scritture la mattina, pregava prima di mangiare e prima di andare a dormire, andava all’adunanza due volte a settimana e di porta in porta a fare proseliti il sabato mattina. Mi piacerebbe poter ripercorrere con precisione le tappe che tra gli otto e i dodici anni mi avevano spinto a convincermi che un giorno mi sarei battezzato, avrei sposato una donna testimone di Geova, non avrei avuto rapporti sessuali fino al matrimonio, avrei dedicato tutta la mia vita a Dio e, dopo la morte, sarei stato resuscitato. Ma la verità è che non ci sono state sfumature, ma piuttosto un interruttore: un giorno Geova non c’era, e il giorno dopo sì. Senza alcuna conversione graduale.

Un interruttore: un giorno Geova non c'era, e il giorno dopo sì. Così, Paolo, si trova a vivere i suoi otto anni tra i Pokémon – per cui va pazzo – e i maestosi personaggi dei racconti biblici – tra questi c'è Babilonia, «la madre delle meretrici e delle cose disgustanti della Terra», nonché la prima figura femminile per cui prova attrazione sessuale –; giochi alla Playstation, partite di calcio, la Posta di Sonia e altri passatempi della sue età, che egli alterna ad adunanze settimanali con la comunità («era come avere otto anni e dover andare a un convegno accademico a tema religioso di due ore almeno una volta a settimana») e sessioni di studio della fede – a volte, se portate a termine con successo, premiate con un pranzo da McDonald's.

«Allora, Paolo, chi erano Sem, Cam e Iàfet?» «I figli di Noè, papà» «Bravissimo, oggi Coca-Cola grande e McNuggets da 12!»

Con fedeltà e affetto, nel suo libro d'esordio Paolo Valoppi racconta la storia di come, nato nella fede spirituale del padre e cresciuto con l'ironia terrena della madre, egli abbia trovato a poco a poco la propria strada e la propria voce. E la storia che alla fine ci consegna è una storia d'amore diversa, che si snoda a metà tra cielo e terra: l'intensa testimonianza di tutte le sfumature che l'amore può contenere e custodire.

Invita l'autore a scuola

Prima Effe. Feltrinelli per la scuola propone l’incontro con gli scrittori per trasformare la lettura in un’esperienza indimenticabile, per avvicinare gli studenti ai grandi temi dell’attualità offrendo la possibilità di confrontarsi con chi quelle storie le ha scritte. Un viaggio straordinario e a portata di mano, nel mondo e in se stessi. Per organizzare un incontro scrivi a mailto:info@primaeffe.it

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Paolo Valoppi è un autore italiano. Ha lavorato come editor e redattore. Scrive per diverse riviste e suoi articoli e lavori sono apparsi su «minima&moralia», «Nazione Indiana», «Thetripmag», «pagina99», «Repubblica.it». Nel 2024 pubblica con Feltrinelli Mio padre avrà la vita eterna ma mia madre non ci crede.

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