La redazione segnala

Ernesto Ferrero, una vita per i libri

© ActuaLitté - Flickr

© ActuaLitté - Flickr

Ernesto Ferrero è una delle figure più importanti dell'editoria italiana, direttore editoriale ineccepibile, formatosi nell'ufficio stampa di Einaudi, da dietro la scrivania ammirava i grandi alle prese con i testi, con gli autori e, silenziosamente, imparava. In Einaudi mosse i primi passi da direttore, fino ad approdare in altre realtà, come Bollati Boringhieri, Garzanti e Mondadori.

Un grande scrittore e critico, oltre che curatore, con un'immensa passione per le vicende napoleoniche che saranno al centro di molti suoi scritti, in particolare di N. con cui vincerà nel 2000 il Premio Strega. Dal 1998 al 2016 è stato il direttore del Salone del Libro di Torino, portando l'evento a essere il fulcro dell'editoria, sul modello della Fiera di Parigi e lavorando a un'identità forte del mondo editoriale del nostro paese. In una nota, il gruppo di lavoro del Salone del Libro di Torino gli dedica queste parole: 

La sua visione e il suo lavoro hanno trasformato il Salone Internazionale del Libro, che ha diretto dal 1998 al 2016, in un luogo di incontro, dialogo e confronto tra autrici e autori, lettrici e lettori, uno spazio in cui l'amore per la lettura e la conoscenza hanno creato anno dopo anno una comunità sempre più grande.

Il suo esempio ci sarà sempre da guida per gli anni che verranno.

Negli anni trascorsi abbiamo avuto modo di incontrare Ferrero più volte, gli rendiamo omaggio con le sue parole e con le esplorazioni nei suoi libri, riportando alcuni estratti delle nostre interviste con lui, a cura di Giulia Mozzato.

 

Nella grande famiglia Einaudi con Italo, Natalia, Guido ed Elio

Ernesto Ferrero racconta in questa intervista del 2005 I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli) e rievoca l’epoca d’oro della casa editrice torinese quando, giovane addetto stampa, lavorava a fianco di Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Guido Davico Bonino, Elio Vittorini, Roberto Cerati e tanti altri.

Com'è nata l'idea di un libro di ricordi come I migliori anni della nostra vita?

E.F.: Più che un libro di ricordi, lo definirei un romanzo famigliare. La memoria, infatti, si comporta già di per sé come un narratore: sceglie i dettagli e i particolari, ci lavora sopra, insomma inventa, ma attraverso la finzione arriva più vicina alla "verità" del documento. I miei personaggi veri sono eminentemente romanzeschi: Giulio Einaudi con la sua fame di vita e di novità, il suo carisma costruito magistralmente; Giulio Bollati, suo alter ego leopardiano; il burbero-benefico Cesare Pavese; Elio Vittorini, grande seduttore intellettuale che non faceva niente per esserlo; il silenzioso e disciplinatissimo Italo Calvino, con la sua mostruosa capacità di lavoro; Natalia Ginzburg, zia che tutto vede e sa senza alzare gli occhi dal cestino di lavoro; e Bobbio e Mila e Primo Levi, e i grandi del '900 che si affacciano con discrezione in via Biancamano: Gadda, Sciascia, Volponi, Parise, la Morante, Fruttero & Lucentini, Pasolini. Ho voluto far partecipe chi non c'era di un'atmosfera di straordinario divertimento e anche allegria. Eravamo convinti di poter cambiare il mondo con i buoni libri, di poter formare la classe dirigente della futura Italia, di farne un Paese davvero moderno. Era un progetto forte, e tutte le tragedie del mondo, dall'assassinio di Kennedy al Vietnam, invece di deprimerci ci davano ancora più forza. Sembrava che un'età di reale progresso fosse lì, a portata delle nostre forze... Questo dava al gruppo, pur frammentato e diviso da contrasti dialettici anche forti (che l'editore fomentava), una grande coesione, e appunto un'allegria creativa.

