Diario di bordo

Le madri surrogate ucraine

Venerdì, 4 marzo

Certe parole, purtroppo, stanno prendendo il sopravvento.
Una è “exodus”, diventata possibile per la cifra di un milione di rifugiati, in soli sette giorni.
Una parola che viene dalla Bibbia, e che noi, stupidamente usiamo per lamentarci delle difficoltà che incontriamo ai caselli dell’autostrada quando andiamo in ferie. “Esodo”, con il suo annesso “controesodo” a fine agosto. Ci sarà un controesodo anche in Ucraina? E quando?

Poi c’è “assedio”. Ora si sa quello che forse si faceva finta di non sapere: Kiev è assediata.
Come Sarajevo, come Leningrado. E noi faremo il tifo. Possiamo fare di più?

Ieri poi è ricomparsa la parola “Chernobyl”, che fa paura solo a parlarne.

E poi c’è la parola “madre”. Credo che tutti abbiamo visto la piccola clip del soldato russo adolescente “catturato” nelle campagne ucraine.
È scosso, piange, gli offrono del tè e gli prestano un telefonino per chiamare la mamma. Lui non riesce a parlare e allora una donna si incarica di rassicurarla: “sta tranquilla, sta bene. Lo accudiamo noi”.

Mi ha poi fatto pensare questa notizia che ho trovato in rete: l’Ucraina è uno dei paesi più avanzati in termini di maternità surrogata, del tutto legale. Ogni anno, ci sono 2000-2500 donne ucraine che affittano il loro utero per permettere a coppie a vario titolo infertili di potere avere bambini. Gli “affittuari” vengono da Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Irlanda. Ho letto che queste madri hanno rassicurato i futuri genitori: ce la facciamo, non fuggiamo, resisteremo, rispetteremo il contratto. Mi è piaciuto.  

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