Cult!

Valerio Callieri consiglia "Infinite Jest"

È un grande lavoro, ha la capacità di parlare di temi drastici, profondi, antitetici come il consumismo e la dipendenza, con una grandissima scrittura.

Valerio Callieri

Il libro CULT di cui suggerisce la lettura Valerio Callieri, autore del saggio autobiografico È così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto, è un classico della letteratura contemporanea.
E che classico. Praticamente sono due o tre uno sopra l’altro, o uno dentro l’altro (dipende dal punto di vista da cui lo si guarda).
Perché Infinite Jest, pubblicato dal compianto David Foster Wallace nel 1996, non è un semplice romanzo. È  un’opera monumentale in tutti i sensi. Lo è fisicamente con le sue circa 1300 pagine, e lo è, ancora di più, a livello di contenuto. Un’opera enciclopedica basata su una complessa struttura narrativa, molteplici narratori e trame che si intersecano a diversi livelli, il tutto corredato da una mole inusuale di note che servono a tenere insieme i diversi piani narrativi oltre che suggerire spunti di approfondimento alle tante tematiche affrontate dall’autore.

Infinite jest
Infinite jest Di David Foster Wallace;

In un futuro non troppo remoto e che somiglia in modo preoccupante al nostro presente, la merce, l'intrattenimento e la pubblicità hanno ormai occupato anche gli interstizi della vita quotidiana. Il Canada e gli Stati Uniti sono una sola supernazione chiamata ONAN, il Quebec insegue l'indipendenza attraverso il terrorismo, ci si droga per non morire, di noia e disperazione. E un film perduto e misterioso, "Infinite jest", dello scomparso regista James Incandenza, potrebbe diventare un'arma di distruzione di massa...

David Foster Wallace ha creato un mondo distopico che è la brutta copia esasperata (ed esasperante) di quello che conosciamo. Tutto ciò che temiamo di più, dal cambiamento climatico all’impoverimento delle relazioni personali, è accaduto. E, se guardiamo la direzione che il mondo e la società di oggi stanno prendendo e ci fermiamo a riflettere che il libro è stato scritto venticinque anni fa, ne cogliamo la forza predittiva. In buona sostanza, Wallace si fa portavoce in un modo originale e quasi eccessivo di avvertimenti catastrofici sulla deriva che sta prendendo il nostro modo di vivere. Un po’ come Orwell prima di lui con quel capolavoro della narrativa distopica che è 1984

Il mondo che ci mostra Wallace è alienante e votato al consumismo (si pensi che gli anni prendono il nome da prodotti commerciali come marchi di deodoranti o pannoloni per adulti). Vivere è una finzione reiterata che le persone mettono in atto per cercare di resistere e affrontare un quotidiano altamente depressivo, fatto di dolore e tristezza, di inadeguatezza e aspettative infrante. Di fronte a questo dolore radicato e costitutivo, la resistenza alla lunga appare illusoria e impossibile. La sola scelta plausibile sembra quella di abbandonarsi a vie di fuga anestetizzanti, come l’”intrattenimento infinito” volto allo stordimento e al desiderio di evasione, l’abuso di droghe di qualsiasi tipo e la dipendenza ossessiva da qualcosa di totalmente assorbente che non lasci tempo e spazio ad altro.

E in una realtà di questo tipo, sembra plausibile che inizi a diffondersi un video capace di ipnotizzare gli spettatori facendogli dimenticare tutto il resto, coinvolgendoli in una visione compulsiva e continua che, alienandoli da sé stessi e dal contesto, li porti alla morte per consunzione.

Una riflessione sul titolo "Infinite Jest"

Il titolo del romanzo di David Foster Wallace riprende un verso dell’Amleto di Shakespeare.
Quando il principe Amleto riflette sulla vanità delle cose umane tenendo fra le mani il teschio del buffone Yorick si rivolge all’amico Orazio dicendo:
"Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio, a fellow of infinite jest" ("Ahimè, povero Yorick! L’ho conosciuto, Orazio, un compagno di scherzi infiniti").
Il titolo, dunque, sembra evocare la riflessione sulla realtà che ritroviamo nel dramma shakespeariano, sulla vanità delle cose che pure ci sembrano così importanti, su quell’inganno della mente umana che si crogiola nelle illusioni e, infine, su quello «scherzo infinito» che è la nostra esistenza stessa.