I migliori anni della nostra vita
I migliori anni della nostra vita Di Ernesto Ferrero;

La storia degli anni d'oro della casa editrice Einaudi attraverso il racconto di uno dei suoi più prestigiosi collaboratori. Una sequenza di ritratti di figure come Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino, Davide Lajolo, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Primo Levi, Gianfranco Contini, Delio Cantimori, Carlo Dionisotti. Le speranze, le ambizioni, le passioni di un editore.

Gli anni trascorsi nella casa editrice Einaudi sono stati ricchi di incontri. Quale è stata la figura che più l'ha colpita? Che ha segnato più profondamente la sua vita, non solo professionale?

E.F.: I due Giulii, anzitutto. Einaudi faceva la parte del padre fascinoso che, però, era sempre impegnato a far altro e non si occupava della prole. La sua tecnica pedagogica era semplice: ti buttava a mare e stava a vedere come te la cavavi. Bollati invece svolgeva un ruolo materno: era protettivo, ti stava ad ascoltare, dava consigli, cercava di farti crescere, insomma si occupava della tua felicità, da buon studioso dell'età romantica. Con Calvino in vita ho avuto rapporti non facili. Era un ligure-sardo di poche parole, tutto preso dalle cose che c'erano da fare. Da anni lo leggo e rileggo. Imparo sempre qualcosa, perché ti insegna un modo di vedere e di capire il mondo. Nessun autore mi è indispensabile quanto lui. Degli altri, mi è difficile dire chi ha contato di più. Questi grandi personaggi facevano parte della famiglia, e li vivevo come parenti stretti e molto amati, ognuno con il suo tratto, i suoi tic, i suoi piccoli segreti. Non c'era divisione tra privato e aziendale. Ma forse il più caro è stato Primo Levi. Sono arrivato in casa editrice nel febbraio 1963, quando stava uscendo La tregua. Allora non lo conosceva nessuno, e anche in via Biancamano lui era uno dei tanti, confuso tra la folla delle star einaudiane. Me ne sono preso cura io che ero l'ultimo arrivato. Primo mi è immensamente caro perché, come ha detto Luciana Nissim che è stata deportata ad Auschwitz insieme a lui, rappresenta la più alta espressione: dell'intelligenza, della gentilezza, della generosità, della disponibilità all'ascolto degli altri. Di tutto ciò che fa la grandezza dell'umano. Un centauro che ibridava in sé cultura umanistica e cultura scientifica, un appassionato creatore di ibridi egli stesso.

Italo
Italo Di Ernesto Ferrero;

Chi era veramente Italo Calvino? «Non troverete nulla», rispondeva a chi cercava di scavare nella sua storia intima e biografica, fedele all’immagine dello scrittore appartato, del Barone rampante che vive sugli alberi: l’inafferrabile che voleva essere soltanto una mano che scrive. Eppure Ernesto Ferrero dimostra, con l’empatia del suo sguardo, come si possano illuminare dall’interno gli intrecci segreti tra la vita e l’opera di uno dei grandi del Novecento.

Il suo Napoleone, un uomo estremo

Molto, moltissimo si è scritto sulla figura di Napoleone. Eppure, incredibilmente, la sua personalità così forte e così complessa, può fornire ancora spunti avvincenti per un romanzo storico che lo vede protagonista. I dieci mesi di soggiorno forzato di quest'uomo potente all'Elba, sono per Ernesto Ferrero un cardine fondamentale della sua vita e un osservatorio ideale per cercare di scavare più a fondo nella sua personalità, messa a nudo dalla difficoltà e dagli insuccessi. Osservatore critico e voce narrante è Martino Acquabona, nominato bibliotecario dell'Imperatore, da sempre ostile a questa figura di cinico dittatore. Ne esce un ritratto molto originale di cui abbiamo parlato con l'autore. Al termine dell'intervista, anche una breve nota sulla Fiera del Libro di Torino, della quale Ferrero era direttore. Da un'intervista del 2000.

Il suo ultimo libro (N.) si può definire un romanzo storico, ma è anche un saggio biografico.

