Arrivi e partenze

Selvaggia Lucarelli: “Prima nascondevo le mie fragilità, ora so che rivelarle non è segno di debolezza”

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 - la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Illustrazione di Laura Bornea, 2021 - la sigla delle interviste "Il profumo delle pagine" è cantata da Laura Salvi - compositore Marco Zoppi

Da bambina abitavo a pochi chilometri dalla centrale di Montalto del Castro. Vivevo nel terrore, ma non avevo paura che un'incidente nucleare mi coinvolgesse, no: avevo paura di essere l'unica sopravvissuta della famiglia. Mi terrorizzava l'idea di essere abbandonata

Non sappiamo se riusciamo a immaginarcela, una Selvaggia Lucarelli spaventata (... o anche solo una Selvaggia bambina, se è per questo...). Ma ogni presa di consapevolezza è sempre preceduta da un’epifania, una caduta da cavallo sulla via di Damasco che permetta di capire a chi è caduto in che preciso momento della sua vita tutto ha avuto inizio.

Per Selvaggia Lucarelli il timore di restare sola si è manifestato molto presto, forse nel momento in cui – scrutando il cielo di Civitavecchia, increspato dalle volute di fumo bianco che si levavano dalla vicina centrale nucleare – si è resa conto della preghiera laica che rimbombava dentro di lei.
Non la preghiera di salvarsi, in quella sono bravi tutti. No, la Selvaggia bambina pregava – se mai – di morire insieme a tutti gli altri. Se la rovina doveva proprio arrivare, che non la risparmiasse, ma la portasse con sé. Tanto le era insopportabile il pensiero di restare sola, che perfino l’idea della morte pareva preferibile.

“Questo tipo di meccanismo in qualche modo mi ha segnata e mi ha accompagnata – come una sorta di ferita primordiale – in tutte le relazioni affettive che ho avuto, fin dal liceo, per poi ovviamente passare alle relazioni più adulte” racconta Lucarelli, che indaga la propria dipendenza affettiva all’interno di Crepacuore (Rizzoli, 2021)

Crepacuore. Storia di una dipendenza affettiva

Selvaggia Lucarelli descrive gli esordi di una relazione durata ben quattro anni in cui nulla, nella sua vita, ha avuto scampo: dal lavoro agli amici, l’ossessione per una storia che non aveva alcuna possibilità di funzionare, piano piano, come un fungo infestante, ha intaccato tutto quello che la circondava. Perfino l’amore per suo figlio.

Il racconto di un amore malato che unisce a doppio filo un uomo che non vede nulla oltre sé stesso e una donna che non vede nulla oltre lui. E di dipendenze affettive si parlava anche nel podcast curato dalla stessa Selvaggia Lucarelli, Proprio a me, che in sette puntate raccoglieva le esperienze di chi stava cercando di disintossicarsi da una relazione tossica e totalizzante.

Per me esisteva solo lui” ammette l’autrice, che in Crepacuore preferisce non fare nomi e cognomi – “non gli addosso tutta la responsabilità di quello che è accaduto, sarei ingiusta e poco onesta”. Il memoir infatti, lungi dal nascere dal desiderio di vendetta o rivalsa, appare animato da un forte senso di consapevolezza. La lucidità di chi è sopravvissuto o, se ci perdonate una metafora marinaresca, la lucidità del naufrago che, una volta a riva, riesce a voltare lo sguardo verso la tempesta che lo ha quasi ucciso.

In Crepacuore Selvaggia Lucarelli prova a indagare non soltanto l’origine della propria dipendenza affettiva, ma anche le sue più estreme conseguenze, dal costante senso di inadeguatezza al terrore di poter essere lasciata da un momento all’altro. “Mi lascerà perché non sono stata all'altezza, perché non ho rispettato le regole che aveva stabilito in casa sua e fondamentalmente io non valgo niente. Sembra una semplificazione folle, ma in questo genere di relazioni si vive esattamente così, come dei bambini di due anni che non riescono ad accontentare i genitori”.

