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Roma, Napoli e Firenze di Stendhal

«Che interesse può avere oggi un ritratto dell’Italia qual era nel 1817?» si chiedeva Stendhal, nel 1824, nella prefazione all’edizione di Roma, Napoli e Firenze che sarebbe uscita due anni più tardi. Oggi, a distanza non di sette anni ma di più di duecento, potremmo farci la stessa domanda. La risposta ce la dà sempre l’autore: «ero felice allora, e non c’è nulla che io rispetti al mondo più della felicità». Quest’opera giovanile è nata davvero dalla felicità, da un incontro d’amore, e perciò, per quanto passino gli anni, essa resta piena di grazia e di profondità, intatta e attuale.

Nell’acuta prefazione di Carlo Levi per l’edizione di Roma, Napoli e Firenze proposta da Humboldt Books, con la traduzione di Bruno Schacherl accompagnata dalle fotografie di Delfino Sisto Legnani, c’è subito, nero su bianco, il motivo per cui quello di Stendhal è un libro quantomai necessario: non è soltanto uno spostamento geografico, un movimento nello spazio e nel tempo, quanto la lettera di un innamorato alla terra che adora, il canto della sua meraviglia. Stendhal «corre l’Italia», viaggia da Nord a Sud, ci ricorda che vivere in questo Paese è una passeggiata quotidiana nel sublime – e con lui ci sorprendiamo anche noi, nel riscoprire i suoi passi dentro i nostri passi.

Roma, Napoli e Firenze
Roma, Napoli e Firenze Di Stendhal;

Dopo la caduta di Napoleone, nel 1816–17, Stendhal percorre tumultuosamente l’Italia: dall’amata Milano a Bologna a Firenze a Roma a Napoli a Paestum a Crotone per poi risalire verso nord.

Ho trovato il silenzio più incantevole. Quelle piramidi di marmo bianco, così gotiche e così esili, che si slanciano verso il cielo e si stagliano sul turchino cupo di un cielo meridionale pieno di stelle scintillanti, formano uno spettacolo unico al mondo. Più ancora: il cielo era come vellutato, e s’intonava coi raggi tranquilli di una bella luna. Una brezza calda scherzava negli stretti vicoli che, da alcuni lati, circondano la massa enorme del Duomo. Momento affascinante.

L’amore di Stendhal per l’Italia è reattivo, nasce dall’opposizione con ciò che conosce e che considera sordido, un mondo di virtù oculate ed emozioni soppresse, quasi una prigione. Per lui il Bel paese è una liberazione. Operando una minuziosa topografia dell’italianità più profonda, del modo in cui cerchiamo e intendiamo la felicità, arriva a un’intuizione sociologica: gli italiani sanno vivere con una disposizione alla vita come non avente confini. C’è l’idea che ogni giorno, per quanto poi magari in realtà scorra uguale agli altri, sia la più grande occasione. Per questo usa la forma del diario, nonostante sia considerata rozza è quella che più contiene il tempo e il tempo è fatto di giorni, che sono proprio "l’occasione".

Il francese è più sbrigativo, giudica un popolo e tutto l’insieme delle sue abitudini fisiche e morali in un minuto. È cosa conforme all’uso? – No; dunque è cosa esecrabile, e passa ad altro. L’italiano studia a lungo e comprende fino in fondo i modi curiosi di un popolo straniero e le abitudini che esso ha contratto muovendo alla caccia della felicità. Una persona che cammina verso una felicità qualsiasi, non gli appare mai ridicola per la singolarità dello scopo, ma soltanto quando sbaglia strada.

Questa forma, usata in questo specifico modo, non esisteva prima di Stendhal: è una lettura indimenticabile, le sue parole riescono a raccontare un’Italia infinita come l’universo. Anche nella nota di diario più veloce, in una lettera alla sorella, c’è tutta la sua visione. E questo viaggio si fa con l’andatura lenta e minuziosa di chi si è chiesto e sempre si chiede cosa gli sta parlando, con che si entra in contatto quando si gira il mondo. Stendhal non crede in un turismo contingentato, odierebbe i musei odierni: ha fede nella necessità di prendersi tempo, tutto il tempo che serve per educare l’occhio. Da buon apostolo della rivoluzione romantica, in lui vi è l’idea anacronistica e straordinaria di rifiutare la bellezza, rimandarla. Nella sua concezione ha un che di respingente, è quasi un attacco di panico. E quindi dobbiamo entrare nella bellezza piano piano, poca per volta, quel che possiamo sostenere e capire – non farci trascinare ma abitarla, farne un’esperienza soggettiva.

Non facciamoci però ingannare dalla potenza del contenuto: è un libro tutt’altro che noioso, capace di dire parole profondissime, rivoluzionarie, e al contempo di non prendersi sul serio neanche un po’. È entusiasta e ironico Stendhal, divertente e divertito. Con un tono sciolto e ammirato racconta incontri, scene, visioni, pensieri, situazioni, monumenti, parchi, musiche, scoperte, aneddoti, finzioni, pettegolezzi. Non risparmia critiche feroci e dissacranti, s’infiamma di passione, espone riflessioni filosofiche, dà consigli di lettura: tessera dopo tessera costruisce un mosaico di realtà, e gioca a inventarsi un modo tutto nuovo di farne letteratura.

Si viaggia per trovare del nuovo e per vedere gli uomini quali essi sono. Se si cercano soltanto superfici lisce e sempre identiche, perché lasciare il boulevard de Gand?

Questo libro è fondamentale, dunque, perché ci interroga su quanto costruiamo davvero la nostra felicità, su quanta paura abbiamo di innamorarci e di metterci a rischio. Stendhal lo immaginava finire nelle mani di un viaggiatore colto che avrebbe girato l’Italia per settimane, desideroso di conoscere il mistero antropologico degli italiani. Probabilmente non lo immaginava finire nelle nostre, eppure c’è qualcosa di così giusto nell’andamento delle cose, nel trovarci a tu per tu  con Roma, Napoli e Firenze e magari provare a vederci con gli occhi di chi l’ha scritto, provare a essere un po’ più all’altezza di come ci vedeva.

Spesso, nella vita, tutto dipende dal trovare qualcuno che ti dia fiducia, un po’ più di quella che tu dai a te. Ecco, Stendhal lo ha fatto con noi. E noi, qualcosa dovremo rendere.

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La posta della redazione

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Conosci l'autore

Pseudonimo di Henri Beyle. A sedici anni si trasferisce a Parigi dove si impiega al ministero della Guerra. Nel 1800 raggiunge l'armata napoleonica in Italia e lavora come impiegato nell'amministrazione imperiale, viaggiando in Germania, Austria e Russia. Dopo la caduta di Napoleone si stabilisce in Italia, abitando soprattutto a Milano. Torna a Parigi nel 1821, vive collaborando a riviste con articoli di critica artistica e musicale. Dopo la rivoluzione del 1830 e l'avvento di Luigi Filippo viene nominato console a Civitavecchia. Muore a Parigi. Le sue opere principali sono: "Considerazioni sull'amore" (1822), "Il Rosso e il Nero" (1830), "La Certosa di Parma" (1839), "La Badessa di Castro" (1839), "Vita di Henry Brulard" (1890), "Ricordi d'egotismo" (1892), "Lucien Leuwen" (1894).

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