E.F.: È un romanzo storico che forse ha l'ambizione di essere qualcosa di più e, come tutti i romanzi storici, si occupa di molti problemi di oggi. È un dialogo fra due modi di pensare la vita: il primo è quello di modificarla attraverso l'azione, il gesto anche violento; il secondo è quello di cercare di interpretarla e di dargli un senso attraverso la scrittura. Questo direi è il primo nodo. Il secondo problema, che poi è quello che mi appassiona da sempre, è quello di capire fin dove può arrivare l'uomo, ricorrendo all'analisi di casi e personaggi estremi. Come saprà in passato mi sono occupato di Gilles de Rais, alias Barbablù. Napoleone è un altro esempio di questo genere. Ho cercato di studiarlo, analizzarlo criticamente (in questo libro credo non ci sia nulla di agiografico, al contrario), ma d'altra parte non sono nemmeno tenero con il mio bibliotecario che è il suo analista e con il quale anzi credo di essere abbastanza duro. Il problema è cercare di capire fino dove può arrivare l'uomo, fin dove arrivano le sue terre emerse prima di sprofondare nel mare o nel male. E certamente in questo senso i dieci mesi di Napoleone sono un laboratorio eccezionale perché quest'uomo, che non è mai rimasto così tanto tempo nello stesso posto, arriva all'Elba come un vinto. E difatti la curiosità degli elbani è proprio quella tipicamente umana, di vedere che effetto fa la disgrazia. È un vinto che medita la rivincita ed è un vinto che è osservabile nella pratica quotidiana. Dal mito vivente che era, torna ad essere un uomo costretto ad occuparsi di problemi minimi.

Quando ha accettato l'incarico di direttore della Fiera del Libro di Torino, quali erano le sue aspettative e che cosa ha poi trovato nella pratica?

E.F.: Ho affrontato questa cosa con spirito di servizio perché mi sembrava giusto farlo per la mia città. Però sapevo, seguivo, conoscevo (avendo lavorato quasi quarant'anni nell'editoria), e mi aspettavo più o meno quello che poi è successo. Devo dire che abbiamo avuto più problemi interni, giuridico-istituzionali di passaggio dalla vecchia alla nuova gestione, che reali problemi con gli editori. Anche il caso Mondadori, di cui si è molto parlato, è un caso isolato che non fa testo e che è già rientrato. Ho trovato molta collaborazione, molta attenzione. Direi soprattutto quest'anno mi ha fatto molto piacere le iniziative di alcuni grandi "ritornanti" come Donzelli o come Laterza, che hanno dato prova anche di grande fantasia creativa. Credo che a questo punto il problema è che tutti quanti, la Fiera, gli editori, le istituzioni, i ministeri, le biblioteche, le fondazioni, tutti quelli che sono interessati a promuovere il libro e la lettura si dovrebbero sedere a un tavolo per progettare insieme una serie di manifestazioni nazionali organizzate lungo tutto l'arco dell'anno per promuovere seriamente il libro e la lettura, coinvolgendo in primo luogo i bambini e i ragazzi che sono il pubblico di riferimento principale. Tutto si fa per loro e anche a Torino si sta investendo molto in questo campo: abbiamo raddoppiato lo spazio per i bambini e per i ragazzi perché la partita si vince lì; gli adulti o sono lettori o non lo sono, ma non c'è più niente da fare, invece questa è la direzione in cui lavorare, tanto più che finalmente anche a scuola si è capito che la lettura deve essere un piacere, un divertimento, deve essere allegria, altrimenti il lettore lì muore e non si fa più in tempo a riprenderlo.

N.
N. Di Ernesto Ferrero;

Maggio 1814. L'uomo grassoccio e spaventato che approda all'isola d'Elba sembra uno dei tanti commercianti sbarcati a Portoferraio per affari. È Napoleone Bonaparte, Imperatore dei Francesi: la piccola isola di pescatori, contadini e minatori è quello che gli rimane di un regno che si estendeva da Cadice a Mosca. Ma qual è il vero volto dell'Eroe? Per trecento giorni Martino Acquabona, bibliotecario dell'Imperatore, cerca di decifrarne l'enigma e di sviare le nuove tempeste che si annunciano all'orizzonte.

