Passato di letture

Quel fiume prepotente che attraversa i secoli: una storia culturale dell'egemonia

Illustrazione di Mirko Barcaiolo, 2022, studente del Triennio in Pittura e Arti Visive, NABA, Nuova Accademia di Belle Arti. Tecnica grafite e acquerello

Illustrazione di Mirko Barcaiolo, 2022, studente del Triennio in Pittura e Arti Visive, NABA, Nuova Accademia di Belle Arti. Tecnica grafite e acquerello

“Le parole sono importanti”, come sappiamo. E alcune di più. 

Ogni parola che compone l’insieme degli strumenti per descrivere il mondo ha il difetto di portare con sé le esperienze delle miriadi di orecchi che l’hanno sentita nel tempo. 

Inutile, quasi ovvio, immaginare che le parole cambino nella storia a causa di questo incessante “passare di mano” che le modifica, le plasma, le mutila e le arricchisce. Eppure, spesso, pezzi più o meno consistenti di questi significati rimangono appiccicati alle parole, come adesivi pubblicitari sui lampioni: significati strappati, quasi cancellati, che pure continuano, almeno in parte, a raccontare brani di discorsi e a costruire scorci di immaginario. 

Per questo è prezioso il lavoro compiuto dal breve ma denso saggio di Giuseppe Cospito Egemonia, da Omero ai Gender Studies”, (Il Mulino 2021) nel ricostruire la storia di una parola, "Egemonia", appunto, che negli ultimi tempi sembra tornata di moda. 

Egemonia. Da Omero ai Gender Studies

«Egemonia» è un termine oggi di largo impiego in molti settori delle scienze umane e sociali, con uno spettro di significati assai ampio. Nella sua accezione generale di predominio di una parte sull'altra fondato sulla combinazione di forza e consenso più o meno spontaneo, il concetto ha dietro di sé una storia ultramillenaria, che comincia con le città-stato della Grecia antica, attraversa i secoli per vie anche sotterranee e arriva sino ai nostri giorni, in buona parte grazie alla fortuna mondiale dell'opera di Gramsci, il pensatore novecentesco che ne ha fatto più uso. Ne risulta un quadro articolato, in cui l'egemonia non si contrappone più ad altre categorie del lessico politico, come democrazia, impero o dittatura, ma si intreccia indissolubilmente con esse.

L’autore riafferra dalle nebbie del tempo una parola che nasce con i rapporti tra quei primi stati, le poleis greche, da cui deriva molto del nostro moderno concetto di politica. 

Egemonia è il predominio attraverso (anche) il consenso, il trionfo del dominatore che riesce a imporsi sul soccombente e al contempo si fa accettare come fonte di comando; anzi, chi è sconfitto, o sottoposto, accetta di buon grado di seguire il capo perché questi è più forte, ma anche più efficiente, felice, progredito… in una parola, perché è “migliore”. Un esercizio di potere complesso che si basa sulla necessità di essere non solo più forti dei dominati, ma spinge anche i dominati a desiderare di essere come i dominanti. 

Uno sforzo immane, inutile, in molti dei periodi storici che seguono la Grecia classica delle piccole città: Roma imporrà il proprio dominio con la forza, e più che di egemonia si parlerà di adesione a un modello, l’unico possibile. 

La parola si perde quindi fino all’età dei Lumi, relegata in un angolo dalla forza bruta dei rapporti tra gli stati di Antico Regime.
Riemergerà, non a caso, proprio nel momento in cui l’apertura della cosa pubblica alle masse riproporrà la necessità di dominare col consenso.
E sarà, come sappiamo, uno dei più grandi pensatori del Novecento, Antonio Gramsci, a riportare in pista una parola fin troppo dimenticata.
 

Oggi questa parola ha travalicato i confini della teoria politica per impregnare vasti strati della società globale e, proprio per questo, appare ancora più necessario ricordare da dove derivi questa necessità, questa fame di consenso, su cui una parte consistente del moderno Occidente si trova a porre le proprie basi. 

NON LEGGETELO se amate i ponderosi tomi di filosofia politica affogati di note: questo libro corre, attraverso i secoli, veloce ma “convincente”. 

NON LEGGETELO se ritenete superata la lezione delle grandi ideologie del Novecento: c’è ancora molto da dire e, soprattutto, da capire. 

NON LEGGETELO se ritenete che il linguaggio sia uno strumento neutro: questo libro potrebbe, una volta di più, farvi capire quanto siete fuori strada. 

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