Arrivi e partenze

Nichi Vendola: “La poesia come riverbero della vita”

Illustrazione di Laura Bornea, 2021

Illustrazione di Laura Bornea, 2021

Le patrie che ho attraversato in qualche modo riverberano nei miei versi. Ma la bellezza della poesia è che in essa non si riverbera semplicemente il mondo così com'è. La poesia è un'invenzione del mondo a partire dai suoi momenti di collisione con il mondo reale. La poesia non mi consente semplicemente di raccontare quello che mi è capitato, ma di ricostruire e di reinventare il tessuto emotivo su cui la mia vita era scivolata in quei momenti

La potenza poietica e creativa della poesia, capace di conferire nuovo significato all’esistenza e guarire le ferite del passato, emerge chiaramente in Patrie, raccolta di Nichi Vendola edita dal Saggiatore.

A dieci anni da Ultimo mare (Manni editore) lo scrittore torna ad affidare ai versi liberi il proprio complesso universo emotivo e valoriale.
I componimenti poetici presenti nella raccolta vibrano di vita come le corde appena pizzicate di una chitarra. Il lettore segue Vendola sugli scogli battuti dal sole del Salento e fra i cumuli di neve della piazza Rossa, passando per le strade insanguinate della Genova devastata dal G8. Da una zona di guerra a un reparto maternità, l’umanità che lo scrittore raduna nei suoi versi si rivela senza infingimenti nei suoi orrori e nelle sue gioie, in un mosaico di esperienze ed emozioni vivide come pennellate.

Questa varietà di ambientazioni e di tematiche non può che trasformarsi, dal punto di vista formale, in un’occasione per sperimentare ritmi e strutture sempre differenti. In Patrie, Vendola non ha infatti paura di spaziare dalla perentorietà icastica dell’ideogramma alla musicalità della filastrocca e della ballata, dando vita a una raccolta poetica caleidoscopica e animata da un forte desiderio di libertà creativa e personale.

Patrie
Patrie Di Nichi Vendola;

Poesie che vibrano delle mille battaglie di Nichi Vendola e formano una costellazione di infinite "Patrie", linguistiche, emotive, culturali. Parole controcorrente rispetto al tempo che viviamo, parole che ospitano umanità e invocano un patriottismo senza nazione, razza o genere.

Partiamo dal provocatorio titolo: perché declinare al plurale una parola che di solito si usa al singolare?

Il titolo ha un'intenzione esplicitamente polemica e politica: è la radicale presa di distanza da qualunque idea e pratica di suprematismo.
Il suprematismo nazionalista, il suprematismo di genere, il suprematismo etnico, il suprematismo confessionale: le grandi malattie del mondo di oggi a fronte dell'agonia delle grandi narrazioni del Novecento. Il ritorno delle piccole patrie, delle loro narrazioni violente, della xenofobia, della paura del diverso. Patrie per me è proprio invece un inno allo sconfinamento, un inno alla attività dei transfrontalieri.

Quali sono quindi le Patrie di Nichi Vendola?

Le patrie che sono nel mio cuore, nel mio vissuto e nei miei versi sono patrie territoriali, sono patrie sociali, sono patrie culturali e linguistiche: sono patrie che spiazzano qualunque forma di fondamentalismo. Il mio è un patriottismo del genere umano e il patriottismo del restare umani in un mondo in cui la centralità dei diritti umani è evocata solo retoricamente: i diritti umani muoiono all'alba o di notte nel mare nostrum, che è un mare monstrum. Muoiono nel tentativo di attraversare quei confini che noi abbiamo reso blindati.

La parola politica fa spesso leva sulla retorica e sui nazionalismi, laddove la parola poetica tende a nutrirsi della propria fragilità. Che rapporto passa tra queste due forme di comunicazione?