E dietro la penna... Ernesto Ferrero

Ernesto Ferrero, uno degli scrittori italiani più importanti e conosciuti, ha risposto con ironia alle nostre domande piuttosto personali. Scopriamo così che voleva fare il regista cinematografico, frequenta regolarmente le librerie antiquarie e al ristorante ordina volentieri la zuppa di ceci... ma soprattutto che ama l'Isola d'Elba, quella di napoleonica memoria. Un'intervista di maggio 2003.

Qual è il genere musicale che preferisce?
La musica barocca, il Settecento e l'Ottocento fino a Schubert.

Il primo disco che ha acquistato?
Un 78 giri con Smoke gets in your eyes.

Quali sono i film che vede più volentieri al cinema?
Non ho generi preferiti.

Un titolo molto amato?
Barry Lindon di Kubrick e Kagemusha di Kurosawa. Ma anche L'Atalante di Jean Vigo.

Possiede qualche collezione di oggetti particolari?
Stampe napoleoniche, con particolare riguardo al soggiorno elbano.

Quale piatto ama ordinare al ristorante?
Zuppa di ceci.

E quando apre il frigorifero cosa vorrebbe trovarci dentro?
Frutta e formaggi (rigorosamente italiani).

Ama viaggiare? E dove?
Mi piacerebbe navigare: Egeo o Caraibi, ma qualunque mare va bene.

Dove va abitualmente in vacanza?
All'isola d'Elba, naturalmente.

Dove le piacerebbe vivere?
La cosa migliore sarebbe poter vivere un mese a Londra, uno a Parigi, uno a New York, un altro in Provenza...Mi dicono che Mario Vargas Llosa c'è riuscito. Beato lui.

Quale altro lavoro avrebbe fatto se non avesse fatto lo scrittore?
Mi sono divertito molto a lavorare nell'editoria degli anni '60-'80. Da ragazzo volevo fare il regista cinematografico, e ho girato dei cortometraggi a passo ridotto.

L'autore che odia di più?
Mi irritano tutti quelli che praticano una scrittura sciatta e approssimativa.

E quello che più ama?
Flaubert, Gadda, Céline, Fenoglio, Calvino, Primo Levi.

L'attrice che rappresenta il suo ideale di donna?
Audrey Hepburn e la Claire Bloom di Luci della ribalta. Avevano la luce.

Ha un sogno ricorrente?
Sogno aerei che atterrano nei posti più improbabili, con me sopra: viali di grandi città, autostrade, boschi...

Ha piccole manie?
Compero compulsivamente sempre gli stessi oggetti: penne stilografiche, spray antiruggine, prese elettriche...

E qualche frivolezza?
Amo portare fiori all'occhiello.

Quale negozio frequenta di più?
Le librerie antiquarie.

Cosa non sopporta in una donna?
Il voler sembrare quello che non è.

È superstizioso, legge l'oroscopo?
No, per carità.

Il colore preferito?
Il turchese.

Qual è il sito internet che visita di più?
Repubblica.it e libriAlice.it

Cosa tiene sul comodino?
I Saggi di Montaigne.

Fra le opere di Ferrero: la recensione di Barbablù

Nell'interessante introduzione l'autore esamina brevemente l'evoluzione che il personaggio di Gilles de Rais ha avuto dal reale evento di cronaca alla fiaba, e indica le chiavi di lettura di questa trasformazione. Il "mostro" per entrare nel patrimonio culturale dell'Occidente ha dovuto per molti secoli (si potrebbe dire fino al Novecento) essere confinato nella sfera dell'eccezionalità del "caso limite" e essere sempre subordinato in qualche modo al controllo della ragione. Solo in questo secolo "l'aggressività genetica dell'uomo si è come liberata", l'orrore è diventato quasi esperienza quotidiana, sperimentato da intere nazioni (si pensi allo sterminio del popolo ebraico o alle più recenti operazioni di "pulizia etnica") o anche tranquillamente proposto dai telegiornali della sera attraverso le descrizioni dei serial killer e dei pedofili assassini.
Gilles de Rais era appunto pedofilo e assassino. Strane vicende avevano permesso che nelle sue mani giungessero ricchezze straordinarie, educato da due precettori, entrambi ecclesiastici, era anche un lettore piuttosto raffinato dei classici, da cui aveva per altro tratto più il culto per la forza e per l'azione che "il dubbio intellettuale".

