La redazione segnala

Crisi climatica e letteratura working class: i limiti del romanzo moderno-borghese

In tempi come questi, in cui la crisi climatica è un problema sempre più grande, trovare il modo di narrarla sarebbe un importante strumento politico, o quantomeno un utile servizio degli scrittori contemporanei all’umanità di oggi e di domani.
L’essere umano vive delle storie che scrive, legge ed ascolta: in questo modo costruisce il proprio immaginario.
Lo stesso, come vedremo più avanti, vale anche per determinate classi sociali.

Un dato di fatto però, nel panorama letterario odierno, è il limite della cosiddetta “letteratura seria”, in particolare della forma del romanzo moderno, di raccontare il surriscaldamento globale e i suoi effetti.
Un canale sembra separare questi due poli che invece dovrebbero attrarsi, una conferma di quella dinamica della modernità (già notata da Bruno Latour) che avrebbe portato a una definitiva separazione tra Natura e Cultura, facendo della prima un esclusivo appannaggio del mondo scientifico e una terra proibita per la seconda.

Allo stesso modo in cui il romanzo borghese ottocentesco sposta «l’inaudito verso lo sfondo» e porta «il quotidiano in primo piano» (come afferma Franco Moretti), tutto ciò che è improbabile viene relegato a generi considerati marginali rispetto alla letteratura tradizionale, quali il fantasy, l’horror e la fantascienza.

L’inaudito e l’imprevedibile del Decameron o di Le mille e una notte, che balzano da un’eccezione a un’altra, rifiutano i momenti considerati eccezionali dal romanzo moderno, in cui prevalgono quelli che ancora Moretti definisce i riempitivi, elementi in grado di mantenere il racconto all’interno dell’ordinarietà della vita, un tentativo riuscito di razionalizzare il romanzo per renderlo capace di offrire un piacere narrativo «compatibile con la nuova regolarità della vita borghese». Si nota rileggendo casuali passi descrittivi delle opere di Jane Austen o Gustave Flaubert.
L’improbabile però, non dimentichiamolo, è il connotato essenziale delle storie incentrate sulla crisi climatica, almeno per adesso, prima che diventino realtà e non ci sarà più alcun bisogno, per immaginarle, prevenirle ed evitarle, della finzione del romanzo.

Alla stessa marginalità è relegato il posto del non-umano rispetto alla “letteratura seria”, anch’esso esiliato nel fantasy e nella fantascienza (ibridi respinti dal territorio della Cultura).
Questo fenomeno ha coinciso, nei primi decenni dell’Ottocento, con lo stesso periodo in cui l’uomo stava ponendo le premesse per modificare ancor più profondamente e gravemente la Natura. È un limite quello di non saper dar voce a un non-umano che oggi sempre più condiziona le nostre vite, e che dovremmo certamente superare (una recente eccezione per il ruolo assegnato agli alberi, quasi una risposta ad Amitav Ghosh, è Il sussurro del mondo di Richard Powers, premio Pulitzer 2019).

È su questi grandi limiti della letteratura che, proprio a partire da un'esperienza personale - la necessità di raccontare l’impatto del riscaldamento climatico sull’arcipelago delle foreste di mangrovie dette Sundarbans, il luogo in cui si svolge il suo romanzo Il paese delle maree -, si interroga Amitav Ghosh, apprezzato scrittore indiano, nell’ormai noto saggio La grande cecità.
La scrittura, scorrevole e affascinante, è difficilmente trasponibile in queste poche righe.
Nella prima parte del saggio, da cui provengono anche alcune delle citate intuizioni, l’autore muove dalla consapevolezza che le difficoltà provate nella stesura del proprio romanzo siano da inserire in un quadro più vasto:

Forme e convenzioni letterarie hanno modellato l’immaginario narrativo proprio nel periodo in cui l’accumularsi di anidride carbonica nell’atmosfera stava riscrivendo il destino della terra

Amitav Ghosh

Un’altra perenne esclusa dalla cosiddetta “letteratura seria” è la narrativa working class, su cui si sofferma diffusamente il recente Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class di Alberto Prunetti, tra i principali autori italiani del genere nonché traduttore e curatore di una collana dedicata per Edizioni Alegre.
Partendo dalla necessità per la classe lavoratrice di costruire un proprio immaginario, di raccontarsi e non farsi raccontare da chi non ne fa parte e può solo mistificarne i connotati (come in Acciaio di Silvia Avallone), l’autore ricostruisce lo sviluppo (più che ostacolato) del genere in Italia e nel panorama internazionale, soprattutto britannico. 

Uno degli elementi che può spiegare i limiti del romanzo tradizionale a narrare la crisi climatica può essere quello dell’agency, cioè la tendenza alle “buone trame” della letteratura occidentale, in cui i protagonisti dominano la realtà, incontrano avversità ma riescono a superarle consapevoli della realtà oggettiva in cui vivono.
Sono quindi storie di eroi che ricostruiscono un ordine scomposto, espressione dell’idea borghese di controllo sulla realtà.

Altro elemento, criticato da Ghosh, alla base dell’estromissione di ogni catastrofe dal romanzo borghese, è legato alla stabilità climatica perduta dell’Olocene che lo rendono un genere ancora inadatto a narrare l’incapacità di controllare la Natura (causata peraltro dall’umanità stessa) tipica dell’attuale epoca geologica.

Le persone della classe operaia difficilmente rispondono a questo schema.
La sconfitta è quotidiana, come la macchina rotta che rende impossibile recarsi al lavoro ogni mattina nei versi del poeta operaio Joseph Ponthus nel mirabile Alla linea.
Il fallimento può essere superato solo da un’azione collettiva, altra dimensione che il romanzo moderno rifiuta, come nota lo stesso Ghosh.
È infatti necessario che la working class possa raccontarsi, che ci siano più editor di questa estrazione, e che il pubblico di lettori middle class (di cui fa parte lo scrittore e a cui solo secondariamente questo genere si rivolge) entri in empatia testuale con le storie e con il modo in cui sono narrate, che non potrebbe essere diverso se non stravolgendolo.
Non si deve cercare in quelle pagine pretesti per la commiserazione e disprezzo, né una descrizione a tinte grigie delle bassezze di una classe sociale di “brutti, sporchi e cattivi” (per citare il capolavoro di Ettore Scola) che dimostri invece la superiorità indiscussa della classe media. 

Se crediamo ancora che è “la vita che determina la coscienza” e non viceversa, si spiegano forse i limiti di una letteratura prodotta e rivolta soltanto dalla e alla classe media e condizionata da una stabilità climatica perduta.
Allo stesso tempo affermiamo però che è possibile e necessario cambiare rotta e notiamo con piacere che molti autori con responsabilità e coraggio lo stanno già facendo.

Per approfondire

Qualcosa, là fuori

Di Bruno Arpaia | Guanda, 2017

Il sussurro del mondo

Di Richard Powers | La nave di Teseo, 2019

Alla linea

Di Joseph Ponthus | Bompiani, 2022

Chav. Solidarietà coatta

Di D. Hunter | Edizioni Alegre, 2020

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