Luce sulla Storia

Le elezioni del 7-8 maggio 1972, un "ritorno di fiamma?”

A un mese dalle prime elezioni politiche anticipate della storia della Repubblica, la rivista satirica autoprodotta Ca Balà dedicava un ricco inserto grafico all’appuntamento elettorale.
«Non ci sarà mica un ritorno di fiamma?», scrivevano dal loro garage/laboratorio di stampa underground a Campiobbi, nella campagna fiorentina, giocando causticamente con i simboli del potere democristiano e del fronte missino.

Difatti, le elezioni del 1972, oltre al fatto di essere state le prime anticipate della storia elettorale repubblicana, sono passate alla storia anche per un altro dato: delinearono uno spostamento a destra della coalizione democristiana, con Giulio Andreotti presidente del consiglio per la seconda volta – dopo anni di governi di centro sinistra – a capo di una DC unita a PLI (Partito liberale italiano) e PSDI (Partito socialista democratico italiano).

La decisione di sciogliere le camere era stata di Giovanni Leone, avvocato napoletano di appartenenza democristiana, neoeletto presidente della Repubblica alcuni mesi prima, nel dicembre 1971. La decisione era stata in parte determinata dalle instabilità tra le correnti interne alla Democrazia Cristiana e il Partito Socialista – stretti dall’alleanza di governo – tra i quali un punto di frizione era il tema del divorzio. Lo schieramento antidivorzista aveva raccolto le 500 mila firme necessarie per richiedere l’abrogazione della legge sul divorzio, promulgata il primo dicembre del 1970, ma la legge sul referendum impediva la possibilità di svolgere votazioni referendarie nel caso in cui fosse in atto una crisi di governo.
Determinare questa condizione di stallo permetteva di ritardare di un anno un confronto politico che spaventava, per ragioni diverse, tutti i principali partiti.

Soffermiamoci su un dato: la cosiddetta svolta a destra del governo Dc con una sensibile avanzata della Destra nazionale.
La lista congiunta del MSI di Giorgio Almirante e del PDIUM (Partito democratico italiano di unità monarchica) in quella occasione collezionava il doppio dei voti ottenuti nel 1968, passando dal 4,4 al 8,7%, e si aggiudicava 56 seggi sui 630 del Parlamento. Rispetto alla legislatura precedente, i rappresentanti della destra estrema raddoppiavano di numero sia in Parlamento che al Senato.

È uno scenario che rievocava il boom dei consensi ottenuti dall’estrema destra nel 1953 quando MSI e Partito monarchico avevano raggiunto più del 12% dei consensi.
Quella del maggio 1972 era la prima chiamata alle urne per elezioni politiche nazionali dopo la fiammata dell’”autunno caldo” e le spinte di contestazione creativa – di cui anche Ca Balà è un esempio – che avevano messo a soqquadro la società su vari fronti.

Ma i primi anni Settanta sono stati un impasto di luci e ombre.
Da una parte il divorzio che diventa legge, l’istituzione del referendum come forma di ampliamento del potere decisionale dei cittadini, i tentativi di riforme per la casa, lo statuto dei lavoratori che per la prima volta ne perimetrava chiaramente i diritti fondamentali. Dall’altra parte la strage di Piazza Fontana, la morte di Pinelli, i moti di Reggio Calabria, il tentativo di golpe organizzato dall’ex comandante della Xª Mas, Junio Valerio Borghese.

È la strategia della tensione nel suo complesso a diffondere una sensazione di diffidenza nei confronti dello Stato.
Come scriveva Camilla Cederna nel 1975, l’impressione era che la società civile fosse stata tratta in inganno dalle istituzioni, implicate in una «smisurata catena di scandali, attentati e minacce» che legavano «indissolubilmente» il terrorismo fascista agli apparati dello Stato.
Perché raccontare oggi le elezioni del 1972 a distanza di cinquant’anni? Fu una parentesi di Centro destra che durò poco più di un anno, declinando già nel giugno 1973 per ridare il posto a una formazione democristiana di nuovo in coalizione con il Partito socialista.

Resta ancora un dato da prendere in considerazione: dei 37 milioni di cittadini chiamati alle urne il 7 maggio 1972, a votare fu l’87,1% per la Camera dei deputati (non considerando più di un milione di voti espressi ma non validi) e l’88,9% per il Senato. La copertina del numero 12-13 di Ca Balà raffigura la sagoma di un gregge di votanti stipato nei confini dello stivale.
Pensata per denunciare la natura gregaria dei voti sbilanciati a destra, quella grafica ci suggerisce una discontinuità che ci interroga, rispetto all’oggi.

È il tema dell’affluenza alle urne e il progressivo declino della partecipazione attiva al voto verificatasi in Italia corso dei decenni, nonostante le ombre o, forse, proprio in virtù di queste.

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