La sua formazione di cavaliere lo aveva addestrato a quell'arte di uccidere da cui era subito rimasto incantato e che lo terrà prigioniero per tutta la vita. La sua vita poi incrocerà le vicende della Pulzella, quella Giovanna d'Arco di cui anche la leggenda si è in tanta parte impadronita. Appare poi il "Mostro": la sua ossessiva lussuria si esprime in modo sempre più violento e cinico sui bambini e, se non trovava di meglio, anche sulle bambine. La violenza sadica faceva per altro parte del quadro "culturale" dell'epoca, perpetrata tanto dai singoli quanto dalle stesse istituzioni, fra tutte l'Inquisizione. Inizia poi la mattanza: assassinii spietati di inermi bambini, inimmaginabili crudeltà su piccoli corpi inermi, ferocia e lussuria uniti in un perverso abbraccio. Quando il carnefice sarà poi sottoposto a giudizio cadrà nell'abilità dei suoi giudici e finirà coll'essere condannato. Si compierà poi la straordinaria conversione e l'orrido "mostro" diventerà quasi santo, a testimonianza della grandezza e del potere della Chiesa.

Barbablù. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo

Una biografia, la piú completa e attendibile su Barbablú, che può anche essere letta come un romanzo «nero» in cui figure indimenticabili, come Giovanna d'Arco, si aggirano sull'incerto confine che divide il bene dal male.

La recensione dell'Anno dell'Indiano

Quella di Cervo Bianco è una bellissima storia. Era già stata pubblicata nel 1980 da Mondadori nella collana Omnibus, ma molti non la ricordano e oggi Einaudi la ripropone in una nuova stesura (è importante sottolinearlo) e non in una versione economica, ma nella sua collana più prestigiosa. È un libro piacevole, divertente, brillante, che narra una vicenda reale dai contorni romanzeschi.
L'anno è il 1924. L'Italia è quella del primo fascismo abitata da una borghesia e un'aristocrazia un po' frenetiche, insoddisfatte, speranzose e molto ingenue. È l'anno dell'omicidio Matteotti, per il regime miracolosamente e insperabilmente offuscato in cronaca dalla presenza in Italia di una figura che subito diventa leggendaria: Cervo Bianco.
Chi era davvero Cervo Bianco? Il capo degli Irochesi Tuscarora. Il suo vero nome era Tewanna Ray, in inglese invece si chiamava Chief White Elk, che è l'equivalente del nome italiano, ma aveva anche un cognome americano: Laplante, quello del padre bianco. Una situazione "avveniristica", come la definisce una delle sue adoranti ammiratrici. In Europa era giunto per una tournée con gli Arapaho, per spettacoli consistenti essenzialmente nella presentazione in pubblico di queste esotiche creature e dei loro usi e costumi. E mentre i suoi compagni di avventura dimostravano nostalgia e insoddisfazione, Cervo Bianco diventava rapidamente il re degli incontri mondani, sempre disponibile a raccontare le proprie vicende e a cercare aiuti per i suoi "sudditi" rimasti in patria. Una celebrità destinata, come si diceva, a sviare l'attenzione del pubblico quando il caso Matteotti si impone con forza nelle cronache politiche.
Il suo show era "tranquillizzante" per gli europei. "Molti signori venivano a vedere lo spettacolo, ne erano entusiasti. Si congratulavano, facevano domande. Poi tornavano alle loro ville e ai loro alberghi, felici di poter vivere a Nizza, di non dover litigare con i governi, con la Società delle Nazioni; di non pensare alla durezza degli inverni. Non dovevano andare a pesca sui Grandi Laghi con i veleni o le frecce a punte multiple. Non si dovevano uccidere con gli Uroni e con gli Algonchini".