Come uscire da una storia così?
Il primo passo – come in tutte le dipendenze – consiste nell’ammettere di avere un problema. E sapersi mettere al primo posto, se necessario affidandosi a un professionista. Ammette Lucarelli: “Il mio è stato un percorso molto egoistico: ho pensato fin dall'inizio di non avere bisogno di nessuno, che l'avrei risolta da me. Se invece avessi avuto l'umiltà di ammettere che da sola non ce la potevo fare…”

Di questo crepacuore abbiamo voluto sapere da colei che ne ha sofferto, in prima persona. Ne è scaturita una conversazione senza reticenze, a cuore aperto. Un viatico - chissà? - perché altre persone che soffrono della stessa dipendenza possano vedersi da fuori, e riconoscere che non sono le sole a sentirsi così- 

Incontra l'autrice in libreria

Presso La Feltrinelli di Galleria Colonna (Roma)

Selvaggia Lucarelli presenta "Crepacuore" (Rizzoli) il 26 novembre, alle ore 18:00, presso La Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma

L'intervista

Crepacuore
si apre con una citazione di Storia dell'assedio di Lisbona di Saramago: "Siamo in guerra ed è una guerra di accerchiamento. L'amore è la fine dell'assedio".  Tu quando hai capito che l'assedio era finito?

L'assedio è finito quando ero sfinita: in questo tipo di relazioni – ovvero nelle relazioni tossiche, di dipendenza affettiva – capita di avere una resistenza incredibile. A volte si va avanti anche per moltissimi anni: questa resistenza deriva da questa sorta di chimica – profondamente sbagliata ma piena di energie – che si sviluppa tra due soggetti. Io non ho elaborato quello che mi stava succedendo con razionalità, non sono arrivata alla sua conclusione perché ho fatto un percorso, mi sono guardata dentro e ho decodificato tutto quello mi stava accadendo… semplicemente avevo perso qualsiasi tipo di energia e di forza. Quindi nel momento stesso in cui mi sono finalmente seduta sul mio dolore e ho capito che non avrei avuto più l'energia neanche per tenere un'arma in mano, la mia storia di dipendenza affettiva si è consumata. È finita.

... una dipendenza affettiva che avevi fin da piccola. Da bambina, racconti che avevi paura che un incidente nucleare ti avrebbe reso orfana: non avevi paura di morire, ma di sopravvivere e di restare sola…

Il senso abbandonico e la paura di essere lasciata sola mi hanno accompagnato fin da quando ero piccolissima: credo che appartengano a tutti i bambini, fino a una certa fase dell'infanzia. Nel mio caso sono durate molto. Direi che è un’impronta, un segno che mi è rimasto negli anni. Ricordo proprio che da bambina io vivevo a Civitavecchia, dove stavano costruendo la prima grande centrale nucleare italiana, a Montalto di Castro. Io vivevo nel terrore: non che l'incidente nucleare mi coinvolgesse, ma nel terrore che potessi essere l'unica sopravvissuta della famiglia. Mi terrorizzava l'idea di essere abbandonata. Questo tipo di meccanismo in qualche modo mi ha segnata e mi ha accompagnata – come una sorta di ferita primordiale – in tutte le relazioni affettive che ho avuto, fin dal liceo, per poi ovviamente passare alle relazioni più adulte. Per me la prima preoccupazione in tutte le relazioni è sempre stata quella viscerale e ossessivo-compulsiva di rimanere attaccata come l'edera ai miei fidanzati, a mio marito… a tutti gli uomini che purtroppo hanno avuto la sfortuna di incrociare il rampicante ossessivo che ero.

In che modo pensi che la tua storia familiare si ricolleghi alla tua dipendenza affettiva?

Io credo che l'imprinting sentimentale ed emotivo sia fondamentale: sono convinta che le relazioni che osserviamo in famiglia siano qualcosa che tendiamo a ripetere, perché le prendiamo a modello. Non credo che nella sfera affettiva si possa insegnare qualcosa ai figli: i figli imparano quello che vedono. I miei genitori hanno avuto una relazione e un matrimonio molto conflittuale, pieno di minacce di abbandono. Vivevo con questo senso di caducità e con la paura che si separassero e ci lasciassero soli. Credo che questo sia stato in qualche modo il mio marchio: io ho ripetuto quel tipo di modello. Come mia mamma, in una certa fase della mia vita mi sono abbandonata ai silenzi e alla mancata comunicazione. Nelle relazioni affettive sono stata tutto quello che non volevo essere, ovvero come mia madre.

E oggi che sei madre, come pensi si possa spezzare questa "maledizione pedagogica"? Come stai crescendo tuo figlio?

Secondo me quando finalmente si riesce a leggere nel proprio passato – quando si capisce che alcune cose le abbiamo ripetute perché le avevamo assorbite – si può mostrare ai nostri figli una versione migliore di noi stessi. Non mi sono mai seduta al tavolino dei grandi insegnamenti con mio figlio, non gli ho mai detto: “Si fa così”. Dopo tutte le traversie che racconto nel libro, ho cercato di mostrargli un equilibrio affettivo e sentimentale. Qualcosa di ben diverso da ciò a cui ho assistito io.
Sicuramente mio figlio ha davanti a sé una madre realizzata, che basta a sé stessa, ma che è felice di condividere con gli altri, e che soprattutto dice le cose ad alta voce. Ho imparato a tirare fuori tutto quello che ho dentro, cosa che non ho fatto in passato, quando tendevo a mimetizzare, camuffare, mascherare quello che ero mostrandomi come una donna forte e risoluta, coriacea. Prima nascondevo le mie fragilità. Oggi mio figlio conosce le mie fragilità, gli ho insegnato che rivelarle non è segno di debolezza.

