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La prigione di Georges Simenon

«Uno scotch... doppio...»
Beveva parecchio

Alain Poitaud è il direttore della rivista “Toi” e, sì, beve parecchio. Nelle centosettanta pagine de La prigione, l’ultimo libro pubblicato da Adelphi di Simenon (autore di cui qui potete leggere un nostro approfondimento), Poitaud chiede dodici scotch (doppio), sedici whisky (doppi, anche quelli) e diversi bicchieri di vino rosso e rosé di cui si perde il conto, ma non è un problema: regge bene, dice, non si sbronza mai. A differenza di sua moglie, Jacqueline, la sua «Micetta» – Alain dà un soprannome a tutti, perlopiù li chiama «cocco» o «bello mio – che preferisce controllarsi in tutto. Lei è molto razionale, composta, e da qualche tempo ha un piano, che nella serata piovosa di ottobre con cui prende il via il libro mette in pratica: uccidere la sorella Adrienne.

La prigione
La prigione Di Georges Simenon;

Una piovosa sera di ottobre Alain Poitaud, direttore appena trentaduenne di un settimanale di enorme successo, trova ad aspettarlo davanti al portone di casa un ispettore della Polizia giudiziaria. Poco dopo si sentirà dire che sua moglie Jacqueline ha ucciso la sorella minore, Adrienne, con un colpo di pistola, chiudendosi poi in un mutismo assoluto.

Ora, scrivere di un giallo è sempre un equilibrismo che, talvolta, risulta ridicolo: nel tentativo di non dire, si imbottisce il proprio pezzo di frasi allusive e locuzioni misteriose. Ma il libro di Simenon mi salva dallo scivolone perché comincia con tutto ciò che il lettore vuole sapere, chi ha ucciso chi, perché e quali sono le relazioni tra i personaggi. Simenon fa in fretta, non perde tempo, non è lì che vuole andare a parare. L’obiettivo, semmai, è portarci insieme a lui nel centro della prigione, in un dedalo di corridoi, celle e vicoli ciechi talmente intricato e pastoso che sembra impossibile uscirne.

Nella prigione, quella fisica, reale, c’è Jacqueline, ovviamente, che non ha fatto nulla per depistare la polizia dall’omicidio che ha commesso, anzi, si fa trovare proprio accanto al corpo della sorella, che ha guardato agonizzare dopo lo sparo. Nell’altra prigione, che non si vede ma le cui maglie sono vive e instabili, c’è invece Alain, il perno attorno cui si articola la storia. Perché se da un lato è Jacqueline a uccidere Adrienne, dall’altro è Alain a essere immischiato con tutte le parti in causa, dalla moglie, certo, all’arma del delitto, alla cognata, fino a una diramazione ampissima e intricata. È in questa deflagrazione feconda e inarrestabile di personaggi e situazioni che risiede la grande capacità del Simenon narratore: lascia solo un punto cieco, e quello traina l’intera vicenda, sino a che in un paio di battute è illuminato, ma a nessuno, tranne ad Alain, importa granché. Noi ci siamo goduti la discesa, l’aggrovigliarsi di un uomo che ha la sensazione della verità e che spera di non trovarla.

Alain alzò le spalle. Come se si fosse mai interessato a cosa faceva o non faceva Micetta! Tutto quello che le chiedeva era di essere presente, lì, accanto al suo gomito destro, a portata della sua voce e della sua mano

Più si va avanti a leggere La prigione, più ci si rende conto di un dato di fatto: Alain è insopportabile. Cifra di un libro ben fatto è senz’altro l’emozione che suscita nei lettori, e qui c’è una massiccia dose di repellenza per quest’uomo borioso, saccente, superficiale e del tutto incapace di vedere al di là della punta del proprio naso. La rotondità di Alain e le sfaccettature del suo ego sono ciò che lo rende un buon personaggio; ma ciò che lo rende un perfetto essere umano – nel senso di compiuto, vero, non certo di impeccabile – sono le piccole, microscopiche esitazioni che Simenon semina nella sua storia. Talvolta, in rari stati di grazia in cui l’egoismo si crepa, Alain ha dei moti appena accennati di empatia: si domanda come il figlio prenderà la notizia della madre in prigione, prova un sentimento misto a colpa e compassione, e forse amore, per Adrienne, rabbia per l’accaduto, gelosia addirittura, e un’incommensurabile inadeguatezza. Ma sono attimi, inciampi umani che Alain si affretta a correggere con whisky e scappatelle.

