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Invernale di Dario Voltolini

Lui si alza. La lattescenza del mattino. Ci sono mangrovie che piovono legno nell’acqua, fanno cattedrali che si specchiano in laghi senza trasparenza, sbarre che scendono e irretiscono tutta la scena in una geometria di gabbia. Ci sono aurore boreali che sventagliano nei cieli gelati come scogliere che disperatamente vogliono emanciparsi dall’assalto dell’oceano che sempre si muove, e allora ci divincoliamo anche noi scogliere, sempre ferme a reggere gli urti senza intelligenza della massa d’acqua, in alto nei cieli, festoni festanti, ci divincoliamo come sipari che non ne possono più di tutto questo cazzo di teatro

Ci sono romanzi che sono urli perfetti. Come tali non hanno la necessità della durata: posseggono già la qualità della voce e la forza di una verità. Invernale (La nave di Teseo), nelle sue centoquarantaquattro pagine, rientra indubitatamente in questa categoria. Non a caso Veronesi, nel messaggio di presentazione con cui ha candidato Voltolini allo Strega, parla di un libro che sbalordisce; e non perchè le capacità dell’autore non fossero ben note ai più, quanto perché “tutt’a un tratto sembra che quell’autore sia nato per scrivere quel determinato libro, e che tutti gli altri che ha scritto prima non siano stati altro che un passo per arrivare a scriverlo”.

Invernale
Invernale Di Dario Voltolini;

Il padre spacca gli animali, entra nelle loro viscere, separa i muscoli dalle membrane, estirpa gli organi e le ossa. Il padre vende pezzi di animali. Il padre si immerge nella voragine biologica e ne tira fuori bistecche. I tagli di carne sono il suo mestiere e la sua arte.

Con una penna lirica e al contempo chirurgica, di un’intimità incandescente che alterna l’evocatività crudissima alla più delicata delle memorie, Voltolini confeziona il testo della vita. Di una vita, articolo determinativo, quella che abbiamo e che usiamo quasi del tutto per imparare come si sta al mondo. Come viverla, appunto.

Navigando il territorio dell’autofiction con questa consapevolezza, figlia dell’esperienza attraversata come uomo oltre che come scrittore, l’autore stesso ci racconta l’evento segnante della sua esistenza: la perdita del padre. Non c’è alcun pietismo, però. Non una sola forma di retorica. Non si esprime mai la banalità del dolore: in nessun modo Invernale è un libro comune, scontato o già visto.

C’è il movimento, quello sì. La disgregazione della carne. Prima di tutto quella delle bestie, che con somma disciplina e un certo rigore sacrale – lo stesso della scrittura di Voltolini, nell’eredità di un gesto che travalica i mestieri e gli anni, e s’impone imperiosa come un tratto genetico – Gino disossa, taglia, porziona, ordina, dissangua, decapita, prepara, spolpa, pulisce nel mercato di Porta Palazzo, dove lavora come macellaio. Sullo sfondo questa Torino periferica anni ’70, slavata eppure bellissima. Indispensabile. Narrata in continui allargamenti e restringimenti di prospettiva, nell’unicità di certi dettagli e in tutto ciò che si può riconoscere anche lateralmente, e che è ancora più divertente riconoscere lateralmente. Come un atto privato, forse segreto, sicuramente nascosto.

Soprattutto il sabato il mercato è preso d’assalto da una massa di persone. Ci sono folle nelle corsie, non si passa. Di fronte a ogni banco uomini e donne si spingono e parlano forte. Sembrano una versione insurrezionale della Borsa di Wall Street. Dentro i banchi dei commercianti con furia si accelerano i movimenti, per servire tutti il prima possibile. C’è una danza lì dentro, con persone a loro volta in massa, che devono prevenire le traiettorie dei movimenti uno dell’altra, una dell’altro

