Diario di bordo

Silvia Tortora e Sidney Poitier

Martedì 11 gennaio

Vorrei ricordare in questa rubrica due persone recentemente scomparse; molto diverse tra loro, ma con storie simili da raccontare.

La prima è Silvia Tortora, giornalista e scrittrice, morta a soli 59 anni.
Nel 1983, dunque quando aveva vent’anni, scoppiò la “bomba”: suo padre Enzo Tortora, uno dei fondatori della televisione italiana, popolarissimo conduttore televisivo, fu incarcerato “in favore di telecamera”, accusato di far parte della camorra napoletana e di essere uno spacciatore di cocaina. Fu una pagina nera della magistratura inquirente italiana che riuscì a convincere la corte d’assise di Napoli (nel 1985) a condannare Tortora a dieci anni di carcere. L’anno dopo, Tortora fu assolto con formula piena (si era trattato di una mostruosa messinscena che un pugno di magistrati aveva orchestrato per fare pubblicità alla loro inchiesta). Nel 1988 Tortora morì, anche lui a 59 anni. Silvia in quegli anni aveva cominciato a lavorare come giornalista, nelle trasmissioni tv Mixer e La Storia siamo noi e al settimanale Epoca. Era la “figlia di” in un mondo che era schierato contro suo padre e quindi contro di lei. “Se lo hanno arrestato, qualcosa avrà fatto, no?”  “Possibile che i giudici, che sono persone serie, si siano sbagliati?” “Certo, deve essere ancora potente suo padre, se ha piazzato sua figlia nei giornali…”

Silvia Tortora è stata una giornalista acuta, spiritosa, informata; ha firmato grandi inchieste televisive, ha vinto premi per la sceneggiatura di un programma sulla vita di suo padre. L’esperienza che ha vissuto l’aveva resa molto sensibile al tema delle vittime dell’ingiustizia. Ha contribuito a cambiare il giornalismo italiano

Di Sidney Poitier credo si sappia già parecchio. Grande attore, fu il primo nero a vincere un Oscar, nel 1964, in un’America immersa nel pregiudizio e scossa dal movimento dei diritti civili. Più che un simbolo, però Poitier – lo si scopre dagli estesi necrologi pubblicati in America - fu anche un protagonista di quegli anni. Sfidò il Ku Klux Klan che lo voleva uccidere in Alabama quando arrivò per pagare la cauzione ad un gruppo di militanti; patì il maccartismo, che lo lasciò senza lavoro, venne considerato “troppo bello, troppo educato, troppo elegante”, e quindi “non credibile” come nero. Imparò, sulle scene come nella vita, a non muovere un muscolo della faccia di fronte agli insulti e alle insinuazioni razziste. Furono queste sue doti a fargli ottenere il più importante risultato: migliorare Hollywood.     

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