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Marco Armiero: l'ecologia è politica

Il suo ultimo lavoro è La tragedia del Vajont, appena uscito da Einaudi. (qui la recensione del libro a cura di Giorgio De Gerolamo)
Il Vajont: la prima grande catastrofe ambientale che l’Italia ha conosciuto. Ma per Marco Armiero, cinquantasei anni, napoletano di nascita e cosmopolita per vocazione, l’Italia è insieme un oggetto di studi e una lente per vedere e raccontare fenomeni molto più vasti. E infatti, a leggere i suoi libri ci si ritrova spesso in giro per il mondo: in America latina, in Cina, negli Stati Uniti, in India e nei paesi ex-coloniali.

E in giro per il mondo ci è stato davvero anche lui: partito da Napoli, ha studiato negli USA e in Spagna e ha lavorato a lungo in Svezia, dove è stato direttore del laboratorio di Scienze Umane Ambientali del Reale Istituto di Tecnologia di Stoccolma. Attualmente insegna Storia ambientale a Barcellona ed è dirigente di ricerca al CNR. I suoi libri, scritti in italiano e in inglese e tradotti in diverse lingue, coprono temi che vanno dalle foreste alle migrazioni, passando per la giustizia ambientale, le biografie “tossiche” e i corpi contaminati dell’Antropocene.

La tragedia del Vajont. Ecologia politica di un disastro

Il 9 ottobre 1963 duemila persone rimasero uccise sulle montagne del Bellunese, travolte dall’onda di acqua e fango sollevata da una gigantesca frana precipitata nel bacino ai piedi del monte Toc. Il Vajont è stato uno dei disastri più tragici della storia italiana recente.

MM: Tu sei convinto che l’ambiente debba essere raccontato a partire dai nodi dove s’incontrano politica, corpi e luoghi. Partiamo allora proprio dal Vajont. Si dice spesso che questa storia sia un “cautionary tale”, un racconto che fa da ammonimento per il futuro. Che cosa ci insegna il Vajont e cosa leggiamo nei suoi “nodi”?

Marco Armiero: Il Vajont colpisce perché è la storia di una tragedia annunciata: in tanti, a cominciare dalla giornalista comunista Tina Merlin, avevano chiaro che quella diga era pericolosa per le comunità della valle. Eppure non ci fu presagio, previsione, dubbio che fosse abbastanza forte da fermare la corsa verso una modernità omicida. Applicare il principio di precauzione avrebbe potuto evitare la strage; ascoltare le comunità della valle avrebbe dovuto sollecitare ricerche più approfondite e misure cautelative. Niente di di tutto questo accadde al Vajont, ma non perché l’umanità è arrogante, la scienza insipiente e altre cose del genere; tutto questo accadde perché si mise il profitto sopra ogni altra cosa, perché il capitalismo idroelettrico non tollerava una perdita. Ecco una lezione semplice e tragica del Vajont: la crisi ecologica è sempre anche una crisi sociale che rischiano di pagare i più deboli. Perché il potere conta, anche nelle crisi ambientali.

MM: La tua è una prospettiva di giustizia ambientale. In che senso la storia del Vajont sta dentro questo paradigma?

MA: A lungo si è interpretato il Vajont come un immane disastro naturale, il prodotto di serie di sfortunati eventi; in realtà fin dall’inizio in tanti avevano chiaramente denunciato le responsabilità del disastro. Mettere l’accento sulla questione dell'ingiustizia ambientale nel Vajont, come ovunque, significa ribadire non solo che non si tratta di un disastro naturale ma che la distribuzione dei rischi segue le gerarchie sociali, facendo pagare ad alcuni i costi del benessere di pochi. Insomma, non solo non è sfortuna (ma neppure semplicemente una questione di individui corrotti o criminali): è un sistema che riproduce profitti per pochi attraverso la creazione di discariche sociali ed ecologiche. Inferni al servizio dei paradisi di pochi. 

MM: Mi fa sorridere che tu, pur avendo scritto tantissimo di montagne, sia tutto fuorché un alpinista. Nel libro Le montagne della patria (pubblicato da Einaudi) racconti come Alpi e Appennini abbiano fatto da sfondo al modo in cui l’Italia ha costruito politicamente la sua identità. Del resto è vero: i paesaggi raccontano non solo come li si è abitati, ma anche come li abbiamo immaginati. Ci vuoi spiegare in che modo questo è avvenuto con le nostre montagne?

