Luce sulla Storia

Quando l'Italia era colonialista

Illustrazione digitale di Marta Punxo, 2023

Illustrazione digitale di Marta Punxo, 2023

Il 23 gennaio 1943, le truppe britanniche dell’VIII armata, guidate dal generale Montgomery, entrano a Tripoli, capitale della cosiddetta quarta sponda italiana in Africa. Questa data segna la fine del colonialismo italiano in Libia, o meglio dell’ultima fase, alla cui regia troviamo il governo fascista, quella in cui la Libia diventa effettivamente un prolungamento geografico della penisola, un’ambigua «estensione della madrepatria», posta al margine e simbolo di un’irrimediabile alterità.

Ma la conquista della Libia inizia ben prima del fascismo, precisamente negli ultimi giorni del settembre 1911. È in ritardo sulle altre potenze europee, che il tarlo dell’imperialismo ha la meglio sulla politica estera giolittiana, quando lo scramble for Africa inizia già a volgere al termine. Allo scadere del primo decennio del nuovo secolo, l’Italia dichiara guerra all’Impero ottomano aprendo il fuoco sui forti di Tripoli, interessata al controllo delle due province territoriali della Cirenaica e della Tripolitania.

La guerra italo-turca dura poco più di un anno, e nel luglio del 1912 il Trattato di Ouchy, in Svizzera, cerca di mettere fine alle ostilità, ma il processo non è rapido né lineare. Il 18 agosto 1912, sulla copertina della rivista satirica l’Asino, la pace viene raffigurata nelle fattezze di una ragazzina, con i piedi incatenati a terra a due solidi picchetti: a sinistra il nazionalismo turco e a destra il decreto di annessione italiano. Le trattative di pace, infatti, si limitano a riconoscere al Regno d’Italia l’amministrazione militare e civile dei territori libici che però continuano a essere considerati ufficialmente parte dell’Impero ottomano. Nei fatti, i primi passi della pace risultano impediti dal decreto n. 1247 con il quale il governo italiano aveva sancito, ma in maniera del tutto unilaterale, la piena sovranità del Regno d’Italia sulle due province ottomane.

Illustrazione digitale di Marta Punxo, 2023

Lo scoppio della Prima guerra mondiale rappresenta un’ulteriore battuta d’arresto per le mire coloniali italiane in Libia. Nel novembre del 1912, una rivolta araba va a minare l’autorità italiana localmente poco radicata; i presidi militari in Libia vengono espugnati e le truppe italiane respinte verso la costa. Arriviamo quindi alla cosiddetta riconquista della Libia, un processo di durata decennale, dal 1922 al 1932, in cui il colonialismo italiano raggiunge l’apice della violenza. Il maresciallo Rodolfo Graziani, a capo delle operazioni italiane in Libia, ha raccolto le sue memorie in un libro, pubblicato in Italia nel 1932 da Mondadori: La pacificazione della Libia.

Rimanevano: In Marmarica: n.1233 tende. Sul Gebel: 538 tende di aggregati etnici vicini a Barce. 1354 tende Hasa ad Apollonia, 143 tende a Derna. Tutti i campi furono circondati da doppio reticolato; i viveri razionati; i pascoli contratti e controllati, la circolazione esterna, resa soggetta a permessi speciali. Furono concentrati nel campo-punizione di El Agheila tutti i parenti dei ribelli, perché più facilmente portati alla connivenza.

Scene come questa testimoniano la crudezza programmatica in cui viene organizzata la deportazione di massa di oltre 100.000 libici dall’altipiano della Cirenaica nel 1930 e il loro internamento in veri e propri campi di concentramento.

L’impresa coloniale ha delle lunghe diramazioni nel passato dell’Italia unitaria; negli ultimi decenni, una ricca storiografia sul tema ha aiutato a rottamare l’idea, troppo a lungo accreditata e diffusa, che il colonialismo italiano avesse avuto il peso di una breve parentesi di poco conto. Oggi non possiamo non sapere che addentrarsi nella storia del colonialismo significa andare più in profondità, dritti al cuore della storia novecentesca italiana, con la sua cifra di violenza e autoritarismo.

Come scrive la storica Valeria Deplano a proposito della dominazione coloniale italiana in Albania: «Il fatto che l’Italia negli anni della Repubblica si fosse dimenticata di quel passato, come di quello africano, non significa che quel passato non la riguardasse più, ma che non ci aveva fatto i conti: non lo aveva elaborato, non ne aveva sottoposto a critica i fondamenti, le logiche, i valori e gli immaginari».

Nonostante la fine del colonialismo come fase storica, l’etnocentrismo portatore di un paradigma xenofobo e razzista è sopravvissuto, latente, nella nostra cultura e nell’immaginario di cui si compone. Ha potuto riattivarsi all’occorrenza, soprattutto in momenti critici di incontro (e scontro) con l’alterità, percepita come inferiore e criminale, come un’entità omogenea, essenzializzabile, un corpo estraneo da respingere e di cui avere paura. Questo, in parte, anche perché non conosciamo la nostra storia coloniale, siamo educati alla rimozione e a non farci carico delle nostre responsabilità storiche.

Per saperne di più sul colonialismo italiano

Italiani, brava gente?

Di Angelo Del Boca | BEAT, 2014

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