Leggere Infinite Jest è un viaggio mentale. La scelta di iniziarne la lettura va ponderata, va capito il momento giusto in cui affrontarla. Nonostante questa iniziale riflessione, potrà capitare che vi arrendiate dopo poche decine di pagine, sopraffatti da quello che vi siete trovati davanti. Perché Infinite Jest  è diverso da qualsiasi cosa abbiate letto prima, sfugge qualsiasi tentativo di definizione (a parte quelle puramente accademiche che spesso al lettore poco interessano). E questo può, effettivamente, scoraggiare e invogliare a occupare diversamente il proprio tempo.
Ma se, armati di una buona dose di incoscienza e una scorta di sticky notes, deciderete di farvi trascinare dalla narrazione, sarete travolti dallo stupore e dalla bellezza della scrittura di Wallace, farete un’esperienza irripetibile e, in quel delirio collettivo che trasuda da ogni pagina di Infinite Jest, troverete di che riflettere.

E sì, sarà stancante, a tratti estenuante. Sarete tentati di lasciar perdere, perché avrete l’impressione di brancolare tra nomi, note, assurdità e rompicapo inspiegabili. Ma, come arrivando in cima ad una montagna dopo una lunga e faticosa salita venite ripagati dalla vista spettacolare e da una rinnovata fiducia in voi stessi, così la lettura di questo romanzo vi ripagherà in modi che forse capirete solo molto tempo dopo la fine di quell’ultima, poco risolutiva, pagina finale.

E il classico libro con il quale rispondere alla domanda "Che libro ti porteresti se fossi su un'isola deserta?"

Valerio Callieri

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Conosci l'autore

21 febbraio 1962 - 12 settembre 2008Wallace nasce a Ithaca da Donald Wallace e Sally Foster Wallace. Vive fino alla quarta elementare in Illinois, per poi trasferirsi a Urbana, dove fraquenta la Yankee Ridge School. Si laurea all'Amherst College nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, specializzandosi in logica modale e matematica. La sua tesi sulla logica modale viene premiata con Gail Kennedy Memorial Prize. Nel 1987 ottiene un Master of Fine Arts in scrittura creativa alla University of Arizona.Insegna alla Illinois State University per gran parte degli anni novanta e nell'autunno del 2002 diventa professore di scrittura creativa e letteratura inglese al Pomona College, in California.La sua prima opera pubblicata è The Broom of the System (La scopa del sistema), "il romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato da Wittgenstein e Derrida", che riceve dalla critica un’accoglienza entusiastica. Considerato il suo capolavoro indiscusso è Infinite Jest, del 1996.Ha scritto anche vari articoli che spaziano fra lo sport, la critica letteraria e il puro reportage di costume con una vena ironica irresistibile, che sono stati raccolti nel 1997 in A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again (Una cosa divertente che non farò mai più e Tennis, tv, trigonometria, tornado). Molti altri sono stati pubblicati sulle più influenti riviste americane.Ha scritto anche racconti, pubblicati in rivista, che nel 2004 vengono raccolti in Oblivion (Oblio). Precedenti raccolte di racconti sono: Girl with Curious Hair (La ragazza dai capelli strani), Brief Interviews with Hideous Men (Brevi interviste con uomini schifosi), Questa è l'acqua (2009). Ha scritto anche le collezioni di saggi Considera l'aragosta (2006) e Il tennis come esperienza religiosa (2012).Nel 2006 Einaudi pubblica il monumentale Infinite Jest. Nel 2011 esce l'ultima opera Il re pallido.Il 12 settembre 2008, David Foster Wallace è stato ritrovato impiccato nella sua casa di Claremont dalla moglie Karen Green.

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