MA: Hai ragione, sono tutto fuorché un alpinista! Che poi, forse, nel mio libro le montagne erano un pretesto per ragionare della relazione metabolica tra paesaggio e nazione; certo, un pretesto ingombrante, eppure quasi invisibile nella storia nazionale, quasi appiattita sulle nostre città di pianura. Nel libro rileggo alcuni nodi fondanti della vicenda storica italiana a partire dalle montagne; ma questo non significa affatto "naturalizzare" i fenomeni sociali o cedere alle sirene del determinismo geografico che è sempre in agguato, quando si fa storia ambientale.
Le montagne di cui scrivo non sono fatte solo di rocce, suolo e alberi, ma anche di narrazioni eroiche scritte con i sacrari della Grande Guerra, di discorsi sulla modernizzazione incarnati nei paesaggi idroelettrici, di memorie resistenti, a volte un po’ sbiadite, e di tanti altri fantasmi che aspettano solo qualcuno disposto a evocarli.

Le montagne della patria. Natura e nazione nella storia d'Italia. Secoli XIX e XX

Nonostante la montagna in Italia goda di una centralità geografica (con il 35 per cento del territorio, a cui si somma il 42 della collina), essa è rimasta marginale nella storia e nella memoria del Paese.

MM: E quali sono le storie che secondo te hanno avuto un maggiore impatto sulla vita politica del nostro Paese?

MA: Una immaginaria linea del tempo della storia ambientale dell’Italia contemporanea rischia di sovrapporsi a una cronologia di disastri: il terremoto di Messina (1908), l’alluvione del Polesine (1951), il Vajont (1963), il terremoto del Belice (1968), la diossina di Seveso (1976), il terremoto in Irpinia (1980), la frana di Sarno (1998), fino ad arrivare alle storie più recenti dei terremoti in centro Italia e le alluvioni di questa estate. Ma in questo modo esauriamo la storia ambientale in un rosario di disastri, dimenticando molti altri aspetti che vanno dalle grandi trasformazioni del paesaggio alla storie del movimento ambientalista. Inoltre una cronologia come quella che ho elencato riproduce un’idea di ambiente come qualcosa di nettamente separato dal resto.
Per essere più chiaro: nel mio libro Le montagne della patria discuto di brigantaggio, di prima guerra mondiale, fascismo e Resistenza... ovvero non immagino una storia dell’ambiente separata, segnata dalle sue cronologie interne, ma provo a raccontare come alcuni grandi snodi della Nazione abbiano avuto a che fare con l’ambiente

MM: Restiamo sul Fascismo. Con Roberta Biasillo e Wilko Graf von Hardenberg, hai scritto La natura del duce. Qual è la visione dell’ambiente durante il ventennio e qual è la sua eredità? Ci sono storie esemplari che ci puoi raccontare?

MA: Abbiamo scritto questo libro convinti che occorra andare al di là di quello che ho definito - in un saggio di qualche anno fa - “il ghetto verde”, ovvero quello spazio di ricerca designato per la storia ambientale. Fare una storia ambientale del fascismo significa rompere il ghetto e dimostrare che la disciplina non è un insieme di temi ma piuttosto un insieme di domande e strumenti concettuali. Ci siamo interrogati sulle ecologie politiche del fascismo, ovvero sui modi nei quali il regime ha incorporato la natura nel suo discorso politico.
La dimensione bellica, di guerra alla natura, è un tratto caratteristico dell’ecologia politica fascista, basti pensare alle tante “guerre” lanciate dal regime, come la battaglia del grano, la guerra contro le capre, la bonifica intesa come guerra contro la palude. La peculiarità dei regimi fascisti – o più in generale totalitari – nel rapporto con la natura è un tema di grande rilievo nel dibattito storiografico. È chiaro, infatti, che tante delle cose fatte dai fascisti nostrani non erano affatto di loro esclusivo dominio; penso per esempio all’idroelettrico e alla bonifica, oppure alla creazione di parchi nazionali.
Per questo non ci interessava misurare con "l’ecologistometro" – un simile strumento non esiste, ovviamente, ma credo la parola possa dare l’idea – quanto Mussolini e i suoi fossero ambientalisti, ma capire in che modo quello che loro hanno fatto con e della natura avesse a che fare con il loro progetto politico.
E come ci ha insegnato David Harvey, un progetto politico non può che essere anche ecologico. 

La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo
La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo Di Marco Armiero;Roberta Biasillo;Wilko Graf Von Hardenberg;

La natura del duce esplora le ecologie politiche fasciste, ovvero le pratiche e le narrative attraverso cui il regime ha costruito ecologie, tanto immaginarie quanto materiali, funzionali al suo progetto politico. Il libro non insegue dunque il fantasma di un Mussolini verde, magari contando quanti parchi nazionali siano stati creati durante il regime o quanti alberi piantumati.

MM: L’ambiente porta scritte su di sé le sue storie, e spesso la letteratura ci aiuta a decifrarlo.
Penso a Calvino e alle
Città invisibili. Ce n’è una, Leonia, che sembra fatta apposta per descrivere le megalopoli contemporanee, seppellite dai rifiuti. Leonia infatti è una città continua che “rifà se stessa tutti i giorni”, buttando via le scorie del suo passato e accumulando immondizia fino a esserne accerchiata. I rifiuti sono un argomento-chiave delle tue ricerche e del tuo impegno politico. Penso per esempio al tuo sodalizio con le attiviste napoletane assieme alle quali hai scritto Teresa e le altre. Storie di donne nella terra dei fuochi (Jaca Book). Cosa puoi dirci di questo progetto? E che ci faceva uno storico ambientale in una discarica?

