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Megan Nolan racconta Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides

Nomen omen, erano soliti dire i gli antichi romani: nel nome si cela un presagio.
E questo talvolta accade anche nel mondo della letteratura, quando a entrare nel canone dei classici moderni è uno scrittore che non nasconde il proprio destino tanto nel nome, quanto più nel cognome. Se infatti l’autore de Le vergini suicide può vantare un nome profondamente americano come Jeffrey, il cognome lascia invece trapelare le origini greche della sua famiglia, trasferitasi presto dalla Turchia in America per cercare fortuna.

E il senso della tragedia greca che fece grandi Sofocle ed Euripide aleggia come una maledizione su quella che è considerata una delle punte più alte della produzione letteraria di Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide.

Le vergini suicide
Le vergini suicide Di Jeffrey Eugenides;

Tenero, avvolgente e bizzarro, Le vergini suicide è la storia di un'ossessione amorosa in cui si fondono memoria e immaginazione, sesso e nostalgia. Oggetto dell'ossessione sono le cinque sorelle Lisbon, per sempre fissate nella loro bellezza adolescenziale, che nel volgere di un anno si sono tutte tolte la vita.

Un romanzo che fin dal proprio titolo non si propone esattamente come una lettura adatta a un pubblico di ragazzini, evocando tematiche come il sesso e la morte, e che tuttavia è annoverato dalla scrittrice Megan Nolan come primo avvicinamento al mondo della letteratura.

Il mio libro preferito è "Le vergini suicide" di Jeffrey Eugenides. Quando l'ho letto ero molto giovane – forse troppo giovane –, avevo undici, dodici anni e quello era forse il primo romanzo da adulti che avevo modo di leggere. Mi sono subito innamorata dell'autore e della sua scrittura. Si tratta di un romanzo corale che narra la vicenda delle cinque sorelle Lisbon ed è raccontato da un gruppo di ragazzi che è innamorato di loro

Megan Nolan

Le sorelle Lisbon hanno un’età compresa fra i 13 e i 17 anni, e questa scelta non è casuale: Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese sono un passo oltre la pubertà ma un passo indietro rispetto all’età adulta. Si atteggiano da grandi, come ogni adolescente che si rispetti, provando a sgattaiolare fuori casa e divertendosi a scrivere il nome dei loro tanti spasimanti in pennarello indelebile sulla propria biancheria intima, ma il lettore sa benissimo che quella delle ragazze è solo una posa.

Un atto di ribellione estrema che tenta di squarciare il velo di perbenismo tipico del sobborgo americano in cui vivono, tanto noioso e ordinario da non meritare neanche un nome. L’opera di Jeffrey Eugenides, lungi dall’essere un semplice racconto di disagio giovanile, si propone come cupa decostruzione del sogno americano di cui vengono messi a nudo tutti i limiti.

Le protagoniste del romanzo avrebbero tutti gli strumenti emotivi e materiali per poter essere felici, eppure sentono di non appartenere alla mediocre banalità che le circonda, fatta di prati da tagliare e insensati coprifuochi da rispettare.
E quindi cosa fai, se cresci con dei genitori che non ti capiscono e senti di non avere nessun’altra via d’uscita? Le sorelle Lisbon decidono di non piegarsi a queste regole del gioco e, nel giro di un anno, una dopo l’altra, si tolgono la vita.

“Per la maggior parte della gente il suicidio è come la roulette russa. C'è una sola pallottola nel tamburo. Invece la pistola delle sorelle Lisbon era carica. Una pallottola per l'oppressione dell'ambiente familiare. Una per la predisposizione genetica. Una per l'inquietudine legata al contesto storico. Una per l'impeto del momento. Dare un nome alle altre due pallottole è impossibile, ma ciò non significa che non ci fossero”

Se quella delle sorelle Lisbon è una tragedia, a narrarla non può che esserci il coro senza nome dei ragazzini del quartiere perdutamente innamorati di loro, che – ormai adulti – cercano di penetrarne il mistero. Detective sulla scena di un crimine commesso vent’anni prima, i compagni di scuola delle sorelle Lisbon si soffermano su ogni singolo dettaglio della vicenda nella speranza di trovare una chiave di lettura che spieghi cosa ha portato le ragazze a compiere l’estremo gesto.

Il senso dominante del romanzo è la vista: voyeuristica, parziale, incompleta, e sempre di sfuggita. Le descrizioni si sprecano e i dettagli sono affastellati l’uno sull’altro in una gara a chi offre di più, ma l’interiorità delle sorelle Lisbon non viene mai nemmeno scalfita e agli occhi dei ragazzi restano effigi lontane da adorare e compiangere, ma mai da capire davvero.
Il lettore de Le vergini suicide finisce quindi presto per accorgersi che se i narratori erano innamorati delle infelici sorelle Lisbon era semplicemente perché non le conoscevano veramente.

Un tema al quale per certi versi si dedica anche Megan Nolan, che nel suo romanzo Atti di sottomissione non si era limitata a descrivere una relazione di coppia disfunzionale, ma aveva tracciato anche un crudo ritratto di chi è tanto accecato dall’amore da non riuscire a vedere la realtà in modo oggettivo.

Quello di Eugenides è un romanzo lirico ed emozionante che ricopre per me un significato profondo: “Le vergini suicide” parla di amore e ossessione, temi che grazie a questo romanzo ho imparato a riconoscere come un soggetto interessante e sono diventati parte anche della mia scrittura

Megan Nolan

Nel 1999, la regista Sofia Coppola ha diretto un adattamento cinematografico de Le vergini suicide. Potendo vantare su un cast di attori del calibro di Kirsten Dunst, Danny DeVito e Hayden Christensen, il film ha contribuito a rafforzare la fama e il successo dell’opera di Jeffrey Eugenides, ad oggi considerata un vero e proprio cult.

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