Alla fine dell'Ottocento c'era stato Buffalo Bill, con il suo Circo che aveva catalizzato l'attenzione dell'Europa. Depliant e manifesti avevano pubblicizzato l'evento e grandi folle riempivano con curiosità quasi morbosa i tendoni. Ma era un'altra cosa. Buffalo Bill era un bianco, cacciatore di bisonti e scout nell'esercito americano nelle guerre contro gli indiani, ancora presentati nei suoi spettacoli come esseri brutali e pericolosi di poco superiori agli animali. Sono ancora gli anni in cui (ricordiamo Cannibale di Didier Daeninckx che racconta un fatto realmente accaduto nel 1931 in Francia a un piccolo gruppo di kanak della Nuova Caledonia) il diverso viene considerato alla stregua di una bestia feroce da mettere in mostra dentro una gabbia. Ma Cervo Bianco è una figura che si allontana da questi stereotipi. Sa conversare e intrattenere piacevolmente i suoi interlocutori con un "torrente" di chiacchiere, fa innamorare le donne, suscita l'ammirazione degli uomini. A Napoli apprezza con gusto la cucina locale; a Trieste dimostra un'inimmaginabile dimestichezza con la carta dei vini francesi; in tutta l'Italia dimostra generosità e dichiara di possedere una grande ricchezza e giacimenti di petrolio; anche nell'udienza con Mussolini il suo comportamento risulta esemplare... Ma allora chi era davvero Cervo Bianco? E perché venne processato e condannato? Questo non lo raccontiamo. Non vogliamo rovinare il piacere di scoprirlo con troppe anticipazioni. "Gli italiani avevano proiettato su di lui il loro confuso desiderio di fasto e d'avventura", e per un po' erano riusciti a sognare.

L'anno dell'Indiano
L'anno dell'Indiano Di Ernesto Ferrero;

Tra esaltazioni collettive e intrighi amorosi, castelli e idrovolanti, viaggi frenetici e balli spettacolari, l’intreccio di questa vicenda pirandelliana fa emergere il volto segreto di un’intera società. La «resistibile ascesa» di Cervo Bianco diventa lo specchio di un’epoca, delle sue fragilità, della sua fame di maschere e finzioni. Pubblicato per la prima volta nel 1980 con il titolo "Cervo Bianco", poi in una nuova stesura nel 2001, è un romanzo che conserva intatte le sue seduzioni.

I libri di Ernesto Ferrero

Italo

Di Ernesto Ferrero | Einaudi, 2023

Napoleone in venti parole

Di Ernesto Ferrero | Einaudi, 2021

N.

Di Ernesto Ferrero | Einaudi, 2019

Francesco e il sultano

Di Ernesto Ferrero | Einaudi, 2019

L'anno dell'Indiano

Di Ernesto Ferrero | Einaudi, 2023

Barbablù. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo

Di Ernesto Ferrero | Einaudi, 2020

I migliori anni della nostra vita

Di Ernesto Ferrero | Feltrinelli, 2005

Amarcord bianconero

Di Ernesto Ferrero | Einaudi, 2018

Elisa

Di Ernesto Ferrero | Sellerio Editore Palermo, 2002

Ti potrebbero interessare

La posta della redazione

La posta della redazione

Hai domande, dubbi, proposte? Vuoi uno spiegone?
Scrivi alla redazione!

Chiudi

Per poter aggiungere un prodotto al carrello devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.

Chiudi

Per poter aggiungere un prodotto alla lista dei desideri devi essere loggato con un profilo Feltrinelli.

Chiudi

Il Prodotto è stato aggiunto al carrello correttamente

Chiudi

Il Prodotto è stato aggiunto alla WishList correttamente