100 anni di Eugenio Scalfari

Immagine tratta dal libro "Racconto autobiografico" di Eugenio Scalfari, Einaudi, 2014

Immagine tratta dal libro "Racconto autobiografico" di Eugenio Scalfari, Einaudi, 2014

98: nella cabala è il numero che simboleggia il “costruire qualcosa di duraturo per l’umanità”.
Eugenio Scalfari, con un sorriso ironico come quelli di cui era capace, saprebbe disinnescare la superstizione che sottende a ogni cabala, preferendo piuttosto leggere in quel “98” ciò che nella cifra non è compreso: i due anni, cioè, che le mancano per farne un secolo tondo.
Ma se pure Scalfari non ha tagliato il traguardo dei cent’anni, con la sua opera ha commentato a lungo i fatti del cosiddetto secolo breve, ed è per questo che si può pensare a lui come al prodotto più compiuto e maturo di una certa idea di giornalismo espressa dal Novecento.
Raccontare tutto, senza infingimenti, mettendo la propria penna al servizio del lettore, ricordando quanto i fatti finiscano – inevitabilmente – per assumere su di sé anche la lingua e l’intenzione con cui vengono messi su carta. Il progetto di un giornalismo culturale, allora, prende forma e rilievo nel panorama asfittico delle grandi tirature che dominano le edicole e il sentimento politico a metà degli anni Settanta: è la Repubblica, l’intuizione maggiore di Scalfari, attraverso la quale tradurre la sua idea di giornalismo in un progetto valido ancora oggi.  

A maggio scorso, proprio sulle colonne della Repubblica, un croccante corsivo dello scomparso Paolo Mauri rievocava una cena, avvenuta pochi anni prima, nel corso della quale Scalfari aveva raccontato ai commensali quel che Repubblica aveva rappresentato nei confronti della cultura giornalistica dominante
Scalfari, raccontava Mauri, sosteneva di non aver voluto solo "inaugurare un modo nuovo di far cultura sui giornali, voleva proprio fare un giornale che fosse culturale in tutto, nel trattare la politica e l’economia, la cronaca e [...] lo spettacolo".
La cultura come faro che orienti il racconto dei fatti e del mondo, insomma.
Ecco la grande intuizione scalfariana, quella per cui continueremo a guardare con gratitudine e ammirazione al tanto che ha lasciato su carta, ma anche al tantissimo che ha fatto fiorire attorno a sé.
Non si contano le firme, infatti, che sulle pagine della Repubblica si sono avvicendate, in un turnover pedagogico e formativo che ancora informa di sé gran parte del giornalismo di qualità nel nostro paese.

Immagine tratta dal libro "Alla ricerca della morale perduta" di Eugenio Scalfari, Einaudi, 2019

È giusto riferire almeno qualche breve notizia, dalla lunga vita di Eugenio Scalfari.
Nato a Civitavecchia da genitori calabresi, il giovanissimo Eugenio frequenta a Roma il Liceo Mamiani e successivamente il Liceo Cassini a Sanremo (dove il padre si era trasferito assieme alla famiglia per motivi di lavoro), trovandovi come compagno di banco Italo Calvino.
Gli studi successivi saranno in Giurisprudenza, presso l’Università di Roma.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale entra in contatto con il neonato partito liberale, facendo la conoscenza in quell'ambiente di giornalisti importanti.  
Diventa collaboratore prima al Mondo di Pannunzio e poi all'Europeo di Arrigo Benedetti.
Sarà soprattutto l’esperienza al Mondo di Mario Pannunzio – impareggiabile scuola per una intera leva di giornalisti – a convincere Scalfari della sua inclinazione.
Nel 1955 contribuisce a fondare L’espresso, che dirigerà dal 1963 al 1968. Nel 1976 dà vita all’impresa giornalistica per la quale diverrà notissimo: la fondazione del quotidiano la Repubblica, che dirigerà fino al 1996 e di cui rimarrà editorialista di punta fino alla fine.
Tra i tanti libri che Scalfari ha pubblicato, ricordiamo La sera andavamo in via Veneto. Storia di un gruppo dal «Mondo» alla «Repubblica» (Mondadori 1986, Einaudi 2009), Incontro con io (Rizzoli 1994, Einaudi 2011), Alla ricerca della morale perduta (Rizzoli 1995, Einaudi 2019), Il labirinto (Rizzoli 1998, Einaudi 2016), La ruga sulla fronte (Rizzoli 2001, Einaudi 2010) e, con Giuseppe Turani, Razza padrona (Feltrinelli 1974, Baldini Castoldi Dalai 1998), L'uomo che non credeva in Dio (Einaudi 2008), Per l'alto mare aperto (Einaudi 2010), Incontro con Io (Einaudi 2011), Scuote l'anima mia Eros (Einaudi 2011), L'allegria, il pianto, la vita (Einaudi 2015).
Con il Gruppo editoriale L'Espresso ha pubblicato, raccolti in cinque volumi, gli articoli scritti tra il 1955 e il 2004. Nel 2019 con Einaudi ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo L'ora del blu.
Antonio Gnoli e Francesco Merlo hanno dedicato a Scalfari il loro Grand Hotel Scalfari. Confessioni libertine di un secolo di carta, zibaldone godibilissimo e ricco di confessioni personali che si intrecciano alla storia d'Italia del secondo Novecento. 

Immagine tratta dal libro "L' allegria, il pianto, la vita" di Eugenio Scalfari, Einaudi, 2015

A una costante interrogazione di sé, del passare del tempo e del modo in cui l’esperienza dev’essere messa a disposizione dell’altro, Scalfari ha dedicato gran parte della sua attività di scrittore, soprattutto nell’ultima parte della sua vita. Ci sembra dunque appropriato concludere questo nostro breve ricordo di una figura importante per la cultura italiana con un brano tratto da una recensione apparsa nel 2011 su Wuz.it a proposito di Scuote l’anima mia Eros:
Scalfari si rivolge ai giovani, come da tanti anni a questa parte, perché loro è il futuro e a loro è assegnato il più importante e difficile dei compiti: risvegliarsi dalla condizione sospesa del nostro tempo e dall'insano torpore dell'egoismo per andare avanti e oltre. "Mai la separazione tra i giovani e i vecchi è stata così profonda come in questo fine d'epoca. Le figure paternali si sono rinsecchite e svuotate", e all'egoismo dei padri si è sostituito quello dei figli, interrompendo la comunicazione tra generazioni.
"Vivetela bene la vostra piccola vita perché è la sola e quindi immensa ricchezza di cui disponete. Non dilapidatela, non difendetela con avarizia, non gettatela via oltre l'ostacolo. Vivetela con intensa passione, con speranza e allegria". Qui sta il centro del discorso di Scalfari, che nella sua bella stagione fa il consuntivo di una vita. Nella passione mai avara di sé l'uomo testimonia la sua infinita potenza e la sua infinita tenerezza: è questo forse il pensiero più caro che Scalfari, con l'eleganza del suo racconto e della sua voglia di raccontare, affida ai giovani”.

Intensa passione per la conoscenza, speranza nella ragione, allegria della condivisione: qualcosa di duraturo per l’umanità.

Copertina de L'espresso, 1974

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