Le esperienze che ho vissuto riverberano nei miei versi, com'è successo quando ho attraversato i Balcani nel pieno della guerra, a 23 gradi sotto zero, sotto i colpi dei cecchini. A Sarajevo per qualche settimana ho visto la guerra, entrando nel suo cratere.
Mi ci sono voluti anni per elaborare l'angoscia e i sentimenti convulsi che ho vissuto in quell'esperienza. Eppure, fin dalle prime filastrocche scritte alle elementari, per me scrivere in versi è sempre stato il modo in cui raccontare i miei dolori e i miei amori, il modo in cui allargare la sfera della realtà e dilatarla. Quindi per me politica e poesia appartengono entrambe a una stessa esperienza, ovvero la scoperta del mondo.

Una silloge di poesie è dedicata al ricordo di Carlo Giuliani. Che bilancio può dare sull’esperienza, a vent’anni dai fatti di Genova?

Quando sono tornato da Genova mi sono chiuso in casa per venti giorni, perché avevo paura a camminare per strada: ho vissuto intensamente l’angoscia corale che derivava dal fatto di essere schiacciati nella tenaglia tra forze dell'ordine – che sarebbe più opportuno chiamare forze del disordine – e black block. Noi che venivamo dal pacifismo e dalla conversione non violenta ci siamo trovati a vivere un'esperienza di militarizzazione imposta dal potere internazionale. La classe dirigente italiana non ha mai voluto fare i conti con il G8 di Genova, tanto è vero che le ombre di quelle giornate si sono riverberate nella storia italiana.

Quali crede siano stati questi riverberi?

Penso alla vicenda di Stefano Cucchi o di Santa Maria Capua Vetere… è come se ci fosse una sorta di bassoventre di fascismo che resiste ai codici democratici e alla legge suprema della Costituzione, quella che vieta – soprattutto a un tutore dell'ordine e dello stato – di poter usare trattamenti inumani nei confronti di una persona che è sottoposta alla sua custodia. Abbiamo bisogno di fare i conti con Genova, altrimenti non possiamo fare i conti con tanti dei piccoli orrori dell'ordinaria società contemporanea.

Dal tema dei migranti agli strascichi del G8: la sua raccolta poetica non esita a trattare anche temi di attualità e politica.

L'intenzione è politica, ma la restituzione è poetica: Patrie non è un libro di propaganda. Nulla è più lontano da me di un'idea didascalico-pedagogica della poesia. Io vengo da una scuola che è quella della poesia romana, che è quella del mio mentore, Dario Bellezza, Vengo dalla tradizione poetica novecentesca e dall'apertura alle poesie extranazionali. In particolare sono stato coinvolto e travolto dalla poesia di lingua ispanica, fondata sulla musicalità delle parole.

Senza nulla togliere a questo sguardo sulla società e sulla politica, un discorso sulla poesia non potrebbe essere completo se non si parlasse anche d'amore. Quanto di sé mette nelle sue parole?

C'è un'intera sezione all’interno di Patrie dedicato al canto dell'attesa: l’attesa della nascita della meravigliosa creatura che ha arricchito la vita mia e del mio compagno, al quale ho dedicato il libro. Per quanto riguarda il tema romantico, nella sezione Comizio d’amore si esplicita un debito nei confronti di Pier Paolo Pasolini – un grande protagonista della poesia civile e della cultura italiana del Novecento – eppure si cerca di prendere le distanze dal pasolinismo.

... sembra un paradosso...

Volevo prendere le distanze dal pasolinismo e dal tempo del rimpianto, perché io non rimpiango il tempo in cui l'omosessualità era il salotto frizzante, il ghetto dorato, il battuage all'ombra dei lampioni e dietro i cespugli, connotandosi come erotismo promiscuo e frugale.
L'amore che non è codificato dall'eteronormatività è stato spesso visto come un amore che produce putrefazione morale, martirio, morte.
Ma l’amore cambia al tempo del Pride: l'amore pronuncia il proprio nome, esce all'aria aperta, alla luce del sole.
Rompe con l’antica sentenza di Oscar Wilde, che parlava di un amore che “non osa dire il proprio nome”.
L’amore oggi dice propri nomi, canta le proprie prerogative e soprattutto canta i propri diritti.

I libri di Nichi Vendola

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