Tracce di Tito

Il peso dei riff

Girava voce che fosse in arrivo un nuovo disco dei White Stripes, e invece riecco Jack White con un nuovo lavoro solista. Copertina e titolo, Fear of the Down, sono piuttosto lugubri, con sapori metallari pienamente rispettati dal contenuto.

Possiamo accontentarci, eccome. Soprattutto se ci piacciono i pezzi basati su riff rocciosi e massicci, come sapevano inventarne i Black Sabbath quando erano grandi, grandissimi. Quei pezzi che, a un primo ascolto, sembra che tutti possano fare. E allora perché non li fa quasi nessuno? Vecchio discorso, che abbiamo già fatto.

Il segreto, come sempre, sta nello stile - e di quello Jack White ne ha una vagonata - nonché negli arrangiamenti, per quanto possano apparire scarni. Ai chitarroni (è il loro momento, io ve lo avevo detto), in Fear of the Down si aggiunge un'elettronica rude e sfacciata, con effetti davvero speciali.

Alzate il volume e scusatevi con i vicini di casa. Sarà una bella esperienza (per voi, non so per loro).

A proposito di Black Sabbath, arriva l'annuncio che l'ennesimo disco di Ozzy Osbourne è pronto. Se non altro c'è da essere incuriositi dalla presenza di guest star come Eric Clapton (ma sarà vero?), Jeff Beck (ma è ancora in giro?), Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e il compianto Taylor Hawkins. Ho letto che lo zio Ozzy voleva anche reclutare Jimmy Page, nientemeno, ma gli è andata male.

Per quanto mi riguarda, continuo a rimpiangere la fuggevole reunion dei Black Sabbath con quel 13 prodotto nel 2013 da Rick Rubin, in cui Ozzy Osbourne era tornato se stesso, che non era poco. A ogni modo, presterò orecchio pure a questa nuova impresa, con la dovuta prudenza. Facciamo che ve ne torno a parlare solo se per me è un bel disco, okay?

Si parlava dei Red Hot Chili Peppers. È appena uscito, con prevedibile clamore, Unlimited Love. Peccato che anche il disco sia abbastanza prevedibile. In clima di restaurazione, più che di rinnovamento, Jack Frusciante è tornato nel gruppo (semicit.) e alla cabina di regia c'è proprio Rick Rubin. Come ai tempi d'oro e di platino. Con lo stesso tipo di cose. Metal-funk-indie-alternative-rock sparato, ma sempre orecchiabile, che però a me fa venire voglia di andare a ripescare Blood Sugar Sex Magik. Ehi, ma davvero sono passati oltre trent'anni?

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