MA: Sono napoletano, sebbene emigrato ormai da tanti anni.
Ho vissuto prima negli Stati Uniti e poi tra la Spagna e il Portogallo, durante gran parte della cosiddetta crisi campana dei rifiuti. Potrei cavarmela così, sostenendo che mi sono ritrovato tra le discariche di rifiuti quasi per una questione di nascita, una sorta di richiamo primordiale se non del sangue almeno degli effluvi. Ma io alle comunità di nascita credo poco... e allora dovrei raccontare una storia più lunga, che parli della mia militanza politica e del mio disperato desiderio di non separare l’impegno e la ricerca, il personale, il politico e l’accademico.
Teresa e le altre è uno dei risultati di una lunga stagione di ricerche sui movimenti per la giustizia ambientale in Campania. L’idea di fondo era sovvertire le gerarchie tradizionali tra il ricercatore e l’oggetto di ricerca. Invece di raccogliere storie di vita per scrivere poi le mie cose, ho deciso di condividere la scrittura con questo gruppo di donne producendo un libro corale, il primo esempio di quella guerriglia narrativa che poi ho continuato  a praticare e forse raffinare dal punto di vista concettuale, in seguito. E sono stato abbastanza fortunato da avere Serenella Iovino a chiudere con un saggio bellissimo quel libro, sempre in quella terra di mezzo tra personale, accademico e politico, che mi piace provare ad attraversare.  

MM: La fortuna, ovviamente, è stata reciproca! Restiamo ancora sulla discarica, ma stavolta allarghiamo lo sguardo al pianeta. Nel tuo libro L’era degli scarti (Einaudi) dici addirittura che i rifiuti sono un marcatore geologico e proponi un nome alternativo per quello che molti definiscono “Antropocene” (l’epoca geologica definita dall’impatto umano). Questo nome è “Wasteocene”, l’età dei rifiuti (da “waste”, inglese per “spazzatura”). Ci spieghi come ti è venuta quest’idea e quali sono le sue implicazioni?

MA: Il Wasteocene fa parte di una ricca fioritura di concetti nati dentro e contro l’Antropocene.  Ha ragione Moore quando dice che la sfida non è sul terreno della geologia ma delle narrative pop, insomma del discorso sull’Antropocene come spiegazione della crisi socio-ecologica contemporanea. È su questo piano che il Wasteocene, come il Capitalocene e il Piantagionocene, sfidano la narrativa depoliticizzante dell’Antropocene. Il mio Wasteocene non è l’era dei rifiuti in quanto tali, ma piuttosto l’era delle relazioni di scarto, ovvero di quelle relazioni socio-ecologiche che producono comunità umane e non umane, di scarto, discariche dove buttar via chi e cosa riteniamo senza valore. Da questo punto di vista l’era degli scarti ha a che fare tanto con le discariche quanto con i quartieri bene, perchè nella sua essenza scartare significa proprio separare chi conta e chi non vale niente.  

MM: Mi sembra quasi di sentire nelle tue parole l’eco delle preoccupazioni espresse da Papa Francesco, non da ultimo proprio nella recentissima esortazione apostolica Laudate Deum.

MA: Hai ragione. Devo dire che non mi sarei mai aspettato di essere così in sintonia con un pontefice. Papa Francesco non si limita a denunciare i rischi del cambiamento climatico. Francesco parla del cambiamento climatico come di un “peccato strutturale”, utilizzando un linguaggio caro alla teologia della liberazione, a lungo perseguitata dalla chiesa ufficiale. Pone il problema del controllo – io oserei dire della proprietà – della tecnologia e della scienza. Addirittura arriva a difendere i gruppi “radicalizzati” e le loro azioni eclatanti, senza le quali le nostre coscienze rimarrebbero comodamente anestetizzate. Anche quando parla della necessità di scelte e azioni individuali mi piace che le associ esplicitamente ad un appello all’azione collettiva e alla mobilitazione sociale. Diceva uno slogan di qualche tempo fa che il personale è sempre politico; aggiungerei che l’ecologia è sempre politica e quindi personale.

L' era degli scarti. Cronache dal Wasteocene, la discarica globale

Secondo alcuni studiosi siamo entrati in una nuova era geo- logica, l'Antropocene, segnata dal dominio degli umani sull'intero pianeta. Questo libro propone una lettura diversa della nostra crisi socio-ecologica; invece che di Antropocene, bisognerebbe parlare di Wasteocene (dall'inglese waste , scarto), ovvero di un'epoca segnata dalla continua produzione di persone, comunità e luoghi di scarto.

I contributi di Serenella Iovino per Maremosso

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