Carne che va, carne che viene. Un giorno l’ordine esatto dell’agire di Gino subisce l’errore di qualcuno, o magari proprio suo, e l’urto di quel disequilibrio gli devia il coltello. Poco, verso sinistra. Quel tanto che basta per affondare non nel solco della colonna vertebrale di un animale, quanto sul dito pollice di Gino, lì a tenere ferma la bestia morta per divaricarla e spaccarla meglio. Nella ferità s’infila un batterio, che trova più fertile la carne viva di quella morta. Gino torna subito a lavoro, ma ha addosso una stanchezza strana, piccole esitazioni, una differente curiosità negli occhi e nelle mani: è l’inizio della disgregazione, l’origine del caos. Che per contingenza delle cose, qui contingenza delle carni, ha un nome molto chiaro: linfosarcoma. La disgregazione cambia animale: è quella del padre, della carne del padre, del corpo del padre, visto dagli occhi di chi da quel corpo è stato generato. E mentre i medici provano a curarlo, e va fino a Villejuif in Francia, il senso delle traiettorie e degli interi inizia a perdersi. E Gino a morire. E Dario è lì. E poi non lo è, quando serve, quando non serve ma vorrebbe, quando è finita, è morto, è freddo. E poi ci siamo e non ci siamo noi che leggiamo. Accompagnati da questa scrittura che dilata un’istante, pone l’eternità in un’istante, e in qualche modo lo rende corale – la voce di un singolo, di Dario, è quasi una terza persona, è quasi di ognuno, è quasi di divina, è il vociare del mercato, è l’urlo di tutti i nostri dolori e di tutte le nostre domande. E qualcosa è inventato e nulla scuote la trama, che poi è la vita, e la vita non ha un gran senso narrativo. Ma per fortuna ci sono le storie. Che tramandano i gesti dei padri e dei figli, e li ordinano, e governano persino il senso della fine, come in una sessione di free jazz, che poi è questo libro, che anche se sai come va a finire non sai come potrai abitarla tu, questa fine. Questa vita.

Ci guardiamo, lei e io, in silenzio. Poi lei mi dice che lui mentre moriva ha detto: “Salutatemi Dario.” Questo blocca immediatamente l’ordigno che stava scendendo in me e che ormai era quasi arrivato al punto e stava per deflagrare. Lo ferma lì, dove è tuttora, ma io ci sono ancora. Ci sono ancora e quello che mi sembra l’atto più simile alla preghiera posso permettermelo solo rivolgendomi a lui, a nessun dio fasullo di quelli che conosciamo e nemmeno al dio di pura luce raccontato dalla gnosi e che non conosciamo, scintille del quale starebbero in noi: quel dio di luce non può conoscere il buio, non può conoscere il freddo. Mi resta lui, a cui chiedo parcamente le cose impossibili nella logica di qua, nella metafisica di qua, di come vanno le cose qua.

Invernale dice qualcosa di come Dario Voltolini ha scelto di abitare entrambe, ed è meraviglioso e rassicurante poterci stare dentro, a sentirsi meno soli. Il libro genera una forza espressiva perfetta, pulsante e intelligente, che raccoglie la tradizione dei grandi e la disperazione dei mortali, e ne fa un pensiero esatto, da custodire. Da ringraziare, per le parole, per la preghiera laica che plasmano. Vien voglia di portarla strettissima in quella zona dentro che non si sa mai dire, eppure c’è, e cerca pace. E a volte, fortunate volte come questa, la trova.

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Conosci l'autore

È autore di numerose raccolte di racconti, romanzi, volumi illustrati, radiogrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro. È stato docente e direttore della “Scuola Holden – Storytelling and Performing Arts”, curatore della collana di libri “Holden Maps” per Rizzoli, della collana di narrativa italiana Pennisole per Hopefulmonster editore, collaboratore dell’“Indice dei libri del mese”, di “Pulp” e della “Stampa” (“Tuttolibri” e “TorinoSette”), cofondatore dei blog letterari “Nazione Indiana” e “Il Primo Amore”. Fra i suoi libri ricordiamo: Un'intuizione metropolitana (Bollati Boringhieri, 1990), Rincorse (Einaudi, 1994), Forme d'onda (Feltrinelli, 1996), 10 (Feltrinelli, 2000), Primaverile (Feltrinelli, 2001). Nel 2003 ha pubblicato, da Quiritta, I confini di Torino, un ritratto inedito e affascinante della città in cui vive, cui sono seguiti Sotto i cieli d'Italia, (Sironi, 2004), - firmato insieme a Giulio Mozzi, un lavoro collettivo per un inusuale viaggio lungo la penisola -, Le scimmie sono inavvertitamente uscite dalla gabbia (Fandango, 2006), Foravía (Feltrinelli, 2010), Da costa a costa (con Lorenzo Bracco, BookSprintEdizioni, 2012), Oltre le Colonne d'Ercole (con Lorenzo Bracco, BookSprintEdizioni, 2015), Autunnale (BookSprintEdizioni, 2015), Pacific Palisades, (Einaudi, 2017), Il Giardino degli Aranci (La nave di Teseo, 2022) e Invernale (La nave di Teseo, 2024), libro entrato nella dozzina finalista del Premio Strega 2024.Nell'ambito musicale ricordiamo i libretti Mosorrofa o dell'ottimismo (1993) e Tempi burrascosi (2008, interpretato da Elio), entrambi musicati da Nicola Campogrande, e la canzone del gruppo L'Orage Queste ferite sono verdi (2013, vincitrice della XXIII edizione di Musicultura).  Fonte immagine: La Nave di Teseo edizioni

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