Luce sulla Storia

La legge fascista che puniva l'aborto: il Codice Rocco

Illustrazione digitale di Marta Punxo, 2022

Illustrazione digitale di Marta Punxo, 2022

Il 19 ottobre 1930 l’aborto divenne ufficialmente un reato contro «l’integrità e la sanità della stirpe». Era il Codice Rocco fascista a stabilirlo, precisamente agli articoli 545-555 del Titolo Decimo: in caso di aborto procurato senza il consenso della donna, il responsabile veniva punito con la reclusione da sette a dodici anni. Nel caso in cui la donna fosse consenziente, lei e l’esecutore dell’aborto venivano puniti con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui fosse la donna stessa esecutrice del proprio aborto, incorreva in una pena dai due ai quattro anni.

A differenza del precedente Codice Zanardelli (1889), che definiva l’aborto un reato «contro la persona», il fascismo introduceva una novità significativa: la dimensione pubblica attribuita al reato, così inteso in quanto minaccia al patrimonio demografico dello stato.

«Il rigoglioso sviluppo della nazione» era, infatti, uno degli obiettivi primari della politica demografica del regime, ed è in questa cornice che si inseriscono le politiche per contrastare l’aborto procurato volontariamente. Sono gli anni in cui il ruolo sociale delle donne si cristallizza in un preciso immaginario, che passa attraverso l’accentuazione della loro funzione procreativa: prima sposa e madre e poi semmai lavoratrice, rifugio della famiglia e angelo del focolare. Il reato d’aborto si configurava come un dispositivo patriottico che rifletteva allo specchio un’ideale di maternità investito anch’esso di rilevanza pubblica e di una certa sacralità.

La promulgazione del Codice Rocco non è un caso isolato, ma si lega in maniera evidente ad altri importanti passaggi legislativi promossi dal governo fascista. Nel dicembre 1926, era stata istituita l’imposta sul celibato, una vera e propria tassa applicata ai cittadini maschi non sposati. La tassa sul celibato conferma l’assoluta centralità della procreazione a fini demografici, di cui troviamo un riverbero anche nel già citato Titolo Decimo del Codice. L’articolo 552 si esprimeva, infatti, riguardo la Procurata impotenza alla procreazione: «Chiunque compie, su persona dell'uno o dell'altro sesso, col consenso di questa, atti diretti a renderla impotente alla procreazione è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire cinquantamila a duecentomila. Alla stessa pena soggiace chi ha consentito al compimento di tali atti sulla propria persona».

Dieci anni dopo, nell’aprile 1937, veniva istituita la legge contro il madamato, funzionale a garantire l’integrità della razza e impedire il proliferare di figli “meticci”, vietando – nel contesto dei possedimenti coloniali italiani – le relazioni d’indole coniugale tra cittadini italiani colonizzatori e sudditi.

Il sistema di repressione dell’“aborto procurato”, messo in atto dal fascismo, incrementa una vera e propria cultura del silenzio, generata – come scrive la storica Alessandra Gissi – non solo dall’effetto della criminalizzazione governativa, ma anche dal controllo sociale che le chiacchiere di vicinato esercitavano sulla sfera della sessualità e dell’onore femminile.

Illustrazione di Marta Punxo, 2022

È proprio contro questo muro di silenzio che negli anni settanta il movimento femminista riesce ad aprire una breccia, iniziando letteralmente a prendere la parola su un tema così controverso, come scrivevano su Quaderni di Lotta Femminista n.2. Il personale è politico, dell’ottobre ’73: «Noi diciamo che la procreazione responsabile non è un problema del futuro, ma è sempre stata una cruenta conquista delle donne e l’aborto ne è stato lo strumento fondamentale: contro padroni, fascisti e antifascisti, riformisti, concordati, corporazioni di medici e mariti, contro tutto e tutti è stato lo strumento».

La legge italiana n.194 del 1978 per un aborto libero, gratuito e sicuro è figlia di un processo che «procede per piccoli scarti», come di solito succede quando si guarda alla storia assumendo le donne come protagoniste – scriveva la storica Gianna Pomata. Allora vediamo come il caso mediatico di Gigliola Pierobon, le manifestazioni di piazza, la mobilitazione contro il referendum abrogativo del 1981, sono i denti dell’ingranaggio che ha tenuto in moto il cambiamento: «un nuovo comportamento femminista anziché femminile», che avvia la «fase rovente», scriveva Lotta Femminista sempre nello stesso quaderno n.2: «sintesi di tutte le lotte sotterranee in cui ci stanno […] i milioni di aborti con sonde e ferri da calza, di morti sui tavoli da cucina, e tutta la rabbia repressa per non poter uscire la sera, per non poter fare l’amore quando si vuole con chi si vuole e per dover badare a stuoli di bambini mai voluti».

Perché parlare di aborto oggi?

Negli ultimi anni è risultato evidente quanto l’aborto sia ancora un terreno friabile di scontro politico. Il 22 ottobre 2020, il governo polacco ha conferito valore di legge alla sentenza della Corte costituzionale che limita ampiamente la possibilità di ricorre all’aborto, soltanto in caso di stupro, incesto e pericolo per la vita della madre. Il 24 giugno scorso, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha revocato la storica sentenza del 1973, Roe vs Wade, mettendo a rischio il diritto costituzionale di abortire.

L’ondata di manifestazioni che si sono susseguite a contrasto – dagli scioperi delle donne polacche del movimento Strajk Kobiet, al movimento latinoamericano della Marea Verde – ci ricorda che questo diritto sociale è un oggetto fragile di cui è bene conoscere la storia, gli inciampi e le vittorie per preservarne il valore e l’efficacia.

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