La prigione di cui parla Simenon, quindi, può essere un sacco di cose. Chi scrive questa recensione l’ha vista come un labirinto ombelicale e claustrofobico in cui Alain si muove come un ratto da laboratorio alla ricerca di qualcosa – non necessariamente la verità. Anzi, di certo non la verità. Non c’è un minotauro, tra le vie del groviglio, né un centro, c’è solo Alain, e le cose che accadono stanno tutte fuori e lui le vede sfocate, o ne sente un’eco, o non le sente affatto. Simenon ci ha confezionato un mistero in cui restare invischiati a nostra volta, come Alain, e noi non possiamo che continuare a domandarci: esiste un’uscita?

Era la verità. Un gran lavoraccio. Un lavoro che in genere si fa una volta sola nella vita. Era sceso nel profondo di se stesso. Aveva grattato la superficie, messo a nudo la carne viva fino a sanguinare. Adesso era finita. Non sanguinava più. Ma non potevano pretendere da lui che tornasse a essere lo stesso uomo.

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Conosci l'autore

Romanziere francese di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all'interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l'Index Translationum, un database curato dall'UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre. Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim. Contemporaneamente collabora con altre riviste e all'età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo. Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell'arco di 3 anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno. Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista «Détective», appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret. Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da sue opere. Con la prima moglie Régine Renchon, intraprende lunghi viaggi per tutti gli anni trenta. Nel 1939 nasce il primo figlio, Marc. Nel 1940 si trasferisce a Fontenay-le-Comte in Vandea: durante la guerra si occupa dell'assistenza dei rifugiati belgi e intrattiene una lunga corrispondenza con André Gide. A causa di un'errata diagnosi medica, Simenon si convince di essere gravemente malato e scrive, come testamento, le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree. Accuse di collaborazionismo, poi rivelatesi infondate, lo inducono a trasferirsi negli Stati Uniti, dove conosce Denyse Ouimet che diventerà sua seconda moglie e madre di suoi tre figli. Torna in Europa negli anni Cinquanta, prima in Costa azzurra e poi in Svizzera, a Epalinges nei dintorni di Losanna. Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes: viene assegnata la Palma d'oro a La dolce vita di Federico Fellini con cui avrà una lunga e duratura amicizia. Dopo pochi anni Simenon si separa da Denyse Ouimet. Nel 1972 lo scrittore annuncia che non avrebbe mai più scritto, e infatti inizia l'epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nel 1978 la figlia Marie-Jo muore suicida. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia. Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.Le opere:"Spesso i romanzi di Simenon si discostano dagli schemi dell’inchiesta per tracciare suggestivi ritratti psicologici e per evocare con efficacia l’atmosfera grigia e stagnante della provincia francese. Fra i temi ricorrenti, che danno una singolare unità a una produzione sterminata, il maggiore è quello della solitudine, che si accompagna a quello della suprema stanchezza di fronte al male e alla sconfitta" (Garzantina della Letteratura, 2007). Ricordiamo Il caso Saint-Fiacre (Adelphi, 1996), Il testamento Donadieu (Adelphi 1988), Una confidenza di Maigret (Mondadori, 1982), Maigret e il signor Charles (Mondadori, 1994),  La balera da due soldi (Adelphi, 1995), Le signorine di Concarneau (Adelphi, 2013), Faubourg (Adelphi, 2013), L'angioletto (Adelphi, 2013), I fratelli Rico (Adelphi, 2014), I clienti di Avrenos (Adelphi, 2014), Il grande male (Adelphi, 2015), Cargo (Adelphi, 2017).

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