Tra l'altro, proprio tuo figlio si è mostrato un abilissimo smascheratore dei manipolatori, in più di un'occasione...

Mio figlio ha avuto fin da subito una maturità sorprendente, nel senso che della mia relazione tossica lui è stato inevitabilmente uno spettatore. Uno spettatore anche molto triste, a tratti, perché naturalmente ha assorbito tutta quella malinconia, quella conflittualità. A un certo punto però ha fatto l'esatto opposto di quello che facevo io: per me questo mio fidanzato esisteva troppo. Rappresentava tutta la mia vita. Non riusciva a guardare oltre lui, non esisteva una me stessa oltre quello che guardavo di me nei suoi occhi. Mio figlio a un certo punto ha deciso in qualche modo di cancellarlo. Durante una discussione piuttosto accesa, il mio ex fidanzato ha provato a coinvolgerlo incolpandolo di qualcosa, al che mio figlio a quattro anni gli ha detto una frase lapidaria: "Tu per me non esisti". E io lì ho capito che aveva trovato il suo modo per schermarsi e per sopravvivere. La verità che invece per me esisteva solo lui. Mio figlio aveva fatto un percorso molto più salvifico del mio, e aveva quattro anni… ma del resto chi vive questo genere di dipendenze non è un adulto, è un bambino.

Dall’episodio della doccia si capisce bene quanto per te, all'epoca, esistesse solo il tuo compagno...

Sembra un racconto ad effetto – di quelli che si aggiungono per colorire un po' la narrazione – ma posso garantire che è andata veramente così. Lui era un ossessivo-compulsivo: aveva una fissazione per la pulizia e l'ordine maniacale. Credo che facesse parte di un quadro preciso, che è quello del senso del controllo, sia nella sfera sentimentale affettiva che in quella più pragmatica legata alla vita quotidiana. Aveva tutto – era anche un uomo molto ricco – e io non sapevo come renderlo felice... sapevo che un oggetto non ce l'avrei fatta, anche perché in casa non voleva cose nuove che non fossero approvate dal suo senso estetico. Mi sono ricordata che ogni tanto si lamentava di queste fughe nere tra i tasselli del mosaico della doccia: così il giorno del suo compleanno, mentre era al lavoro, mi sono infilata nella doccia con uno spazzolino da denti e un Viakal e ho cominciato a pulire – pezzetto per pezzetto – tutta la doccia. Ci saranno stati 50mila tasselli: ci ho impiegato quasi tutta la giornata, alla fine ero tutta infiammata dall'anticalcare, però quando è tornato dal lavoro e gli ho mostrato il mio regalo era entusiasta. Si è sentito per la prima volta compreso e amato veramente, perché l'ho qualche modo lusingato. Io avevo avuto il suo benestare, e il suo amore, o almeno così pensavo.

 ... mentre sarà stato ben poco felice di quella tazzina di caffè…

Magari fosse stata una tazzina, avrebbe fatto meno danni! Invece era una tazza grossa così di caffè lungo (ride NdR): mi cade dal ballatoio mentre lui era a fare un viaggio in Inghilterra e succede quello che non poteva succedere in casa sua, ovvero il danneggiamento estetico. Mi cade questa tazza, il pavimento si scheggia, schizza al caffè dappertutto… su un quadro appena acquistato d'arte contemporanea, sulla parete bianchissima. Io cado nel panico perché so benissimo che quello che una coppia qualunque – in una relazione sana – è un banale incidente o un piccolo motivo di conflitto, in una relazione con un ossessivo-compulsivo diventa una tragedia. In più si risveglia il mio senso di inadeguatezza e la paura abbandonica: “lui mi lascerà perché non sono stata all'altezza e non ho rispettato le regole che aveva stabilito in casa sua, e fondamentalmente io non valgo niente”. Sembra una semplificazione folle, ma in questo genere di relazioni si vive esattamente così, come dei bambini di due anni che non riescono ad accontentare i genitori.

Gli antichi romani praticavano la damnatio memoriae nei confronti delle persone di cui non volevano che fosse tramandato il nome, come del resto fai nel tuo libro con il manipolatore narcisista che frequentavi...

