Il sismografo

Pensiero selvaggio e piste animali

Entrare nella mente animale, connettersi con le foreste e con gli organismi che le abitano - con o senza l'aiuto di sciamani e droghe psichedeliche - è un'umana ambizione che affonda nella notte dei tempi; ed oggi queste sempiterne incertezze esistenziali e la conseguente ricerca di senso trovano un nuovo, vibrante riverbero nella crisi ambientale.

Senza liquidare né Thoreau né la New Age californiana, il parlare con gli animali (e con le foreste), o almeno il discutere della faccenda fra umani, alza oggi l'asticella per configurarsi come un trend che interessa indistintamente cultori dello yoga e filosofi, antropologi e fan del pensiero magico, ambientalisti, vegetariani, escapisti, No Vax e tutta la variegata galassia di militanti radicali. Sono decine i nuovi autori che si sono affacciati sulla ribalta editoriale internazionale, ma quelli che si distinguono sono coloro che hanno in tasca solidi studi in ambito filosofico-antropologico e, ancor più, quell'esperienza sul campo che ben si presta a essere raccontata. Due esempi su tutti.

Nastassja Martin, coraggiosa antropologa che non era neppure trentenne all'epoca del libro Credere nello spirito selvaggio (Bompiani, 2021 con prefazione di Antonio Franchini), racconta le sue lunghe permanenze in una remota regione siberiana, ospite di una popolazione animista di allevatori di renne, ai margini della civiltà. È in questo ambiente meraviglioso e inospitale che avviene l'incontro con l'orso è violento e potenzialmente fatale. La Martin sopravvive, nonostante una grave ferita: miracolosamente, diremmo noi. Ma non è questa la chiave da usare perché quell'incontro è a suggello del patto siglato con lo spirito selvaggio; Nastassja diventa medka, metà umano e metà orso: gli sciamani non hanno dubbi e tantomeno lei.

Anche Baptiste Morizot - filosofo solo di qualche anno più anziano della Martin e già una star - si è votato al confronto con gli animali, ma con l'approccio colto e partecipato di chi segue, letteralmente, le tracce. La complessa e poetica "missione diplomatica", come la chiama lui, spazia dalle foreste del Quebec al parco di Yellowstone, dai pascoli francesi agli immensi territori incontaminati del Kirghizistan. Il filo rosso di Sulla pista animale (Nottetempo, 2020) sono la lettura di impronte, fatte (escrementi), ciuffi di pelo, graffi sulle cortecce per arrivare al contatto visivo con orsi, pantere e soprattutto lupi, il predatore più popolare della cultura occidentale.

Diaristica e riflessione si intrecciano anche in questo caso con un ottimo ritmo del racconto che, surfando su animismo, filosofia, antropologia e sciamanesimo rende ancora più densa e affascinante l'esperienza personale. La Martin e Marizot, come i loro colleghi, sono a tutti gli effetti viaggiatori tra due mondi, quello umano e quello animale, con un obiettivo etico-morale superiore, quello di creare un mondo diverso assieme agli altri viventi. Ovvero le stesse speranze che animano le schiere di giovani ecologisti decisi a smarcarsi da lacciuoli della lotta politica per nutrirla, invece, con la loro esperienza nella natura.

Questa nouvelle vague globale è solo all'inizio, e forse non bisogna attendere il bestseller che segni un'epoca, come fecero i libri di Carlos Castaneda negli anni Settanta.
Il grande Octavio Paz, in un'intervista al Time del 1973 disse: «A chi importa se Don Juan e Don Genaro (NdA gli sciamani protagonisti dei libri di Castaneda) sono veramente esistiti, ciò che mi interessa è il lavoro di Castaneda: idee, filosofia, paradigmi. Se i libri di Castaneda sono fantasia, è la migliore fiction che abbia mai letto».

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