Nel libro parlo pochissimo di narcisismo e parlo pochissimo di lui: non gli addosso tutta la responsabilità di quello che è accaduto, perché sarei innanzitutto poco onesta… e poi ingiusta. Questa relazione tossica non sarebbe esistita se tutti e due non avessimo avuto dei problemi irrisolti – diversi ma irrisolti. Io non sono mai riuscita a guardare oltre la persona che stava con me, lui non riusciva a guardare oltre sé stesso. Queste due realtà insieme erano fortemente pericolose, perché innescavano un meccanismo malato in cui tutte e due cercavamo dalla relazione qualcosa che l'altro non ci poteva dare nella maniera più assoluta. Io trovo che oggi l'abuso proprio della parola "narcisismo" riferita ai manipolatori affettivi (che sono sicuramente narcisisti) deresponsabilizzi l'altra parte: sicuramente lui era un narcisista – e credo lo sia ancora – ma io avevo una fame d'amore che nessuno, neppure una persona sana, avrebbe mai potuto soddisfare. Non mi sento di addossargli tutte le responsabilità: mi sarebbe piaciuto lavorare su me stessa e scoprire quello che dovevo risolvere di me, attraverso un percorso un po' meno traumatico. Non credo che sia stato giusto il modo in cui lui ha vissuto questa relazione. Però attraverso questo grande dolore, attraverso la guerra di cui dicevamo all'inizio... non dico di aver vinto la guerra, perché io credo che un dipendente affettivo rimanga tale, sempre. Però ho imparato sicuramente a proteggermi, e soprattutto a proteggere gli altri. Perché poi si è molto dannosi per sé stessi ma anche per gli altri. Non credo che lui sia stato mai felice, non credo che fosse soddisfatto da quello che succedeva: eravamo due infelici che non riuscivano a chiudere questa guerra malefica.

E un maleficio è anche quello che ti ha colpito dopo la rottura...

A un certo punto, come accade nei grandi lutti in cui si perde davvero qualcuno, l'aver abbandonato quella parte di me ha avuto tutta una serie conseguenze psicosomatiche molto interessanti. La più clamorosa è stata proprio la perdita dei capelli. Il mio corpo mi stava parlando: in quel momento anche la mia vanità è stata intaccata. Era forse l'ultima cosa che mi era un po' rimasta, perché continuavo a vedermi addolorata, malconcia, maltrattata, persa, abbandonata... ma bella. In quel momento ho smesso anche di sentirmi bella. Ho capito che davvero stavo perdendo tutto. Sono passata attraverso medici, cure, barattoli e barattoli di vitamine… avevo degli sfoghi incredibili sul viso. C'è stato tutto un precipitare di situazioni sia da un punto di vista psicologico che fisico.

Come evitare questo precipitare? Se dovessi riassumere il campanello d'allarme che è bene sentire prima che sia troppo tardi, quale sarebbe?

Quella sensazione di “Né con te, né senza di te”: non riuscire a trovare un angolo di felicità nella propria vita né con la persona che si crede di amare, né lontano da quella persona. Nelle relazioni sane quando si sta con l'oggetto del nostro amore si sta bene, ci si sente completi, realizzati, felici, complici. In questo genere di relazioni anche la lontananza provoca dolore, perché si vive in un perenne stato di disagio e di confusione. Non si capisce cosa ci succede, ci si chiede: "Se ci amiamo, perché abbiamo questo rapporto così conflittuale?”. Ecco, non c'è mai un luogo di serenità, un luogo di pace: è sempre una guerra continua, perenne e distruttiva.

E alla fine forse basta che risuoni una frase sentita al momento giusto per spostare lo sguardo e darsi una prospettiva nuova…

Per spostare lo sguardo e guardarsi dal di fuori, comprendere che bisogna smettere di guardare lui e guardare sé stessi, bisogna fare un percorso lungo. Per accorciarlo il più possibile forse vale la pena fin da subito di rivolgersi a qualcuno e farsi aiutare: io questo non l'ho fatto. Il mio è stato un percorso molto egoistico: ho pensato fin dall'inizio di non avere bisogno di nessuno, ho pensato che l'avrei risolta da me. Se invece avessi avuto l'umiltà di ammettere che da sola non ce la potevo fare… Ho perso quattro anni nella mia vita – che sono tantissimi, soprattutto a trentacinque anni, perché ho privato mio figlio di una mamma felice. Ecco, se avessi chiesto aiuto prima, forse non sarebbero stati quattro anni, forse sarebbero stati due. O tre. Avrei guadagnato un sacco di tempo prezioso.

Grazie mille, Selvaggia Lucarelli!

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